Il risparmio italiano è a un passo dal materasso

Dimezzata la ricchezza detenuta in azioni, perdono appeal anche i bond. La relazione annuale Consob

Il risparmio italiano è a un passo dal materasso

Giuseppe Vegas (foto LaPresse)

La Borsa italiana si rimpicciolisce, anzi “ha perso centralità”. Ma non temete: per la Consob il lavoro non manca. Aree un tempo tranquille, prive di rischio, dai titoli di stato alle obbligazioni bancarie, oggi rischiano di essere più infide di una palude finanziaria. È la sensazione che si ricava dalla lettura della relazione del presidente Giuseppe Vegas, illustrata lunedì 8 maggio a Milano a palazzo Mezzanotte, già sede della vecchia Borsa gridata. 

 

In numeri il fenomeno è imponente: tra il 2007 e il 2016 la ricchezza detenuta in azioni è scesa dal 10,5 al 5,3 per cento delle attività finanziarie totali. Anche Bot e Btp perdono colpi, dal 13,4 al 10,8 per cento. In parte il fenomeno è legato alla crescita del risparmio gestito, ma un ruolo determinante l’ha avuto l’"effetto materasso”: depositi bancari e postali rappresentano ormai il 46,8 per cento della ricchezza mobiliare italiano, contro il 38,1 di dieci anni fa.

 

In questa cornice la Consob, nata proprio per vigilare la tenuta dei mercati azionari, ha sostanzialmente cambiato la sua missione. Nel 2016 la Consob ha ricevuto 4.354 esposti, a fronte dei 1.762 ricevuti nel 2015 (più 147 per cento). La quota degli esposti procedibili sul numero complessivo degli esposti ricevuti risulta cresciuta dal 62 per cento del 2014 al 90 per cento nel 2016. Le iniziative riguardano le banche in 3.051 casi (per 298 per cento rispetto all'anno precedente, quando le banche già costituivano il principale soggetto destinatario delle segnalazioni). Tale incremento, si spiega nel rapporto, è riconducibile per lo più alle vicende che hanno riguardato i quattro istituti di credito sottoposti alla procedura di liquidazione coatta amministrativa (Banca Popolare dell'Etruria e del Lazio, Cassa di Risparmio di Ferrara, Banca delle Marche e Cassa di Risparmio di Chieti), con la conseguente adozione dei provvedimenti di svalutazione delle azioni e delle obbligazioni subordinate. Numerose segnalazioni si riferiscono anche a Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca.

 

Altri numeri confermano lo stato endemico di crisi del mercato. Dal 2011, prima della seconda onda della crisi economica che ha investito l’Eurozona, alla fine del 2016 l’indice principale di Piazza Affari è rimasto pressoché invariato (più 2,16 per cento). Certo, a provocare una caduta così lunga e pesante è stata la crisi economica. Le attività manifatturiere si sono ristrette nello stesso periodo di un buon 30 per cento. Ma, al di là della congiuntura, non possono essere sottaciuti gli errori compiuti in questi anni. Il declino di Piazza Affari, per esempio, deve molto all’introduzione della Tobin Tax, il prelievo sulle transazioni di mercato introdotto (governo Monti) per compiacere Angela Merkel favorevole a questo prelievo universale sulla ricchezza finanziaria. Peccato che a introdurre l’imposta sia stata solo l’Italia. La stessa Germania, paladina della riforma, si è ben guardata dal votare una tassa osteggiata dalla Borsa di Francoforte. 

 

Molto più grave è stata la sciagurata introduzione del bail in, che finora ha prodotto danni solo in Italia mentre nel resto d’Europa, grazie anche ad alcune disinvolte acrobazie (vedi la Germania) il provvedimento è finora rimasto solo sulla carta. Oggi, Consob in testa, le autorità italiane chiedono una modifica del bail in "il cui bilancio non può dirsi positivo”. Vegas, al proposito ha suggerito ieri di rivedere il coinvolgimento degli obbligazionisti, per esempio introducendo una soglia di salvaguardia a 100.000 euro.  Forse, prima o poi, lo si farà. 

 

Ma perché non lo si è fatto prima?  Le obbligazioni bancarie distribuite presso il retail sono in pratica un’esclusiva del sistema italiano. Era ovvio, perciò, che a difendere gli interessi dei risparmiatori dovessero essere i negoziatori italiani. E invece? Per la Consob ha voluto precisare di “non essere stata invitata al tavolo del regolatore europeo”. Ma prima dell’approvazione in sede europea (anche da parte dei negoziatori italiani) sono passati 11 mesi in assoluto silenzio. Il legislatore italiano ha dato il suo via libera nel novembre 2015, meno di due mesi prima della sua entrata in vigore.  Nessuno, in sede politica o delle autorità regolatorie, ha avuto all’epoca nulla da eccepire sull’assenza di un periodo transitorio o, peggio, sull’applicazione retroattiva della norma che tanti risparmiatori ignari hanno sperimentato sulla propria pelle. 

 

È in questa cornice che è maturata la disaffezione di una parte degli italiani per gli investimenti di rischio. Certo, non si deve trascurato il boom del risparmio gestito e il buon stato di salute dell’asset management, così robusto da giustificare la proposta di candidare Milano come la città ideale per accogliere l’industria europea del settore (purché si siano le opportune riforme fiscali a vantaggio degli operatori più abbienti). Ma per ottenere questo “occorre ridurre al minimo, se non eliminare del tutto, gli oneri aggiuntivi rispetto alla legislazione europea” perché “mercati dinamici, liquidi e diversificati costituiscono una garanzia per l’investitore e generano un circolo virtuoso che per l’economia reale”. Peccato che già nel 2011 (l’anno in cui la Borsa è entrata nel tunnel della crisi più gravi) la Consob  “aveva passato al setaccio tutto  suoi regolamenti con l’obiettivo di rimuovere prescrizioni e adempimenti che non superassero l’esame costi/benefici”. Come è andata? "Pochi mesi dopo la legge di stabilità stabilì il divieto di gold plating”, ovvero l’introduzione, in sede di recepimento di direttive europee, di adempimenti ed oneri ulteriori rispetto a quelli definiti dal regolatore comunitario.       

 

Insomma, la storia in questi anni di crisi che hanno messo a dura prova la ricchezza delle famiglie, pur così preziosa in anni di crisi, è ricca di garanzie sulla carta che non retto al primo soffio di vento. Speriamo che il futuro, ricco d nuove regole, dalla Mifid 2 che disciplinerà la consulenza indipendente alla piena affermazione dei Pir (Piano individuali di risparmio), ci riservi solo buone sorprese. Anche sotto un cielo foriero di strette monetarie, come ammonisce Vegas.

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  • filippino

    09 Ottobre 2017 - 00:12

    salve, articolo molto interessante: posso chiederle le fonti che ha usato?

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  • giantrombetta

    09 Maggio 2017 - 09:09

    Molto banalmente vorrei dire che siamo costretti a sperare che sotto il materasso i risparmiatori abbiano messo almeno qualcosa. E che un nuovo governo li metta in condizione a diseppellire quel qualcosa dal materasso, rimettendolo nel circolo virtuoso della finanza che produce ( o dovrebbe produrre) crescita e sviluppo, ovvero la ricchezza da redistribuire. Ragionamento troppo terra a terra? Magari no.

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  • giantrombetta

    09 Maggio 2017 - 09:09

    Investire il risparmio in azioni e obbligazioni si diceva un tempo essere uno dei volani dello sviluppo e della crescita. Assumersi il rischio contando su una giusta e legittima remunerazione del medesimo pareva logico, sensato, naturale. Poi da sinistra e' calata la scure pesante e mortifera delle tasse, in base al principio progressista e statalista per cui se ci rimetti sono fatti tuoi e se guadagni sono anche fatti miei, ovvero le perdite dei tuoi risparmi già tassati nel reddito originario te le accolli ma gli eventuali profitti ce li dividiamo. L'hanno chiamata sacrosanta lotta alle rendite finanziarie. In che misura e con quali strumenti sia stata calibrata c'entra proprio nulla se ora pare siamo finiti sul materasso, per dirla con voi?

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