It’s not the economy, stupid

C’entra l’economia con l’ascesa dei populisti? Storia di una grande fake news

It’s not the economy, stupid

Banconote con l'immagine dell'olandese Geert Wilders (foto LaPresse)

Arrivati a questo punto della storia, arrivati cioè al giorno in cui sapremo se la scintilla del populismo trumpiano avrà trovato terreno fertile nella nostra Europa e in particolare nell’Olanda di Geert Wilders, c’è una domanda importante alla quale bisogna provare a rispondere e che riguarda la natura di quelle forze anti sistema che stanno dettando l’agenda in una buona parte del nostro continente. La domanda è tanto semplice quanto complessa: da cosa dipende la crescita dei populisti?

 

Ogni movimento anti sistema, naturalmente, ha una storia a sé e coltiva rapporti non replicabili con un pezzo dell’elettorato del proprio paese in base a criteri non sovrapponibili; spesso l’unico punto di contatto tra le forze populiste è l’essere percepite (a) come unica alternativa a un sistema politico che non funziona più e (b) unica risposta a uno stato nazionale che fatica a garantire in alcune circostanze la sicurezza dei cittadini, specie sui temi dell’immigrazione. Interrogarsi sul perché i populisti raccolgono molti voti (David Carretta, oggi nel Foglio, sostiene che non saranno così tanti) facendo leva sull’insicurezza degli elettori e sulla scarsa autorevolezza delle classi dirigenti può essere utile solo se i partiti di governo eviteranno di rispondere a domande legittime (più sicurezza, più credibilità nelle classi dirigenti) con le stesse argomentazioni dei populisti.

 

Ma arrivati a questo punto della storia bisogna avere il coraggio di soffermarsi non solo sulle leve vere usate dai populisti per accrescere il proprio consenso ma anche sulle leve false. E tra queste, ovvero tra le leve false, ce n’è una importante che riguarda non solo l’Olanda ma tutta l’Europa: l’economia. Vi hanno raccontato, molti talk-show ce lo ricordano ogni sera, che l’indignazione contro la classe politica dipende prima di tutto da una serie di orrende diseguaglianze alimentate da un turbocapitalismo sfrenato che starebbe schiacciando il nostro mondo scatenando la reazione di milioni di persone, che per questo scaricherebbero la propria frustrazione contro una classe politica incapace e inetta. Le argomentazioni sono chiare e sono note ma si scontrano con una realtà che invece ci dice l’esatto opposto. Nell’Europa della minaccia populista l’economia (oops) è infatti tornata a correre a un ritmo forsennato e come ha notato ieri sul Wall Street Journal il chief global strategist di Morgan Stanley, Ruchir Sharma, tutto si può dire del nostro continente tranne che sia nel pieno di una crisi: per la prima volta dall’inizio della crisi, l’economia europea cresce più di quella americana; la disoccupazione è in calo ed è arrivata sotto il 10 per cento; la spesa legata al welfare è scesa dal 50 per cento del pil toccato nel 2009 al 46 per cento di oggi; il deficit medio dei 20 paesi dell’Ue è pari all’1,6 per cento contro il 3,3 americano; le immatricolazioni delle auto continuano a registrare numeri a due cifre (+14 per cento a febbraio, vendita di auto cresciuta del 41 per cento in Grecia); nell’Olanda dove il partito di Wilders potrebbe vincere le elezioni l’economia va alla grande (nel 2016 il prodotto interno lordo è cresciuto del 2,1 per cento e la disoccupazione è scesa al 5,3 per cento); e, come nota sempre il Wsj, persino paesi tradizionalmente restii ad autoriformarsi hanno fatto passi in avanti (pensate alla riforma del lavoro in Spagna e in Italia, pensate alla riforma delle banche in Grecia).

 

Lo stato di salute più che dignitoso dell’Unione europea dovrebbe dunque aiutarci a capire che l’ascesa dei populisti dipende da fattori non direttamente collegabili all’agenda economica del continente. Le forze anti sistema raccolgono voti sia in paesi che crescono molto (America, Gran Bretagna, Olanda) sia in paesi che crescono poco (Francia, Italia) e per questo risulta ancora meno comprensibile la scelta di alcuni leader in teoria di governo che per contrastare i populisti scelgono di sposare la loro agenda economica, incentrata su una grande fake news: l’Europa è un disastro, le riforme liberali non funzionano e il futuro è il sussidio unico universale per tutti. A oggi non sappiamo quale sarà il destino dei partiti anti sistema. Sappiamo però che l’anti europeismo non aiuterà i partiti di governo né ad avere la meglio sui partiti anti sistema né a migliorare le economie dei propri paesi. It’s not the economy, stupid.

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Commenti all'articolo

  • maurizio guerrini

    maurizio guerrini

    15 Marzo 2017 - 15:03

    Non sarei così sicuro caro direttore che, come lei dice, non sia l'economia, poiché l'inefficienza della nostra gerontocrazia politica, statale e sindacale sono economia e precisamente diseconomia, eccome. E' però certo che il problema è molto più grave e che ci viene posto dalla quotidianità di un'Olanda intelligentemente più preoccupata dall'incidente diplomatico con la Turchia di Erdogan, alla caccia di consensi fra gli islamisti in terra olandese, piuttosto che dalla possibile crescita di Wilders. Di due populismi si tratta e di quale scegliere fra i due. Fra noi italiani il problema è meno sentito perché abbiamo il "lusso" della scelta fra tre populismi nostrani, mentre quello islamico ci snobba, forse perché intimidito dinanzi a tanta perizia del vendere fumo.

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  • d2116

    15 Marzo 2017 - 15:03

    Se non l'economia cosa? Forse il cervello, la comunicazione, oggetto di mutazione All'Oxford Internet Institute stanno studiando proprio questo, come i nuovi media modificano il nostro comportamento, frammentano la mente, la chiudono dentro bolle incomunicabili tra loro . Insomma, il populismo come una sorta di risposta immunitaria errata ad un assalto cinico-mediatico. Un caso che da noi i populisti siano cresciuti a dismisura dentro il laghetto da pesca gestito da Grillo e Casaleggio? (Daniele Bartalesi)

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  • fabrizioguarniera

    15 Marzo 2017 - 13:01

    Pol. corr. e immigrati, immigrati e poll. corr...Un po' pochino...Anziché vagheggiare su motivazioni francamente debolucce converrebbe arrendersi e prendere atto della propria predilezione per la fenomenologia dell'hater...

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  • gaetano.tursi@virgilio.it

    gaetano.tursi

    15 Marzo 2017 - 11:11

    “It’s not the economy, stupid”. Quando non si poteva non essere comunisti - pena l’ostracismo culturale, sociale e, non di rado, personale che colpiva tutti quelli che osavano opporsi alla visione del mondo dove tutto è sovrastruttura tranne l’economia - questo virgolettato del direttore avrebbe faticato a meritarsi una prima pagina di un qualsiasi giornale che non fosse condannato alla semiclandestinità - genere “samizdat” per intenderci... Eppure ancora oggi il pregiudizio economicista dilaga nell’interpretazione di ogni dinamica sociale con le disastrose coseguenze a tutti evidenti. La verità è che - per giocare con le parole del direttore -: “the economy is not stupid”. Ma economisti, professori, intellettuali e capipopolo di turno devono ancora capirlo.

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