In Italia cresce il welfare aziendale

Secondo Welfare Index Pmi nell'ultimo anno le aziende hanno aumentato le iniziative nel campo della sanità integrativa, della conciliazione vita-lavoro e del supporto alla maternità

In Italia cresce il welfare aziendale

Non se ne parla molto, né spesso, ma la realtà del welfare aziendale – banalmente, welfare à l’americana – anche in Italia è in crescita da diverso tempo. Lo sanno bene gli analisti di Welfare Index Pmi che, da un paio di anni, studiano lo sviluppo di sistemi di welfare all’interno delle piccole e medie imprese italiane. Il progetto, promosso da Gruppo Generali, è realizzato con la partecipazione di Confindustria, Confagricoltura, Confartigianato e Confprofessioni, e il patrocinio della presidenza del Consiglio. L’edizione 2017 dell’indice è stato presentato alla Luiss Guido Carli di Roma.

 

Molto prima che alla parola “welfare” si aggiungesse la parola “state”, dando inizio al sistema di previdenza e assistenza statale la cui crisi è sotto gli occhi di tutti, nel Regno Unito nacquero le “Friendly Societies”, associazioni di lavoratori costituitesi per tutelarsi a vicenda attraverso un sistema di previdenza mutualistico. Era il XIX secolo, ma la validità del principio di responsabilità dei lavoratori per il proprio benessere e l'incentivo a migliorare le proprie condizioni è ancora forte. La necessità di innovare i decrepiti e decadenti welfare states, sopratutto, impone di ripensare in toto i modelli di previdenza sociale. Il welfare aziendale potrebbe essere una valida alternativa.

 

Per realizzare l’indice 2017 l’Innovation Team – Gruppo Mbs Consulting ha intervistato 3422 aziende italiane con un numero di dipendenti compreso tra i 6 e i 250, indagando quante e quali iniziative di welfare interno avessero avviato. Le iniziative sono poi state classificate da Welfare Index Pmi in dodici aree. Alcune, quest’anno, hanno registrato una crescita che rispetto alla scorsa edizione del progetto è davvero significativa.

 

La sanità integrativa offerta dalle Pmi, per esempio, sta spopolando. Il 47 per cento delle aziende ha avviato almeno un’iniziativa in quest’area, con una crescita dell’8 per cento rispetto all’anno scorso. Sono in aumento anche le iniziative a favore della conciliazione vita-lavoro e supporto alla maternità (più 9 per cento nel 2017): il 31 per cento delle aziende ne ha avviata almeno una, sopratutto per quanto riguarda la flessibilità degli orari e dell’organizzazione del lavoro. Salta poi all’occhio, per evidenti ragioni di allaccio con l’attualità, il 40 per cento delle aziende che ha avviato iniziative d’integrazione per le prestazioni del sistema pensionistico.

 

Protagoniste di questa “lievitazione” della torta welfaristica sono state, ovviamente, le imprese virtuose, o “molto attive” come le definisce il rapporto di Welfare Index Pmi. Il criterio per essere definite tali è l’aver avviato iniziative in almeno 6 delle 12 aree di intervento a favore dei propri dipendenti. La notizia positiva è che le aziende “molto attive” nel giro di un anno sono quasi raddoppiate, passando dal 9,8 al 18,3 per cento del totale. La notizia negativa, una volta tanto, non c’é. Anche perché il rapporto rileva che ormai la maggior parte delle Pmi sta muovendo i primi passi nel mondo del welfare aziendale (58 per cento) avviando iniziative in almeno 2-3 aree, e il dato è in crescita. Nel rapporto si legge che “la crescita del welfare aziendale si deve principalmente all’ampliamento delle iniziative delle imprese più attive, che prima delle altre sperimentano l’efficacia delle iniziative adottate per i propri collaboratori”.

 

Le “più attive”, dunque, spianano la strada alle più “lassiste” ma, non a caso, le “più attive” sono anche le più grandi: come in una sorta di “trickle down economy” del sistema welfaristico, esiste una correlazione evidente tra dimensioni e attivismo aziendali. “Nessuno si ricorderebbe del Buon Samaritano se avesse avuto soltanto buone intenzioni. Aveva anche i soldi” disse Margaret Thatcher in un’intervista passata alla storia. E infatti. Il problema, per le piccole imprese “poco attive”, è trovare le risorse necessarie ad attuare le iniziative di welfare aziendale e ad organizzarle in maniera efficiente. E comunque lo scopo principale – dichiarato – del welfare aziendale delle Pmi è quello di “migliorare la soddisfazione dei lavoratori e il clima aziendale”, obiettivo che il 71 per cento delle imprese dichiara di aver raggiunto, attendendosi “ulteriori miglioramenti nel lungo periodo” anche grazie alla fidelizzazione dei dipendenti. E’ naturale che i lavoratori “coccolati” o comunque tutelati dalla propria impresa abbiano, da un lato, il disincentivo a lasciarla per un altro posto di lavoro e, dall’altro, l’incentivo a lavorare duro e a contribuire al profitto dell’azienda, per “tenersi stretti” i benefits che il contratto prevede.

 

Il welfare aziendale di certo non si prende cura degli individui “dalla culla alla tomba”, come si prefiggeva quello statale dei tempi d’oro, ma senz’altro sta supplendo alle crescenti lacune che un sistema in crisi – principalmente per l’impossibilità di mantenere la sua promessa universalistica, fatta nel periodo di vacche grasse del dopoguerra – sta creando e ingigantendo, a spese di tutti.

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