Trump dà il via all'oleodotto Keystone

Il presidente cambia linea rispetto al suo predecessore e avvia il revival infrastrutturale americano

Trump dà il via all'oleodotto Keystone

Una manifestazione contro l'oleodotto Keystone (foto LaPresse)

Con la decisione presidenziale di concedere il via libera definitivo per la costruzione dell'oleodotto Keystone, Donald Trump assesta il primo vero schiaffo in campo economico e ambientale all'ex inquilino della Casa Bianca, Barack Obama. Obama, infatti, aveva bloccato le autorizzazioni in linea con la linea delle associazioni ambientalisti, posizione assunta anche dalla candidata alle scorse elezioni americane, Hillary Clinton. L'ex presidente ha sempre sostenuto che il tubo era inutile perché non in grado di contribuire ad abbassare i prezzi del carburante, contribuendo al contrario ad aumentare le emissioni di gas.

 

Dopo otto lunghi anni fatti di battaglie burocratiche e permessi prima concessi e poi ritirati, la società energetica canadese TransCanada lo scorso gennaio ha ripresentato il progetto, ottenendo in queste ore l'autorizzazione a partire con i lavori. ''Apprezziamo l'amministrazione Trump per aver rivisto e approvato questa importante iniziativa'' afferma Russ Girling, amministratore delegato di TransCanada, il consorzio che costruirà l'oleodotto. Nonostante le opinioni di Obama, per molti analisti e policy maker il Keystone - che trasporterà il petrolio estratto dalle sabbie bituminose (tight oil) dell'Alberta, in Canada, fino al golfo del Messico, attraverso il Montana - rappresenta una infrastruttura energetica fondamentale per accrescere la sicurezza energetica degli Usa e rafforzare il suo ruolo di paese esportatore di idrocarburi.

 

Un report condotto da una società di consulenza indipendente, Perryman Group, su tutti gli stati americani coinvolti nel progetto (Alberta, Montana, Sud Dakota, Nord Dakota, Kansas, Oklahoma e Texas) ha stimato un beneficio economico di 9 miliardi di dollari e una creazione di 118 mila posti di lavoro tra diretti e indiretti. Gli studi della National Academy of Sciences americana hanno poi dimostrato come i tubi per trasportare il tight oil siano addirittura più sicuri degli oleodotti convenzionali. L'approvazione del Keystone fa parte degli impegni presi da Trump in campagna elettorale per ricostituire un vero spirito industrialista americano, rilanciando la produzione energetica e investendo sulle costruzioni e le infrastrutture e non è un caso che il presidente Usa terrà l'annuncio ufficiale dell'inizio dei lavori dell'oleodotto insieme a Sean McGarvey, presidente dei sindacati del settore delle costruzioni del Nordamerica.

 

La linea è chiara: scansare le preoccupazioni ambientaliste e avviare un piano infrastrutturale per dare lavoro alla classe lavoratrice americana. Piano che - come confermano i media statunitensi - l'amministrazione Trump potrebbe finanziare tassando gli utili dichiarati dalle grandi aziende statunitensi che operano all'estero, proventi che andrebbero ad alimentare una nuova banca per lo sviluppo infrastrutturale del paese. La mossa di Trump è, però, anche un monito all'esterno, in particolare alla Russia e ai paesi dell'Opec, come l'Arabia Saudita o l'Iran, che sino ad ora avevano preso poco sul serio i piani energetici del neo presidente Usa, continuando a portare avanti le rispettive strategie commerciali. Gli Stati Uniti dimostrano ora di essere pienamente ingaggiati nella competizione internazionale per diventare i primi produttori ed esportatori di idrocarburi a livello mondiale attraverso una moderna e capillare rete continentale di infrastrutture energetiche. In questo schema Trump può contare sul peso geopolitico del suo segretario di stato, l'oilmen Rex Tillerson, ma anche su un profilo come l'ex governatore del Texas Rick Perry, recentemente confermato come segretario all'energia. Perry è stato l'architetto di quel "miracolo del Texas" che, favorito dagli alti prezzi del petrolio degli anni precedenti alla tempesta del cheap oil, ha visto l'economia dello Stato crescere e creare occupazione, lasciando la poltrona di governatore con un tasso di popolarità del 60 per cento.

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