Non è colpa delle imprese se l'Italia continua a essere poco competitiva. Servono riforme

Cresciamo poco perché siamo zavorrati da troppa burocrazia, incertezza del diritto, instabilità dei governi. Un rapido manuale per resistere ai troppi luoghi comuni

Non è colpa delle imprese se l'Italia continua a essere poco competitiva. Servono riforme

Foto di Juan Camilo Trujillo via Flickr

Muovendoci nel filone aureo battezzato da Claudio Cerasa, possiamo spingerci a raffigurare anche un terzo “mercato”, dopo quelli del malumore e della paura, in cui il popolo italico sembra essersi irrimediabilmente impantanato. Si tratta del mercato della confusione, specie per ciò che riguarda i fatti economici: un girone infernale apparentemente non peggiore dei due precedenti, a cui è strettamente interconnesso. Tuttavia, il mercato della confusione è forse perfino più subdolo degli altri due perché genera lui stesso malumore e paura ed è un potente motore della realtà contemporanea delle cosiddette fake news. Il mercato della confusione si basa su quattro pietre angolari. La prima è quella dei luoghi comuni; la seconda è quella dei giudizi sommari. La terza è quella delle rettifiche delle statistiche regolarmente ignorate dai media; la quarta è quella della propaganda politica.

 

Un classico esempio di “luogo comune” è l’idea che l’economia italiana cresce poco perché non è competitiva. Oppure che essa cresce poco perché la produttività ristagna, come ha affermato recentemente anche un pur quotato analista come Martin Wolf in una intervista al Corriere della Sera (Ma quale produttività? Quella aggregata? O di quali settori specifici? Altrimenti non si capisce assolutamente nulla).

 

Quando la gente legge sui giornali o ascolta nei talk-show che siamo poco competitivi o che la produttività langue, pensa istintivamente che le imprese italiane e il nostro export siano “scadenti”. Ma non è così. Se il popolo italiano accetta in modo acritico questi luoghi comuni si fa una idea del tutto sbagliata di come stanno veramente le cose. Infatti, sono la nostra burocrazia, l’incertezza del diritto e i tempi lunghi della giustizia, i ritardi cronici in talune infrastrutture, i nostri servizi pubblici locali frammentati e inefficienti e l’instabilità dei governi, in realtà, a non renderci competitivi. Sono loro a frenare il pil e a disincentivare gli investimenti stranieri che, tra l’altro, sono in forte ritirata dopo il 4 dicembre, come ha ricordato l’ad di Cassa depositi e prestiti Fabio Gallia (magari, se ne abbiamo voglia, chiediamoci il perché).

 

La colpa della bassa crescita italiana non è affatto delle nostre imprese. Altrimenti non si spiegherebbe perché la bilancia commerciale con l’estero dell’Italia – esclusa l’energia – sia la quinta al mondo (dopo Cina, Germania, Corea del sud e Giappone). E perché il nostro surplus sia addirittura il quarto escludendo anche i veicoli. Infatti, senza i veicoli, la bilancia commerciale del Giappone è appena in pareggio mentre l’Italia genera circa 80 miliardi di dollari di surplus con l’estero. Il che spazza via un altro vecchio luogo comune: cioè quello che il nostro paese abbia una specializzazione “sbagliata”. Ma perché poi sarebbe sbagliata? Un’autentica assurdità. Infatti, abbiamo oltre 800 prodotti in cui siamo primi, secondi o terzi al mondo per migliore bilancia commerciale: non soltanto moda, mobili e alimentari, ma anche meccanica e farmaceutica, prodotti che generano un surplus con l’estero di oltre 160 miliardi di dollari e che ci permettono di pagare l’energia importata e tutte le materie prime di cui non disponiamo.

 

Poi ci sono i giudizi sommari. I più famosi in campo economico sono due. Il primo è che, fino a qualche anno fa, “piccolo era bello”, concetto condiviso quasi all’unanimità, mentre adesso “piccolo è (diventato) brutto”, concetto altrettanto condiviso quasi all’unanimità. Un altro giudizio sommario è che la gestione dei conti pubblici dell’Italia sia tra le peggiori al mondo. Saremmo messi male quasi come i greci. Una assoluta fesseria.

 

Sulla questione dimensionale delle imprese italiane, diciamola tutta, sono state scritte un sacco di inesattezze. Non è questione di schierarsi con il “piccolo è bello” o con il “piccolo è brutto”. E’ chiaro che le imprese micro (con meno di 10 addetti) sono deboli nel nuovo scenario globale (almeno sulla carta). Ma quelle appena un po’ più grandi continuano a fare il loro mestiere fino in fondo. E alla grande!

 

Limitiamoci a guardare ai fatti. Nel 2014 (ultimi dati Eurostat disponibili) le imprese italiane piccole e medie dell’industria con 10-249 addetti hanno esportato beni per 153 miliardi di euro, cioè più dell’intera industria della Spagna (150,6 miliardi), ovvero circa 40 miliardi in più delle imprese industriali piccole e medie della Germania (114,1 miliardi) e 92 miliardi in più delle piccole e medie imprese industriali della Francia (60,9 miliardi). Mentre le imprese industriali italiane più grandi, con oltre 250 addetti, a loro volta hanno esportato beni per altri 157 miliardi di euro, cioè nuovamente più di tutta l’industria della Spagna. Dunque, sia le imprese italiane industriali piccole-medie (10-249 addetti) sia quelle più grandi (oltre 250 addetti) esportano più di tutte le imprese industriali spagnole nel loro complesso. E’ per questa banale ragione che l’industria italiana è la seconda esportatrice in Europa dopo quella tedesca.

 

Senza contare il fatto che le micro imprese industriali italiane (con meno di 10 addetti) nel 2014 hanno esportato 7,9 miliardi di euro contro i 3 miliardi delle micro imprese spagnole e i 7 miliardi delle micro imprese tedesche. Che vogliamo fare, allora? Le buttiamo nella spazzatura le nostre micro imprese, tanto per fare contenti alcuni editorialisti?

 

Quanto ai conti pubblici, non ci stancheremo mai di ripetere che dal 1992 a oggi la gestione del bilancio pubblico italiano è stata la più impeccabile al mondo. Negli ultimi due decenni ci hanno “fregato” gli interessi sul grande debito pubblico accumulato dai politici della nostra Prima Repubblica: una eredità che essi hanno lasciato ai loro colleghi (da Amato a Berlusconi, da Prodi a Ciampi, da Monti a Renzi) e ovviamente a noi tutti. Al netto degli interessi, infatti, il bilancio pubblico italiano (il cosiddetto avanzo primario) ha accumulato il più grande surplus del mondo dal 1992 al 2016: oltre 700 miliardi di euro a prezzi correnti. Purtroppo, con la mole di interessi che abbiamo da pagare soltanto la crescita può far diminuire il rapporto debito/pil. Ma l’Italia è ancora piena di nostalgici dell’austerità. Che, per inciso, non è servita assolutamente a nulla. Infatti, il rapporto debito/pil dell’Italia è peggiorato nei due anni dei governi di Monti e Letta esattamente quanto era peggiorato con il Governo Berlusconi IV.

 

E poi ci sono le revisioni statistiche, mai così importanti come negli ultimi 2-3 anni, ma che nessuno conosce. L’Istat ha fatto un grandissimo lavoro, migliorando le rilevazioni e i metodi di stima. Tant’è che da settembre 2016 ad oggi le ultime due revisioni dei dati di contabilità nazionale hanno letteralmente cambiato la storia dell’economia italiana dell’ultimo triennio. Ma la stragrande maggioranza dei nostri concittadini lo ignora completamente, perché nessun giornale o tv glielo ha raccontato. Eppure dopo le ultime revisioni Istat risulta che la recessione italiana era già finita nel 2013 e non nel 2014. Che i consumi delle famiglie del 2015 sono stati rivisti al rialzo dello 0,7 per cento rispetto alle prime stime. Che il valore aggiunto dell’industria manifatturiera nel biennio 2014-15 è stato stimato in meglio del 2,3 per cento. Che gli investimenti in macchinari e mezzi di trasporto sono stati rivisti all’insù addirittura del 6,5 per cento! Nel biennio 2015-2016, poi, la crescita italiana del valore aggiunto manifatturiero e degli investimenti tecnici è stata nettamente più forte che in Germania e in Francia.

 

Ecco allora che l’ignoranza delle revisioni statistiche si salda con i luoghi comuni e con i giudizi sommari e il tutto alimenta la propaganda politica, ingrossando il mercato della confusione. Esattamente come nel caso degli avvisi di garanzia, sempre in grande evidenza sulle prime pagine dei giornali, anche per quanto riguarda l’economia conta soprattutto la prima notizia. Non l’ultima, regolarmente relegata, se va bene, nelle pagine interne, in base alla quale l’indagato non aveva colpe e l’economia italiana non andava poi così male…

 

Il pil del nostro paese, in realtà, aumenta poco non per colpa dei settori manifatturieri, del commercio e del turismo (che in questo momento stanno crescendo più del doppio o del triplo del pil, vedi tabella). Né per colpa delle politiche economiche che hanno cercato di stimolare l’occupazione, la domanda di consumo e di investimento: politiche che alla luce dei nuovi dati hanno funzionato piuttosto bene. No, l’Italia cresce poco perché è zavorrata, oltre che dalle costruzioni, dalla pubblica amministrazione, dalle banche e dai servizi pubblici locali (dei trasporti, dei rifiuti, del gas, ecc.). Cioè dall’apparato di struttura della nostra economia che può migliorare soltanto con le riforme. Ma chi ha il coraggio di spiegarlo agli italiani che hanno appena bocciato con il referendum proprio gran parte di quelle riforme?

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Commenti all'articolo

  • giantrombetta

    14 Aprile 2017 - 10:10

    Grazie per aver ricordato che il buon funzionamento di tutto ciò che in termini generali ed allargati definiamo "istituzioni democratiche" incide in maniera assai rilevante sui processi di crescita economica. E per aver sottolineato che la responsabilità del funzionamento delle istituzioni democratiche, servizi pubblici, burocrazia e giustizia compresi, e' tutta e solo della classe politica, ovvero di chi ci governa ed amministra. E per restare nel campo delle statistiche, uscendo dalla confusione delle chiacchiere, mi permetto di sottolineare che nella statistica pubblicata di recente sul bollettino ufficiale della Bce a proposito del funzionamento delle istituzioni democratiche dei paesi europei, l'Italia e' collocata al penultimo posto. Dietro di noi c'è solo la Grecia, classificata pero' a parametro zero. Attorno a questi dati non ho notizia dell'apertura di dibattiti ne' sui media ne' nelle aule parlamentari. Poi uno si chiede perché regna la confusione.

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