Pepite d'Italia, ecco le imprese che hanno bypassato la crisi

C’è un perché dietro al fatto che siamo un paese esportatore e (ancora) esploratore. Sotto la coltre del pessimismo si nasconde un vero e proprio tesoro

Pepite d'Italia, ecco le imprese che hanno bypassato la crisi

“Mietitura” di Pieter Bruegel il Vecchio

E’ indubbio che con le cifre si può mentire come con le parole, o se non mentire confondere nelle medie le varietà preziose alla borghesia. Per questo è bene diffidare della cosiddetta macroeconomia, dove si fa di ogni erba un fascio: il buon borghese preferisce la microeconomia, che non dimentica mai l’individuo all’origine di ogni fatto sociale. Ma il peggior uso della statistica è quando la si dedica a fini retorici o propagandistici, non per sapere, bensì per far credere ai semplicioni”. Era dietro il paravento “metafisico” dei dati macroeconomici che secondo quanto scriveva l’economista liberale Sergio Ricossa (1927-2016) in “Straborghese”, pamphlet uscito nel 1980 a pochi anni dagli eccessi della contestazione, si nascondeva la “qualità”, ovvero la realtà delle cose. La mentalità che Ricossa criticava è oggi virata secondo varie gradazioni di pessimismo cosmico, leitmotiv ingombrante del discorso pubblico. E quindi i famigerati ristoranti del Cav. non possono davvero essere pieni, le imprese sono soltanto cariche di operai in odor di cassa integrazione, come “dead men walking”, e di conseguenza la nazione è perennemente sull’orlo del baratro. Dietro a una deludente performance del reddito nazionale, fermo da un ventennio, e percentuali a doppia cifra sulla perdita di capacità nel settore manifatturiero, ci sono imprese attive e vitali, delle pepite d’oro nella miniera, che fanno dell’Italia il quinto paese al mondo che vanta una bilancia commerciale manifatturiera positiva (esporta più di quanto importa) sopra i 100 miliardi di euro annui.

 

Le “pepite” sono nascoste anche perché non sono molti a portarle alla luce. Competono sui mercati internazionali, riforniscono il mercato interno di beni primari, fanno innovazione di processo e di prodotto, e creano distretti di fornitura con imprese legate alle catene globali del valore. Ne abbiamo raccolte una manciata.

 

“Ci sono centinaia
di belle aziende.
Ne scopro ogni giorno”,
dice Giovanni Tamburi, investitore
e banchiere d’affari

Ad esempio che l’agricoltura sia un settore arretrato è un luogo comune presto smentito dai fatti. Bonifiche Ferraresi nacque nel 1871 come società di diritto inglese allo scopo di bonificare laghi e paludi del centro Italia, oggi, quotata in Borsa, capitalizza 173,25 milioni, e va dal campo allo scaffale dei supermercati. E’ l’unica azienda in Europa che per quanto riguarda l’agricoltura di precisione (cosiddetta 4.0) ha tutti gli elementi dell’innovazione del settore volti ad abbattere gli sprechi, da quelli idrici a quelli di uso delle sementi: trattori avanzati collegati con telemetria, mappe satellitari di resa dei terreni, georeferenziazione, sistemi di irrigazione automatizzati, il tutto collegato con un sistema di gestione della banca dati; investimenti che hanno portato a un aumento della produzione del 19 per cento l’anno scorso rispetto all’anno precedente (a 18,3 milioni) e del margine operativo lordo dell’81 per cento nello stesso periodo (da 2,3 a 4,2 milioni). E’ la più grande impresa italiana per superficie agricola messa in produzione (6.500 ettari circa, di cui 100 dedicati alla sperimentazione con annesso un Campus universitario) distribuiti in Emilia Romagna, Toscana, Sardegna per poter garantire la stagionalità delle colture tutto l’anno secondo le esigenze della grande distribuzione (Conad, Esselunga, Bennett, ecc). E’ concentrata sull’Italia e entro fine anno andrà sul mercato con un suo brand. Ha reintrodotto la zootecnia con stalle moderne e leggere (ricoveri senza pareti né muri) costruite studiando i venti per essere areate, e monitorate per conoscere la salute delle vacche senza controlli invasivi. L’obiettivo è reinserire il concime organico nei cicli produttivi dei terreni, come in passato, e contribuire al ripopolamento di razze bovine italiane, come la Chianina in Toscana.

 

“Ci sono centinaia di belle aziende. Ne scopro ogni giorno”, dice Giovanni Tamburi, un banchiere d’affari, cercatore di “pepite”, che dal 1999 con il fondo Tamburi Investment Partners è arrivato a investire 2 miliardi di euro su imprese promettenti, attualmente ventuno, che nel 2016 hanno contribuito a dare i risultati migliori di sempre alla sua società. “Dopo vent’anni che faccio questo mestiere, nonostante il pessimismo troppo diffuso, sono convinto che tre quarti d’Italia va bene”.

 

Anche settori superficialmente considerati antichi come il tessile sfoggiano eccellenze che vestono il mondo. Il Gruppo Albini di Bergamo, ad esempio, è arrivato alla quinta generazione di imprenditori. Fondato nel 1876 è ancora a conduzione famigliare, è famoso per il cotonificio e per la filatura del ricercato cotone egiziano, che cresce solo nell’area del fiume Nilo. Ha un portafoglio clienti in ottanta paesi e rifornisce, tra gli altri, marchi d’alta moda come Ermenegildo Zegna, Giorgio Armani, Ralph Lauren, Dolce & Gabbana e, nella moda a basso costo, la catena Zara, la più grande d’Europa. Ratti, produttore di tessuti che fa capo al gruppo Marzotto, con un fatturato di 91,3 milioni di euro, dopo un periodo di difficoltà, è tornato all’utile nel 2011, con vendite in aumento nell’estremo oriente; un caso riuscito di ripresa.

 

Ci sono poi aziende di medie dimensioni che hanno bypassato la crisi e che vengono individuate annualmente dall’Ufficio studi di Mediobanca come “società più dinamiche”. Nel 2016 sono quelle che hanno realizzato un incremento delle vendite almeno del 20 per cento sia rispetto ai livelli precrisi (2007) sia a quelli del 2014 e un’incidenza del risultato sul fatturato 2015 maggiore del 4 per cento. Buona parte di queste, quasi tutte, hanno un fatturato all’esportazione molto forte (tra il 70 e il 90 per cento circa) oppure operano in nicchie particolari e sono riuscite a superare le turbolenze internazionali.

 

Le imprese esportatrici hanno superato meglio la crisi o non l’hanno sentita, ma anche
in Italia la manifattura ha buon mercato

Tra le “piccole”, con un fatturato tra 50 e 355 milioni, ci sono casi particolari di nicchie di prodotto.A&T Europe, fondata nel 1961 dalla famiglia Colletto, progetta, fabbrica e installa, componenti per piscine da Castiglione delle Stiviere (Mantova), nel 2016 il fatturato è balzato del 30 per cento grazie ai giochi olimpici in Brasile e altre manifestazioni sportive. Indel B della famiglia Berloni da Sant’Agata Feltria (Rimini) – famosa per essere stata scelta dalla Nasa nel 1982 per installare un frigorifero sullo Shuttle Columbia – realizza minibar, accessori per hotel, apparecchiature per l’aria condizionata di veicoli industriali e pullman – settore automotive dal quale deriva principalmente l’incremento delle vendite dell’anno scorso verso il nord America – oltre a televisori e prodotti d’illuminazione a led. Le esportazioni contano per il 70 per cento su un fatturato di 90 milioni.

 

Tra le “grandi” selezionate da Mediobanca, con un fatturato tra i 355 milioni e i 3 miliardi, ci sono sempre imprese a vocazioni prevalentemente esportatrice. Industrie De Nora, fondata da Oronzo De Nora nel 1923 vicino alla Stazione Centrale di Milano, inizia come industria chimica producendo disinfettanti e ora è attiva anche nella produzione di elettrodi per l’elettrochimica, tecnologie per la produzione di cloro e soda caustica, e trattamento delle acque. Fattura 372,8 milioni di euro. Le esportazioni, in primis Americhe e Asia, contano per il 98 per cento – valore più alto in termini percentuali di tutte le società considerate da Mediobanca dove figura nel 2005, 2008, 2012, 2016. Dopo avere concluso una cinquantina di acquisizioni nazionali ed internazionali Interpump Group è il più grande produttore mondiale di pompe a pistoni ad alta pressione (50 per cento del mercato mondiale) e fra i primi quattro player mondiali nel settore dell’oleodinamica. E’ quotata sul segmento Star, dedicato alle medie imprese, ed è stata fondata nel 1977 dall’attuale maggiore azionista Fulvio Montipò. Fatturato di 922 milioni nel 2016 che è realizzato per oltre l’85 per cento all’estero con i prodotti concepiti a S.Ilario D’Enza (Reggio Emilia). La più longeva delle “dinamiche” è la Giulio Fiocchi, fondata nel 1876, produce cartucce e munizioni di piccolo e medio calibro (per caccia, tiro, difesa e sport), sponsor e fornitore della nazionale di tiro a volo (tre medaglie alle Olimpiadi di Rio), ha sede a Lecco e le esportazioni coprono circa l’80 per cento del fatturato, in prevalenza fuori dall’Unione europea. Tozzi holding di Ravenna è quella che nel 2016 ha registrato un aumento record del fatturato (145 per cento) perché ha ampliato l’area di consolidamento della società, era già tra quelle considerate virtuose nel 2011 – in piena bagarre economico-politica nazionale – e costruisce impianti industriali per il petrolchimico, per le centrali di produzione di energia elettrica da fonti convenzionali e impianti per le energie rinnovabili (il 44 per cento del fatturato). C’è poi la Industria meccaniche automatiche (Ima), nota perché guidata da Alberto Vacchi, già candidato alla presidenza di Confindustria, la cui famiglia ha rilevato la società nel 1963, è leader mondiale nella produzione di macchine automatiche per confezionamento di prodotti farmaceutici, cosmetici, alimentari con al seguito una filiera d’imprese fornitrici nel bolognese.

 

Fuori dalla lista di Mediobanca, è interessante notare la vicenda della Focchi, nata come carpenteria metallica nel 1914 a Rimini, e arrivata oggi a realizzare rivestimenti esterni e vetrate per navi da crociera, edifici, grattacieli in tutto il mondo, molti nel Regno Unito, da un paese, come l’Italia, che di strutture mastodontiche ne ha ben poche – infatti realizza praticamente l’intero fatturato (55 milioni) all’estero.

 

“E’ bene diffidare
della cosiddetta macroeconomia,
dove si fa di ogni erba un fascio, cela
la qualità”, diceva Sergio Ricossa

Molte aziende devono insomma competere sui mercati internazionali per potere realizzare dei risultati importanti, ma questa consuetudine ad esempio non vale del tutto per quelle che sono connesse alla catena globale dell’industria delle industrie, l’automobile, trainata dalle produzioni italiane di Fiat Chrysler Automobiles, e sono anche concentrate sull’Italia. Ad esempio Adler Group, fondata nel 1956 da Achille Scuderi e guidata dal figlio Paolo, con 58 stabilimenti in 19 paesi, fornisce la componentistica anche per marchi a trazione italiana come Fiat, Alfa Romeo, Maserati, Ferrari, oltre a diverse case auto internazionali, fattura 1 miliardo di euro, e ha sede a Ottaviano, in provincia di Napoli.

 

“Anche questo prova che il Mezzogiorno non è mai stato – e non è – alle soglie della desertificazione industriale ma è un’area che, pur con delle criticità, ha un apparato manifatturiero di una certa consistenza e un tessuto con una forte vocazione esportativa che nei suoi stabilimenti più importanti serve l’economia nazionale, dalla siderurgia, all’aerospazio, all’Ict fino all’agroalimentare: sottovalutare tutto questo significa non capire che qui ci sono delle risorse per il paese”, dice Federico Pirro, docente di Storia dell’Industria all’Università di Bari.

 

Nella Puglia profonda si trovano altre “pepite”, come il Gruppo Casillo di Corato, nel barese, ha ricevuto il premio Industria Felix nel 2015 e nel 2016, dedicato alle imprese pugliesi che si distinguono per risultati di bilancio notevoli. Casillo ha fatturato 1 miliardo di euro attraverso attività di commercio di grano duro e di molitura. Oltre a essere la prima impresa di imprenditori pugliesi per volume di fatturato Casillo ha investito oltre un milione di euro nella ricerca in uno spin-off dell’Università di Foggia che ha messo a punto un processo per detossificare il glutine per cui potrà immettere sul mercato un prodotto per i celiaci che non elimina la sostanza che genera intolleranze alimentari bensì la rende non tossica.

 

Il Mezzogiorno è poi teatro dove sono insediati quattordici gruppi italiani ed esteri attivi nel settore farmaceutico che è l’unico ad avere aumentato la sua capacità produttiva nel 2015, secondo la Banca d’Italia. In questo settore manifatturiero per produzione di medicinali l’Italia è seconda solo alla Germania in Europa. Il rapporto sulla filiera farmaceutica italiana di Studi e Ricerche per il Mezzogiorno (Srm) dice che regioni trainanti per il settore sono Abruzzo, Puglia, Campania e Sicilia, ma anche altri territori vantano ormai qualificate presenze scientifiche ed aziendali, come esempio la Sardegna, che “nel campo delle biotecnologie, della genetica e della genomica può considerarsi un’area con cluster e competenze, studi e produzioni di eccellenza anche a livello internazionale”, ad esempio per la genetica biomolecolare come Bcs Biotech S.r.l.

Non si tratta di cercare pepite in un deserto sempre identico a se stesso ma di esplorare appena sotto la superficie del romanzo pessimista che spesso viene offerto dalla narrazione mediatica senza tenere conto di tutto il resto.

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