Quali sono i rischi politici ed economici da osservare in Italia

Perché i fondi speculativi internazionali guardano l’Italia come la loro prossima vittima  

Quali sono i rischi politici ed economici da osservare in Italia

Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan (foto LaPresse)

In questi mesi di tornate elettorali in Olanda, Francia, Germania e poi, il prossimo anno, in Italia, per gli analisti è molto difficile isolare il concetto di "rischio politico" a quello di "Europa". Vi sono motivi legittimi per osservare i prossimi sviluppi politici in Italia con attenzione. E queste considerazioni appaiono ancora più rilevanti per quei gestori internazionali che detengono ingenti quote del debito pubblico italiano. Quali sono le ragioni di fondo che rendono, e non da oggi, l'Italia un osservato speciale? E quali le variabili politiche ed economiche tenute in maggior conto? Sono almeno quattro gli aspetti critici da osservare nei prossimi mesi.  

 

1. Instabilità Politica. In primo luogo, occorre prendere atto di come la disfatta nel referendum costituzionale, abbia inciso in maniera considerevole sulle aspettative; gettando su tutte le pur buone iniziative dell’attuale governo spesso ritenuto, a torto o a ragione, come una versione apocrifa di quello precedente. Esiste, è innegabile, uno scetticismo di fondo in relazione alla credibilità italiana nel portare a termine le riforme annunciate: riduzione del cuneo fiscale, e taglio del debito attraverso un piano di privatizzazioni. La legge elettorale venuta a mutarsi in senso proporzionale, e un sistema di partiti sempre più frammentato contribuiscono ad acuire le inquietudini sulla governabilità del paese dopo le elezioni. Un eventuale governo di coalizione fra Pd e area moderata di centrodestra appare quanto mai improbabile, e non raggiungerebbe comunque quella vasta maggioranza che ne giustificherebbe la sua ragion d’essere. La natura consociativa di una soluzione di questo tipo non verrebbe, ad ogni modo, percepita – almeno in Italia – come ottimale per la realizzazione di un ambizioso piano di riforme economiche.

 

2. Debito Pubblico. Quando si menziona questo dato Il rischio è di apparire privi di originalità. Ma un coefficiente di debito pubblico in relazione al pil del 132 per cento metterebbe anche il più immaginifico degli analisti dinanzi a notevoli preoccupazioni relative alla sua sostenibilità; soprattutto in un momento in cui non è chiara l’entità delle misure a cui lo stato sarà chiamato a far fronte per stabilizzare il sistema bancario - 20 miliardi già stanziati con il decreto salva-banche dello scorso dicembre: 5 dei quali verranno utilizzati per il Monte dei Paschi; ma rimangono ancora da sciogliere i dubbi su Carige, le due banche Venete, e la selva delle popolari. 

 

3. Insufficienza nella manovra di finanza pubblica. Una certa reputazione di disciplina fiscale viene generalmente riconosciuta al Tesoro nel contenimento della spesa corrente; ma il problema rimane quello di una scarsa incisività della manovra sul denominatore di quel rapporto: e cioè la crescita. L’abbattimento del cuneo fiscale, attraverso una decontribuzione strutturale dai 3 ai 5 punti per i nuovi assunti – per esempio – è una misura che sebbene auspicabile, corre il rischio di rivelarsi inefficace, sotto il profilo della pressione fiscale, se non associata a opportuni interventi di revisione del nostro sistema impositivo. Una rimodulazione del profilo delle detrazioni da lavoro dipendente è di cruciale importanza in questa fase: una buona riforma deve migliorarne il profilo di progressività e di equità. La trasformazione del bonus di 80 euro per i redditi da lavoro dipendente (fra gli 8.145 e i 26.000 euro), in un aumento delle detrazioni Irpef, è un intervento che va in questa direzione; in modo particolare se corroborato da misure a favore dei lavoratori autonomi; così come da maggiori incentivi alla produttività (su questo punto il precedente governo si era già adoperato attraverso i super ammortamenti).

 

4. Sofferenze bancarie e scarsa redditività del sistema creditizio. Il radicamento profondo di un problema che da fattore congiunturale (recessivo) corre il rischio di divenire un aspetto cronico e strutturale del nostro sistema bancario. I dati infondono un timore legittimo. Sugli interventi di natura sistemica pare non vi sia una convergenza nelle opinioni delle varie istituzioni coinvolte (governo, Banca centrale europea, Commissione europea, European banking authority); per quanto concerne eventuali soluzioni di mercato sinora solo il progetto FINO di Unicredit, acronimo di Failure Is Not an Option, pur nella sua complessa gestazione – il quale prevede una dismissione in blocco di 17 miliardi di sofferenze attraverso un piano di cartolarizzazioni – ha potuto vedere la luce. Allo studio vi sarebbe un piano per il Monte dei Paschi avente per oggetto una mega dismissione di circa 30 miliardi in una società veicolo – ma i dettagli non sono stati tuttora resi pubblici. Misure, nel complesso, insufficienti e soprattutto intempestive, quando non caratterizzate da un’inconcepibile opacità. Fattori che nel loro insieme si prestano al gioco della speculazione internazionale, esacerbando le vulnerabilità del nostro sistema creditizio, che la prossima ondata di volatilità nei mercati potrebbe non voler risparmiare. In particolar modo la compressione negli spread sui Cds (credit default swap) a cinque anni degli istituti di credito Italiani (dovuta a un acquietarsi delle tensioni internazionali) – di fatto delle assicurazioni sul rischio di credito – renderebbe poco costoso mettere in piedi una scommessa su un deterioramento nel profilo creditizio delle nostre banche. Ciò che in effetti accadde nel 2011, provocando le dimissioni del governo Berlusconi.

 

 

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