Perché il partito del libero scambio rischia la sconfitta al G20

I temi sul tappeto sono vari, inclusi la difesa, la Russia, e la questione calda degli standard bancari ma il centro focale del confronto è sugli scambi commerciali

Perché il partito del libero scambio rischia la sconfitta al G20

Il ministro Schäuble a Baden Baden (foto LaPresse)

Roma. Karl Marx, com’è noto, era a favore del libero scambio e lo sostenne in un famoso discorso del 1848 all’indomani dell’approvazione della Corn Law, la legge con cui l’Inghilterra cancellava i dazi sul grano difesi dagli agricoltori conservatori e osteggiati dagli industriali liberali. Donald Trump certamente non è un fan di Karl Marx ma non è per questo che inclina al protezionismo.

 

Secondo sir John Bowring, governatore di Hong Kong e fanatico liberoscambista dell’Ottocento, a favore del free trade sono in genere i più competitivi economicamente e viceversa. Trump è ossessionato dagli enormi surplus commerciali di Germania e Cina, due paesi che negli scambi danno molto filo da torcere agli Stati Uniti, ed è lì che per The Donald bisogna alzare le barriere. La girandola di incontri internazionali, bi e multilaterali, di questi giorni (Merkel-Trump a Washington, Schäuble-Mnuchin a Berlino, il G20 finanziario di Baden Baden, Tillerson-Xi Jinping a Pechino) assomiglia al primo round di un incontro di pugilato (o di wrestling, di cui Trump è appassionato) in cui il partito mondiale della chiusura e quello dell’apertura dei commerci si studiano ma nel quale potrebbe scapparci anche un destro diretto. I temi sul tappeto sono vari, inclusi la difesa, la Russia, e la questione calda degli standard bancari ma il centro focale del confronto, da Washington a Baden Baden, a Pechino, è sugli scambi commerciali. Perché quest’ultimo è il dossier su cui l’elaborazione della nuova Amministrazione americana è più avanti e perché è quello che offre risultati più visibili e immediati in termini di consenso politico.

 

Secondo il quotidiano tedesco Handelsblatt, sarà un successo se il comunicato finale del G20 che si chiude oggi replicherà l’impostazione moderatamente liberale dei precedenti. Ma se nel documento non comparirà la frase di rito sulla contrarietà “a ogni forma di protezionismo”, occorrerà squillare “un campanello d’allarme”. Tuttavia, l’incontro tra i ministri finanziari e i governatori dei paesi che rappresentano i quattro quinti del pil mondiale si avvia proprio in quella direzione e segnerà con ogni probabilità un primo punto a favore di Washington nel ridisegno dei rapporti economici internazionali. Il segretario al Tesoro americano, Mnuchin, un ex banchiere pragmatico e refrattario alle ideologie, ha recapitato al vertice un messaggio inequivocabile su un guanto di diplomatico velluto: via il riferimento alla contrarietà ai protezionismi di qualunque tipo, si al “free trade” purché sia “fair”, no agli interventi unilaterali” sui cambi.

 

La Germania, consapevole dell’importanza della posta in gioco, ha difeso le posizioni liberali. Un po’ per convinzione, un po’ perché, con un surplus pari al 9 per cento del pil, è la più interessata a mantenere aperto il sistema, un po’ perché rappresenta un punto di riferimento per l’Eurozona. Pechino ha fatto asse con la Germania, come accade sempre più spesso nei fori internazionali, anche se è stata meno diretta nella manifestazione delle proprie posizioni. Il mantra ufficiale per tutti è “non vogliamo una guerra commerciale”.

 

I toni della discussione pubblica sono soft mentre sotto sotto si studiano mosse e contromosse. Il responsabile tedesco delle Finanze, Schäuble, è stato netto: si al free trade, no alla deregulation finanziaria, no alle svalutazioni competitive, se Berlino ha un alto surplus è colpa di Mario Draghi che con le sue politiche tiene basso l’euro (sic!). Pechino si è difesa dall’accusa di manipolare il cambio, rinfacciatagli poco prima del vertice dal capo negoziatore americano, Lighthinzer, ribattendo che la sua banca centrale interviene (ed è vero) per sostenerlo.

 

Ma a dispetto del suo relativo deficit competitivo, la forza politica ed economica degli Stati Uniti è tale che nessuno si può sognare di litigare con Washington. E così nella cittadina del Casinò reso famoso da Dostoïevski ne “Il giocatore”, la soluzione prende la strada di un compromesso dove il partito del libero scambio ne esce un po’ ammaccato e non gli resta che sperare nella partita di ritorno, quella che si giocherà ad Amburgo il prossimo luglio al G20 dei capi di stato dove Merkel e Trump avranno un’altra occasione di confronto.

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