Sulla tassazione digitale l'Italia diventa un modello per la Germania

Il nostro paese al secondo posto per capacità di attrarre investimenti nel settore. E Google fa la pace col fisco italiano: per 306 milioni di euro

Sulla tassazione digitale l'Italia diventa un modello per la Germania

Google tax (foto LaPresse)

Berlino. Il mondo dell’economia alla rovescia, con l’Italia in cima alla classifica e la Germania in fondo. E’ dalla Repubblica federale che partono le lodi a scelte fiscali adottate in Italia: uno studio del Centro per la ricerca economica (Zew) di Manheim mette l’Italia al secondo posto per capacità di attrarre investimenti nel settore digitale. Meglio fa solo l’Irlanda, mentre Regno Unito, Francia e Germania seguono molto distaccate, rispettivamente in 16°, 18° e 31° posizione. Chiudono la classifica California e Giappone. Sono in tutto 33 i paesi – fra i quali i 28 membri Ue – i cui sistemi fiscali al 1 gennaio 2016 sono stati analizzati e confrontati dallo Zew assieme ai consulenti internazionali di PricewaterhouseCoopers (PwC). Lo studio sull’attrattività fiscale dei modelli di business digitale è nuovo nel suo genere e parte da due premesse.

 

La prima: la digitalizzazione dell’economia è il fenomeno del momento. La seconda: politici e leader aziendali stanno cercando di capire come cavalcare l’onda. Nessuno aveva ancora osservato in che modo i sistemi fiscali nazionali modellano lo sviluppo dell’industria 4.0; quella che in sostanza combina processi produttivi digitalizzati con modelli di business flessibili. “Ecco perché abbiamo deciso di sviluppare un digital tax index”, dice al Foglio Frank Schmidt, partner di PwC per il settore produzione industriale. L’approccio – premette Schmidt – “è strettamente scientifico: non diciamo se una scelta è buona o sbagliata, limitandoci a misurare quello che osserviamo”. In assenza di un modello di riferimento per il business digitale, riprende il manager PwC, “siamo partiti da un’analisi classica, che ha tenuto conto dei fattori tipici del modello aziendale tradizionale: beni immobili, macchinari, forza lavoro, software, proprietà intellettuale”.

 

Qui l’Italia fa piuttosto male: nel panorama internazionale, il sistema fiscale italiano non brilla né per leggerezza né per efficacia. Fissato il benchmark, gli analisti hanno poi immaginato quali e quante tasse debba pagare in Italia una startup; un’impresa fatta non di beni immobili e macchinari, ma di persone, di software (proprietario oppure acquistato), di computer e server sui quali far girare i programmi. La differenza fra imposizione fiscale effettiva per l’azienda tradizionale e quella per l’azienda digitale è di 20 punti. Per cui l’Italia, da 22° su 33 per attrattività fiscale nel business tradizionale, balza al secondo posto per la tassazione delle imprese digitali. Il tasso fiscale effettivo fissato per queste aziende è negativo: meno 8,84 per cento.

 

“Significa che l’Italia sta sovvenzionando il modello digitale”, osserva Schmidt. Sono in particolare due gli strumenti adoperati dal governo per rendere l’investimento attraente, soprattutto per chi è già in Italia e abbia voglia di diversificare. Il primo sono le ipbox, esenzioni fiscali per i redditi derivanti dall’utilizzo di opere dell’ingegno. Le ipbox sono relativamente diffuse in Europa, tanto che l’Ocse ha cercato di disciplinarne l’uso. Il secondo strumento sono gli incentivi via crediti di imposta per ricerca e sviluppo; e con la combinazione dei due “l’Italia si è resa molta attraente per gli investimenti nel digitale” . Guarda caso anche l’Irlanda – prima della lista con un tasso fiscale per il settore del meno 10,32 per cento – combina i due strumenti. Nell’isola di smeraldo però “l’aliquota base per le imprese è al 12,5 per cento, mentre in Italia è al 31,3”, sottolinea Schmidt. Un gap notevole.

 

Intanto il sostegno offerto alle imprese digitali in fase d’avvio e crescita dai fondi venture capital e private equity non è più un miraggio nel mezzogiorno. Dopo un periodo pre-crisi asfittico (2005-2009), seguito dal sostegno del fondo pubblico-privato per l’High Tech al Sud rivolto a start-up digitali (2009-2013), gli investimenti in nuove imprese sono avviati. In sette anni le aziende che hanno interessato i fondi sono raddoppiate a 31 (da 15) attirando investimenti che ammontano a 290 milioni di euro (da 30), dice un rapporto Aifi presentato ieri alla Unione industriali di Napoli.

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