Le prime vittime della Brexit? Prezzi della verdura e alta finanza

In caso di fallimento dei negoziati con l'Ue salirebbero i dazi alle importazioni. Bruxelles intanto blocca la fusione tra la Borsa di Londra e quella di Francoforte

Le prime vittime della Brexit? Prezzi della verdura e alta finanza

Il London Stock Exchange (foto LaPresse)

Theresa May, il primo ministro britannico, ha ufficialmente dato avvio alla Brexit ma le incertezze politiche ed economiche offuscano gli sviluppi dei negoziati che dureranno almeno per i prossimi due anni. Oggi Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, ha ricevuto la richiesta formale della May di attivare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, che verrà poi trasmessa alla Commissione europea. Da domani, quindi, inizia il conto alla rovescia per le negoziazioni di un nuovo accordo – commerciale, giuridico, politico – che regolamenti i rapporti tra Unione europea e Regno Unito. Rivolgendosi al Parlamento, Theresa May ha detto che “ora è arrivato il momento di unirci, in quest’aula come in tutto il paese, per assicurarci di lavorare per il miglior accordo per il Regno Unito e per il migliore futuro possibile per noi tutti”.

  

 

Gli obiettivi che si è posto il suo governo sono molto ambiziosi: i conservatori vogliono riacquistare sovranità legislativa – i Tories più euroscettici, in particolare, insistono sulla necessità di non riconoscere più l'autorità della Corte europea di Giustizia –, stringere un trattato commerciale “senza frizioni” e limitare i flussi migratori dal continente europeo. Il tutto mantenendo il più possibile un rapporto di cooperazione con l’Unione europea.

 

Prove tecniche di Brexit

Il doppio senso della Borsa europea voluta da Londra e Berlino

 

Ma il rischio che May finisca col deludere le aspettative sono alti, soprattutto al cospetto della Camera dei Comuni i cui membri sono in larga parte contrari alla Brexit. Il processo di fuoriuscita dall’Ue sembra dunque ostacolato dal paradosso di un governo che vuole un’uscita “hard” ma che ha bisogno dei voti di un Parlamento che invece è più cauto e che, anche per motivi elettorali, potrebbe prodigarsi per un’uscita “soft”.

 

Tra gli ostacoli che Downing Street dovrà superare c'è il referendum per l'indipendenza della Scozia, il cui Parlamento regionale ha giusto ieri approvato la mozione di richiesta di un referendum bis per l’indipendenza dal Regno Unito. Il first minister di Edinburgo, Nicola Sturgeon, è determinata a ottenere una nuova votazione, dopo quella del 2014, nell’autunno del 2018, quando le negoziazioni con l’Europa dovranno verosimilmente essere terminate per permettere a tutti gli stati dell’Ue di ratificare l’accordo. May non ne vuole sapere: il referendum, che difficilmente può essere bloccato senza ripercussioni politiche gravi, dovrà esserci a Brexit conclusa, nel 2020 o anche più tardi.

 

Sul fronte prettamente economico, invece, gli allarmi sulle possibili conseguenze di un’uscita dal mercato unico europeo si fanno sempre più rumorosi. Il Guardian, giornale di sinistra che è fortemente anti Brexit, oggi ha riportato uno studio secondo cui dopo il divorzio dall'Ue i prezzi di frutta e verdura crescerebbero almeno dell’8 per cento, a causa dei dazi imposti ai paesi extra Ue. Per un paese come il Regno Unito che importa frutta e verdura per quasi 50 miliardi di sterline – il 71 per cento dei quali dall’Europa – la notizia è tutt’altro che positiva.

 

Infine, anche il settore dei servizi finanziari di Londra potrebbe vedere il proprio primato lentamente eroso dallo svilupparsi degli eventi. Oggi la Commissione europea ha definitivamente bloccato la fusione tra la Borsa di Londra e quella di Francoforte, un accordo che nelle parole della commissaria alla concorrenza Marghrete Vestager “avrebbe significativamente ridotto la competizione creando un monopolio de facto nel settore cruciale degli strumenti a reddito fisso”. Il London Stock Exchange, nonostante le sollecitazioni, non era infatti disposta a vendere MTS Spa, la società che controlla il 100 per cento della Borsa italiana, in mano agli inglesi dal 2007.

  

Secondo diverse fonti, però, vi sarebbe anche stato un disaccordo tra britannici e tedeschi sul luogo in cui sarebbe sorta la sede del nuovo gruppo risultato dalla fusione, con Londra maldisposta a cedere controllo ai tedeschi e Berlino che non ne voleva sapere di trasferire la sua Borsa nel caos politico della City post-Brexit. Thomas Schaefer, ministro delle Finanze di Hesse, il lander dove si trova la Borsa di Francoforte, ha infatti detto a Reuters che “nessuno sa con certezza come sarà la situazione a Londra dopo la Brexit. Le ragioni per cui la nuova sede del gruppo dovrebbe essere in Germania mi sembrano cristalline”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • bstucc

    29 Marzo 2017 - 17:05

    Ricordate la bufala dell Y2K? Stessa cosa.

    Report

    Rispondi

Servizi