Una scena di Totò Truffa 62 un film di Camillo Mastrocinque del 1961 con Totò e Nino Taranto (foto via Wikipedia)

Alitalia, Mps, Piombino. Gli italiani invocano i “salvatori stranieri” solo quando le cose si mettono male

Luciano Capone

C'è la speranza di un salvataggio in extremis della compagnia aerea. È la “sindrome Decio Cavallo” che colpisce manager e politici, convinti di trovare uno straniero di passaggio a cui scaricare un bidone

Roma. Esclusa (per adesso) l’ipotesi dell’ennesimo salvagente pubblico, la cosa più plausibile nel futuro di Alitalia sarebbe un periodo di amministrazione straordinaria che porterà alla vendita degli asset o alla liquidazione dell’ex compagnia di bandiera. Ma c’è sempre la speranza di un salvataggio in extremis, riposta in una possibile vendita a Lufthansa, anche se in verità i tedeschi non sembrano entusiasti di accollarsi la patata bollente dopo la bocciatura del piano di ristrutturazione nel referendum dei lavoratori. C’è però chi ci crede. È la “sindrome Decio Cavallo” che colpisce gli italiani, manager e politici, convinti di trovare uno straniero di passaggio a cui scaricare un bidone. Proprio come Totò, che nella famosa scena di “Tototruffa ’62” riesce a vendere la fontana di Trevi al ricco americano Decio Cavallo. Prima si difendono l’italianità, l’interesse nazionale e il valore strategico di un’azienda quando vale ancora qualcosa dall’acquisto degli stranieri, poi appena è sull’orlo del fallimento si cerca disperatamente un tycoon cinese, uno sceicco arabo, un miliardario russo, una banca americana, chiunque abbia i soldi per prendersi il pacco. Accade con Alitalia, lo si è visto con il Monte dei Paschi, le acciaierie e con qualsiasi azienda in crisi, incluse le squadre di calcio. Ma noi non siamo Totò, nel mondo non ci sono tanti Decio Cavallo e soprattutto il mercato non è un film.

Lufthansa era interessata all’acquisto di Alitalia nel 2007, quando aveva in mente un piano per la privatizzazione di Alitalia, ma si ritirò dopo aver capito che i sindacati erano contrari ai tagli e la politica voleva difendere l’italianità dalla “svendita” ai tedeschi.

 

Dopo Lufthansa è arrivato l’interessamento di Air France, ma ancora una volta i sindacati hanno bocciato il piano e i relativi esuberi. Soprattutto si è aggiunta la campagna elettorale, con Silvio Berlusconi che rilancia il tema dell’italianità con il relativo terrore che, attraverso la cessione ad Air France, i francesi rubino i turisti all’Italia dirottandoli da Roma a Parigi. Si è visto come è andata a finire, con la vendita ai capitani coraggiosi e le operazioni di sistema pagate a caro prezzo dai contribuenti, che non sono riuscite a rilanciare l’azienda né a salvare gli esuberi. Quando le alternative erano poche andavano bene anche gli arabi di Etihad e ora che le cose si mettono veramente male si chiede in ginocchio ai tedeschi di prendersi Alitalia. Magari anche regalata, rispetto al prezzo che pochi anni fa era una “svendita”. Solo che ora sono i tedeschi a non essere più interessati, perché l’azienda ha poche speranze di rilancio, non c’è mercato.

  
Qualcosa di simile è accaduto con il Monte dei Paschi, che per anni si è difeso in tutti i modi dall’invasione degli stranieri. Dove come stranieri vanno intesi quelli fuori dalle mura cittadine della città di Siena. Altro che “italianità”, l’interesse strategico era la “senesità” della banca, che la politica locale difendeva attraverso il controllo della Fondazione che deteneva oltre il 50 per cento del Monte. Quando poi le cose si sono messe davvero male, i senesi non solo hanno perso la “senesità” della banca ma hannno anche bruciato il patrimonio della Fondazione. A quel punto, per salvare la banca sarebbe andato bene chiunque, toscano, italiano, europeo o extracomunitario. La soluzione doveva arrivare dalla cordata di banche straniere coordinata da JP Morgan che avrebbe dovuto garantire l’aumento di capitale da 5 miliardi. La speranza finale e la punta di diamante della cordata doveva essere l’emiro del Qatar, che con il suo fondo sovrano, avrebbe dovuto investire un miliardo. Si sa poi come è andata a finire, dopo il referendum costituzionale JP Morgan e gli emiri si sono dileguati e il salvataggio è finito sul groppone dello stato.

  
Il Decio Cavallo dell’acciaierie di Piombino è invece algerino, il magnate Issad Rebrab, accolto come un salvatore della patria dal governatore toscano Enrico Rossi e pochi giorni fa messo in mora dal governo. Il ministro Calenda ha denunciato le inadempienze contrattuali della società algerina Cevital di Rebrab, che da quasi due anni promette investimenti milionari sulla siderurgia ex Lucchini a Piombino per produrre acciaio attraverso forni elettrici e costruire un polo logistico nell’area portuale. Erano stati promessi investimenti fino a un miliardo di euro ma finora sono stati effettivamente versati meno di cento milioni. Non dissimile, anche se ancora aperta, è la vicenda dell’Ilva, contesa da due gruppi indiani.

 

In tutte queste crisi aziendali la costante ricerca di un cavaliere bianco, un ricco sceicco o un papa straniero si basa su alcuni requisiti fondamentali: l’investitore estero deve salvare l’azienda, mettere un sacco di soldi, senza fare ristrutturazioni dolorose, senza sconvolgere troppo gli assetti politici e sindacali, possibilmente senza neppure avere il pieno controllo proprietario. Inoltre il salvataggio deve avvenire in extremis, perché l’azienda non deve essere venduta quando ancora ha un mercato e ci sono prospettive di profitto (sarebbe una “svendita” al capitale straniero) ma deve essere venduta quando non vale più niente. L’identikit di un acquirente del genere è quello di un salvatore di ultima istanza, che ragiona fuori dalle logiche di mercato, uno sprovveduto o un benefattore. Si comprenderà che in giro non se ne trovino molti.

  
A questo punto si comprende meglio la decisione dei dipendenti di Alitalia che hanno bocciato il piano di ristrutturazione puntando tutte le fiche sul salvataggio pubblico. La scelta è stata giudicata suicida e invece è perfettamente razionale. Tutti i precedenti storici ci dicono che l’intervento pubblico per salvare l’Alitalia è sempre arrivato, siamo in un anno preelettorale con i partiti molto sensibili alle richieste di spesa e, come dimostra la vittoria dei tassisti, in Italia di Ronald Reagan e Margaret Thatcher non se ne vedono. Non ci scorgono benefattori stranieri all’orizzonte, ma nel frattempo c’è già un prestito-ponte statale da 400 milioni che terrà in vita Alitalia per altri 6 mesi. Vuoi vedere che alla fine il Decio Cavallo perfetto è lo stato?

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali