"E' necessario ripartire dal Libro Bianco di Marco Biagi"

“Bisogna sostenere le imprese e le filiere che innovano e creano lavoro di qualità”. Appunti per il governo dalla segretaria generale della Cisl

"E' necessario ripartire dal Libro Bianco di Marco Biagi"

Annamaria Furlan (foto LaPresse)

Al direttore - E’ sempre importante ricordare, soprattutto ai più giovani, il sacrificio di tanti intellettuali che hanno pagato con la vita il coraggio di difendere le proprie idee. Sono passati quindici anni dal barbaro assassinio di Marco Biagi, l’uomo che con il suo “Libro bianco” si era impegnato a cambiare le condizioni del mercato del lavoro e che la Cisl stimava, pur nella nostra autonomia di opinioni, come si deve stimare chi si misura sul serio per garantire situazioni di progresso sociale ed economico nel nostro paese. Per un triste destino, sempre nel mese di marzo, ma diciassette anni prima, era stato assassinato Ezio Tarantelli, un economista illuminato, un altro uomo libero, brillante, animato da una grande passione civile e sociale. Aveva appena compiuto quarantaquattro anni quando la ‪‪mattina del 27 marzo‬‬ del 1985, in piena campagna referendaria sul taglio della scala mobile, due assassini, affiliati alle Brigate Rosse, gli spararono alle spalle, nel parcheggio dell’Università, a pochi passi dall’aula dove aveva tenuto l’ultima lezione ai suoi studenti.

 

Biagi e Tarantelli, due eroi del nostro tempo, uccisi barbaramente perché volevano un paese più libero e più moderno. Entrambi accomunati dalla stessa passione autentica per l’Europa e per una maggiore coesione sociale ed economica. Soprattutto convinti che la democrazia rappresentativa non si esaurisce nel rapporto tra istituzioni e partiti, ma che il contributo dei corpi intermedi è essenziale per il governo delle società complesse. Due riformatori autentici, insomma, che avevano colto con grande acume e lungimiranza da una parte le trasformazioni economiche e del mondo del lavoro, dall’altra, la necessità di una maggiore adattabilità della contrattazione alle esigenze della produzione, ma ponendo sempre al centro la persona umana, i suoi diritti, la dignità del lavoro. Biagi e Tarantelli giustamente predicavano l’importanza del dialogo sociale e il “primato” della contrattazione sulla legge, attraverso un ruolo responsabile delle parti sociali che resta l’elemento centrale per il rafforzamento del lavoro e per far crescere il salario e la produttività delle imprese. Fondamentale era per loro estendere il ruolo attivo dei lavoratori, sia con la contrattazione, sia con la partecipazione a tutti i livelli di decisione del sistema produttivo, perché per competere il nostro paese deve elevare la qualità dei prodotti e dei servizi, governando e non subendo i processi di digitalizzazione della quarta rivoluzione industriale.

 

Si tratta di interessare e di coinvolgere le persone nel destino di una impresa, non solo quando questa va male, ma anche quando va bene. Questo è il punto chiave, il “modello” riformista che la Cisl ha sempre portato avanti, con accordi innovativi, nazionali, territoriali ed aziendali, accettando la sfida dell’innovazione come abbiamo fatto rilanciando in questi anni la produzione in tutti gli stabilimenti della Fiat, che è solo la punta dell’icerberg dei migliaia di accordi aziendali che abbiamo stipulato dal 2009 ad oggi sulla competività e sulla qualità in tutti i settori produttivi. Quando si parla astrattamente di crisi della rappresentanza sindacale bisognerebbe far riferimento a questo ruolo indispensabile del sindacato, di mediazione essenziale per il consenso alle scelte. Il meglio del giuslavorismo italiano è venuto dagli accordi sindacali. Ecco perché l’errore più grande che è stato compiuto da tutti i governi (nessuno escluso) in questi anni è stato proprio quello di voler intervenire con le leggi sulle materie e sulle regole del lavoro, pensando che solo da queste scaturisse una maggiore crescita e una maggiore occupazione.

 

Riforme calate dall’alto con misure legislative, che invece dovrebbero affermarsi nel confronto e nel negoziato autonomo e libero tra le parti sociali, imprese e lavoratori. E anche la stessa decisione tardiva di cancellare del tutto i voucher senza un accordo con le parti sociali è un “vulnus”, il risultato di mediazioni politiche sulle questioni del lavoro. Non era questa la ricetta di Marco Biagi, che invece era un sostenitore della bilateralità e della partecipazione, che cercava di individuare con coerenza e gradualità le procedure necessarie al dialogo sociale in tutti i settori, a partire dai livelli territoriali, fino alla forme di negoziato nazionale. Il giuslavorista bolognese riteneva come noi che il problema era (e rimane tuttora) l’insufficienza di strumenti per migliorare l’occupabilità delle persone a partire dalle politiche attive del lavoro, i servizi per l’impiego, la formazione permanente, l’alternanza scuola-lavoro, l’apprendistato duale, un uso appropriato e non utilitaristico da parte delle aziende dei tirocini.

 

Cultura, formazione, innovazione e lavoro devono camminare insieme. Non c’è un prima e un dopo. Da lì bisogna ripartire oggi per una società con “more jobs” e “better jobs”, come scriveva Biagi nel suo “Libro bianco”. Ecco perché bisognerebbe sostenere con una specificità contributiva e fiscale le imprese e le filiere che innovano, formano i lavoratori, creano lavoro di qualità nei settori con elevate prospettive occupazionali (ambiente, servizi alla persona); affrontare il tema dello sviluppo del Mezzogiorno con una vera politica “differenziata” ; favorire con maggiori investimenti pubblici e privati il lavoro dei giovani con una nuova stagione di dialogo in cui ciascuno si assuma le proprie responsabilità per far uscire il paese dalla crisi e costruire un’Europa fondata sulla crescita, sull’occupazione dei giovani, sulla lotta alle diseguaglianze sociali. Questo è quello che ci attendiamo ora dal governo Gentiloni, a cominciare da una posizione chiara nel vertice di Roma di ‪sabato prossimo‬ in occasione dei sessant’anni dei Trattati europei. Nei primi anni Ottanta e negli anni Novanta, dopo aver sconfitto il terrorismo, il nostro paese trovò nella concertazione lo strumento di coesione nazionale per affrontare con il massimo consenso le necessarie riforme economiche e sociali. Vedremo se il governo Gentiloni saprà “volare alto”, cogliere questa sfida nei mesi che ci separano dal voto o se si accontenterà di gestire stancamente questa fase. Cambiare il nostro sistema economico avviando una vera democrazia economica nel nostro paese sarebbe il modo migliore per onorare la memoria e il sacrificio di tanti giuslavoristi ed economisti uccisi barbaramente per aver indicato al paese un percorso riformatore alternativo al conflitto.

Annamaria Furlan è Segretaria Generale della Cisl

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