Criticare il surplus commerciale tedesco è solo l’ultimo alibi dei paesi che non tengono il passo

La Commissione europea ha suggerito alla Germania di premere sul pedale degli investimenti pubblici, largamente considerati un antidoto al boom dell’export. Un rimedio però inutile

Criticare il  surplus commerciale tedesco è solo l’ultimo alibi dei paesi che non tengono il passo

Wolfgang Schaeuble con Steven Mnuchin (foto LaPresse)

Berlino. Il robusto surplus della bilancia commerciale tedesca non piace quasi a nessuno. Per molti si tratta di un frutto avvelenato (ottenuto incrociando i salari bassi tedeschi all’euro debole) che ha indebolito il made in Italy, il made in France e tutti gli altri. Da mesi, Commissione europea, Ocse, Fondo monetario internazionale e adesso anche il presidente degli Stati Uniti Donald Trump chiedono di ridurlo. Poiché ai tedeschi non piace essere impopolari, il 16 maggio l’Ifo, il più accreditato fra gli istituti di studi economici in Germania, è stato lieto di informare che “il surplus commerciale tedesco, criticato dal nuovo presidente francese Emmanuel Macron, è diminuito”. Quello partorito dalla montagna, però, non era neanche un topolino: il calo, relativo al solo scambio in merci, è stato di 0,1 punti percentuali (dal 7,7 al 7,6 per cento del pil) fra la fine del 2016 e l’inizio del 2017. “Allo stesso tempo nel primo trimestre dell’anno l’avanzo commerciale è salito all’8 rispetto al 7,7 per cento nello stesso periodo del 2016”. La colpa però non sarebbe dei tedeschi, ma del calo del pezzo del petrolio che favorisce gli scambi. Tant’è che, al netto dell’effetto-barile, il saldo delle partite correnti “sarebbe solo attorno al 6 per cento”, comunque oltre il limite fissato dal patto di stabilità Ue.

Ecco perché la Commissione ha suggerito a una Germania forte malgré soi di premere sul pedale degli investimenti pubblici, largamente considerati un antidoto al boom dell’export. Misura tanto più urgente, ha rilevato l’esecutivo Ue, se si considera che la percentuale di pil tedesco dedicata a questi investimenti è da tempo rimasta al di sotto della media Ue.

 

Eppure, secondo l’ultimo studio dell’Istituto di Colonia per la Ricerca economica (Iw), il rimedio dal sapore keynesiano è quantomeno inutile. E simulazioni condotte attraverso l’Oxford Global Economic Model dimostrano che aumentare la spesa per investimenti pubblici dal 2,1 al 2,6 per cento del pil “può aiutare ad abbattere l’attuale surplus di soli 0,6 punti da qua al 2025”. Per non parlare poi dell’effetto quasi nullo sui partner europei, con il deficit commerciale della Francia che calerebbe di meno di 0,1 punti “e quelli di Italia e Spagna ancora meno”.

 

Numeri che hanno spinto il Foglio a chiedere all’economista senior dell’Iw Galina Kolev se e come si possa porre rimedio a questo squilibrio economico. Potere si può, ha spiegato l’esperta, il punto è capire se sia nostro interesse farlo. Kolev parte dal presupposto che l’attuale surplus è “qualcosa di naturale, che risulta dall’alta domanda di prodotti tedeschi, e cioè dalle forze di mercato”. A suo modo, il surplus nuoce anche alla Germania perché “il capitale esce dal paese per essere investito altrove”, laddove l’economia tedesca trarrebbe giovamento da investimenti rimasti a casa. Resta però aperta la questione di come ridurre l’eccedenza, riflette Kolev, secondo cui “mettere freni all’import non è impresa facile”. Da un lato si potrebbero aumentare i salari, cosa che nel passato recente la Germania ha fatto approvando una legge sul salario minimo. Battendo la stessa pista salariale per l’Iw si rischia però di affossare la produttività tedesca su scala globale, con effetti perniciosi sull’export e di conseguenza sugli altri paesi europei altamente integrati nella catena di montaggio tedesca, Italia in primis. Anziché azzoppare quella della Germania, “meglio sarebbe lavorare sulla competitività degli altri”. E poiché il modello oxfordiano ha dimostrato che gli investimenti pubblici possono poco contro il surplus commerciale, forse sarebbe meglio agire sulla dinamica degli investimenti privati, che restano oggettivamente deboli. La ragione? “L’incertezza economica e politica”, spiega Kolev, che cita “Brexit, Trump, il rallentamento delle economie emergenti e le tensioni geopolitiche”. Perché investire in nuovi macchinari o strutture in un mondo così incasinato? Per l’economista non se ne esce. “Il surplus commerciale resta alto, oltre l’8 per cento del pil, ma ridurlo è una sfida molto difficile, visto che è la conseguenza naturale (della dinamica) delle forze di mercato”. Traduzione: non è la Germania che corre, sono gli altri che non tengono il passo.

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Commenti all'articolo

  • perturbabile

    31 Maggio 2017 - 19:07

    Già. Occorre essere particolarmente spregiudicati (oggi forse si) per deplorare che la Commissione si impicci dell'economia di un Paese perchè 'troppo' in salute e 'dannoso' per gli altri? Questi grandi fautori del libero scambio - quando esso è minacciato da Trump - ritornano libidinosi regolatori quando si tratta di avere una qualche influenza, come nei confronti dei Paesi UE. Infastidisce molto che a regnare - anche se solo su se stessi - siano i consumatori, come si permettono? Dagli USA chiedono più Wolkswagen che Citroen (o Ford) e ciascuno le vuole di un modello, di un colore, è per questo che ha messo da parte i soldi .. E se Trump mette dazi su questi beni, non protegge gli USA, come dice, ma favorisce solo alcuni suoi connazionali (i lavoratori e i proprietari delle industrie dell'auto), mentre ne danneggia altri (i desiderosi di Wokswagen). E i membri della Commissione si limitino a prendere atto. O facciano altro, leggano Quattroruote, scoprano che le automobili sono tante

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  • giantrombetta

    31 Maggio 2017 - 08:08

    Complimenti per un'analisi molto seria ed acuta. C'e' da che riflettere in casa nostra, magari partendo dalle conclusioni! Ovvero invece di industriarci a rallentare gli altri proviamo ad occuparci di cosa dobbiamo fare noi per correre più veloci. Altrimenti non cresciamo sia pure pian pianino come si suol dire, ma semplicemente arretriamo.

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