Così gli scioperi paralizzano la produzione mondiale di rame, che diventa sempre più caro

Non c’è solo l’effetto Trump dietro all’aumento delle quotazioni del prezioso metallo. Dall’America latina all’Indonesia i lavoratori si sono fermati. Ecco perché

Così gli scioperi paralizzano la produzione mondiale di rame, che diventa sempre più caro

Alcuni minatori in sciopero a "La Escondida", in Cile (foto LaPresse)

Gli analisti finanziari spiegano che è il rame uno dei migliori indicatori della ripresa economica  mondiale, ma dicono anche che le sue quotazioni possono essere determinate da fattori extra-economici. A novembre, ad esempio, il prezzo del rame è salito per effetto della vittoria di Trump, che ha promesso grandi lavori infrastrutturali. A inizio marzo Li Baomin, presidente di quella Jangxi Copper – il secondo maggior raffinatore di rame della Cina – aveva invece previsto che il ciclo di elezioni europee in agenda nel 2017 avrebbe dovuto deprimere i prezzi. Dalle cronache italiane, però, apprendiamo che i famosi furti di rame, di cui la voce popolare attribuisce la causa proprio all’insaziabile domanda cinese, continuano senza soste, dalle Alpi al Lilibeo. “Reggio Emilia: lampioni ko per rubare km di rame. Hanno agito nella notte, tranciando i cavi e lasciando aperti i tombini. I cittadini lunedì mattina hanno allertato la Municipale. Danni per decine di migliaia di euro”. “Pisa: all’ospedale di Cisanello i ladri di rame spengono pc e mensa. Il tentato furto dei cavi manda in tilt il sistema informatico delle prenotazioni Disagi anche nelle cucine: a pazienti e personale serviti scatolette e pasti freddi”. “Agrigento: Furto di cavi di rame, intera contrada al buio. Questa volta è toccato al quartiere satellite di Giardina Gallotti. A tranciare e a portare via i cavi di rame dell'alta tensione è stata una banda di cacciatori di oro rosso”. E alla Borsa di Londra i prezzi hanno ripreso a salire: più 1 per cento solo lunedì. Per una singolare circostanza, infatti, le tre miniere più grandi del mondo si trovano in questo momento ferme contemporaneamente.

 

In particolare, è arrivata al 33esimo giorno di chiusura la fabbrica cilena “La Escondida”, da dove proviene il 5 per cento di tutta la produzione mondiale di rame e il 19 per cento di quello cileno, per un totale di un milione di tonnellate all’anno. Sono 2.500 i minatori in agitazione che montano di guardia in un accampamento di fronte all’ingresso, in pieno deserto di Atacama, a sud di Antofagasta, una sorta di piccola città che a 3.100 metri di altitudine ha bagni privati, mense, sale riunione e sale stampa. I picchetti sono già arrivati alle mani con la polizia e il costo della protesta ha oltrepassato la cifra record di 650 milioni di dollari, esattamente quanto costò lo sciopero precedente, quello del 2006, durato 26 giorni. Stavolta i minatori dicono che sono pronti ad andare avanti almeno fino al sessantesimo giorno e la proprietà della multinazionale anglo-australiana BHP Billiton, dopo aver perso in Borsa il 6 per cento, per farli tornare al lavoro ha offerto a ogni minatore un bonus da 12.400 dollari, a fronte però di una richiesta di 39.000 dollari a testa, un aumento salariale del 7 per cento, e garanzie. I lavoratori affermano che negli ultimi due anni la proprietà ha licenziato mille persone e ha ridotto i costi di produzione di un quarto tagliando i salari del 14 per cento, riducendo i tempi di riposo e precludendo ai nuovi assunti di avvalersi di alcuni diritti. 

 

Il rame di Xi

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Un’altra fabbrica ferma è la “Grasberg”, che si trova a 4.000 metri di altitudine nella Nuova Guinea indonesiana, e che oltre a essere la seconda miniera di rame al mondo è anche la prima per le estrazioni di oro. In questo caso la proprietà è per il 90,64 per cento della statunitense Freeport-McMoRan e per il resto del governo indonesiano. Proprio la divergenza tra i due partner ha provocato il fermo dei 1.400 minatori. Il 12 gennaio l’Indonesia ha adottato una nuova legge che cambia il regime di concessione con quattro anni di anticipo sulla scadenza, imponendo alla multinazionale di costruire una fonderia da 2,7 miliardi di dollari e di disinvestire il 51 per cento entro il 2021. Il 17 febbraio la Freeport-McMoRan ha fermato la produzione per 120 giorni per protesta contro “l’esproprio mascherato”, chiedendo un arbitrato internazionale.

 


 

Alcuni minatori in sciopero a "La Escondida", in Cile (foto LaPresse)


 

Anche la peruviana “Cerro Verde” si trova molto “in alto”, a 2.600 metri sul livello del mare, a una trentina di chilometri da Arequipa, la città di Mario Vargas Llosa. E anch’essa appartiene alla Freeport-McMoRan per il 53,56 per cento, mentre il 21 è della giapponese a Sumitomo Metal Mining Ltd. e il 19,58 è della peruviana Buenaventura. Nel suo caso, però sono stati i 5.400 i dipendenti a scioperare a oltranza da venerdì, con lo stop di una produzione da 40.000 tonnellate al mese. Anche loro vogliono aumenti salariali e miglioramenti nelle condizioni di lavoro.

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