Perché Padoan non firmerà a tutti i costi la prossima manovra

Chi vuol far diventare l'Italia la Lehman Brothers d'Europa? Ecco i paletti del Tesoro per navigare nei prossimi mesi

Perché Padoan non firmerà a tutti i costi la prossima manovra

Roma. I rendimenti dei titoli di stato italiani erano più alti ieri mentre lo spread con i titoli decennali tedeschi, lo spread, toccava i 210 punti. Gli investitori hanno dimostrato ancora una volta di concentrarsi sui segnali di una sclerosi politica europea, complici le imminenti elezioni francesi, e sulle doglie del sistema bancario italiano, ieri venduto a Piazza Affari, maglia nera d’Europa. Il bias negativo dei mercati verso l’Italia sembra coprire quasi del tutto i dati macroeconomici incoraggianti arrivati nelle scorse settimane – la migliore fiducia degli operatori di manifatturiero e servizi al calo della disoccupazione a febbraio –, e più in generale una fase di transizione positiva dell’economia che si avvia a diventare più robusta.

 

Gli analisti bancari inoltre sono rimasti scettici di fronte alle offerte di riforma vaghe avanzate nel programmatico Documento di economia e finanza pubblicato nei giorni scorsi dal governo, viziato forse da un eccesso di prudenza. “Il grande punto per i mercati è la politica più che lo stato dell’economia”, ha detto Fabio Fois, economista a Barclays. Un clima che secondo i vertici del ministero dell’Economia non viene considerato né benevolo – ma la percezione negativa degli investitori finanziari è ormai un riflesso quasi incondizionato per via dalla stigma del paese con il terzo debito più alto del mondo, la nostra Lehman Brothers permanente – né soprattutto capace di cogliere il senso della strategia dell’esecutivo che non può né vuole passare per le vie brevi; un modus operandi abusato nei decenni passati, ad esempio con le cicliche svalutazioni competitive della lira negli anni Settanta. Le scorciatoie non sono più ammesse, non c’è una via comoda nemmeno per ridurre il debito che deve scendere gradualmente e in modo sano, è il pensiero del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. In questo senso l’andamento stentato dell’inflazione – in frenata all’1,4 per cento a marzo dopo quattro accelerazioni consecutive – non può assicurare un calo rapido del debito pubblico. Iniziare la scalata è il modo migliore per assicurarsi la fiducia dei partner europei e lanciare segnali di cambiamento agli investitori internazionali.

 

La manovra di politica economica più discussa al momento dall’esecutivo – non senza divergenze di vedute – è rappresentata dalla prosecuzione della vendita di quote delle partecipate di stato (Enel, Fs, Eni, Poste Italiane, Leonardo), da fare transitare alla Cassa depositi e prestiti: può rappresentare l’attestato che l’Italia è impegnata a ridurre il fardello debitorio cui i mercati guardano, con un incasso di 10-20 miliardi a favore dell’abbattimento del debito, da affiancare alla cessione di una fetta del patrimonio immobiliare. La strategia tratteggia dal ministero dell’Economia ha insomma l’andamento di un percorso a ostacoli nel tentativo di guadagnare credibilità attraverso la responsabilità, un motto di Padoan. Tuttavia se non sussisteranno le condizioni per completarla – per le pressioni dei mercati e le giravolte partitiche – potrebbe non essere Padoan, un tecno-politico riformista, a completarla con la manovra finanziaria per il 2018 in autunno.

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