L’origine del nostro Frankenstein fiscale

Poll tax per ricchi, bonus per dipendenti e sconti per giovani. Così cresce un sistema incoerente

L’origine del nostro Frankenstein fiscale

Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan (foto LaPresse)

Roma. I giornali l’hanno battezzata come la flat tax dei super ricchi o dei Paperoni, anche se in realtà il provvedimento previsto nell’ultima legge di Bilancio e reso attuativo dall’Agenzia delle entrate per attirare facoltosi contribuenti stranieri non è un’imposta proporzionale ma una tassa forfettaria. Non si tratta quindi di una flat tax, ma di qualcosa che ricorda l’imposta di capitazione o il testatico che, come suggeriscono i nomi, nell’antichità imponevano il pagamento di un tributo uguale per ogni testa. Oggi la somma richiesta è 100 mila euro. L’Agenzia delle entrate infatti offre agli stranieri che vogliono trasferire la propria residenza in Italia una fiscalità di vantaggio, con un’imposta fissa di 100 mila euro sui redditi prodotti all’estero. L’obiettivo, esplicitamente dichiarato dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, è quello di attrarre in Italia attraverso una tassazione di favore individui ricchi di capitale umano e non solo, soprattutto ora che la Brexit potrebbe costringerli a lasciare la City. Il regime privilegiato si rinnova tacitamente ogni anno, può essere esteso ai familiari aggiungendo un forfait di 25 mila euro pro capite e vale per i quindici anni successivi.

 

La poll tax – così si chiamava il testatico nell’Inghilterra medievale – per calamitare facoltosi manager residenti all’estero, rendendo il sistema fiscale italiano iper-competitivo, segna in un certo senso un punto di svolta filosofico rispetto al rapporto con i sistemi fiscali degli altri paesi europei. Fino a poco tempo fa tutte le forze di governo e di opposizione denunciavano come le aliquote più vantaggiose di altri paesi, ad esempio l’Irlanda o il Lussemburgo, fossero “dumping fiscale” o “concorrenza sleale” perché sottraevano base imponibile e gettito ai paesi con le tasse più alte come l’Italia. Pertanto la richiesta più frequente della classe politica italiana era quella di una “armonizzazione fiscale” in sede europea, che ovviamente significava che tutti gli altri paesi avrebbero dovuto alzare la pressione fiscale al livello italiano (e non che l’Italia dovesse abbassarla al livello, ad esempio, irlandese). Ora anche l’Italia scopre i vantaggi della “concorrenza fiscale” tra paesi (che evidentemente non è più “sleale”) per attrarre lavoratori qualificati ed entrate per l’erario.

 

A fianco al cambio di visione rispetto al tema della concorrenza fiscale c’è però una continuità nell’approccio che offre soluzioni fiscali diverse per particolari categorie. E’ questa l’impostazione che sta dietro al “bonus 80 euro”, che ha impegnato circa 10 miliardi di euro, destinato in maniera specifica ai lavoratori dipendenti (escludendo invece i lavoratori autonomi). Ed è lo stesso approccio su cui si basa la nuova idea – anticipata proprio in un’intervista al Foglio – di Tommaso Nannicini, il consigliere economico di Matteo Renzi, che propone una fiscalità agevolata per i giovani attraverso una “dote di decontribuzione individuale” che il giovane si porta in qualunque azienda e attraverso una tassazione sui redditi più vantaggiosa per i più giovani. La proposta, che ha l’obiettivo di favorire l’occupazione giovanile spostando il carico fiscale sui più anziani, coglie una questione rilevante a lungo ignorata che è il divario economico e di opportunità tra le diverse generazioni. Probabilmente la distorsione generazionale nel sistema fiscale a favore dei giovani è una risposta all’incapacità o all’impossibilità di mettere mano alla distorsione dei “diritti acquisiti” del sistema pensionistico a favore dei più anziani.

 

Ma la stratificazione nel tempo di interventi frammentari, anche condivisibili, per ogni categoria è all’origine del nostro Frankenstein fiscale, un sistema che diventa sempre più mostruoso, disordinato e incoerente.

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