La flessibilità non basta

Se la manovra deve essere in deficit, che si facciano riforme incisive

La flessibilità non basta

Pier Carlo Padoan (foto LaPresse)

Il governo è al lavoro per il Def e naturalmente già pensa alla legge di Bilancio per il 2018. Secondo le indiscrezioni, il primo obiettivo del presidente Gentiloni e del ministro dell’Economia Padoan è disinnescare le clausole di salvaguardia che farebbero salire l’Iva (costo: 20 miliardi circa). L’altra priorità del governo è tagliare ulteriormente le tasse sul lavoro per un’entità pari al “bonus 80 euro” (costo: 10 miliardi circa). I propositi sono condivisibili, perché l’aumento dell’Iva strozzerebbe i consumi e la detassazione strutturale del lavoro andrebbe a compensare gli effetti della fine della decontribuzione per cercare di far ripartire le assunzioni. Il problema, come ogni volta, è il reperimento delle risorse: le voci principali sono la lotta all’evasione, la spending review e una maggiore “flessibilità” di bilancio, con un rialzo del deficit dall’1,2 per cento previsto al 2 per cento.

 

L’esperienza sembrerebbe suggerire che soprattutto in un anno preelettorale il terzo pilastro, il maggior deficit, sarà quello portante, ma probabilmente non sarà sufficiente a convincere la Commissione europea sulla tenuta della costruzione. A questo punto sarebbe dannoso far scattare l’aumento dell’Iva, ma è altrettanto evidente che non si può chiedere all’Europa flessibilità in cambio di nulla. Basterebbe mettere sul piatto una serie di riforme a lungo rinviate: disboscamento della selva pietrificata delle partecipate, ricalcolo contributivo (ora che si parla di “vitalizi”) delle pensioni retributive, riallocazione del bonus 80 euro come taglio strutturale dell’Irpef e una vera legge sulla concorrenza. A Bruxelles apprezzerebbero, ma soprattutto ne gioverebbe l’economia italiana.

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Commenti all'articolo

  • robyv73

    07 Marzo 2017 - 07:07

    Si legge che la. Uova IRPEF dovrebbe prevedere tre scaglioni il più alto del 42% o 43% verrebbe applicato a chi ha un reddito annuo lordo da 28.000€ all'infinito, come si fa a paragonare chi guadagna circa 1600€ netti al mese con chi ne guadagna 5000 o 10000 o un milione è un mistero che cozza con la proporzionalità costituzionale dell'imposta. Una revisione di questo tipo contribuirebbe ad ammazzare definitivamente il ceto medio, storicamente quello che può permettersi di spendere non solo per la sussistenza e quindi quello che fa girare veramente l'economia. Purtroppo questa politica impegnata sempre di più a fagocitare denaro da buttare in un pozzo senza fondo non è interessata al fatto che più soldi toglie ai cittadini meno soldi rimangono per far girare l'economia, forse ci vogliono tutti poveri per poter finanziare meglio le cooperative di assistenza da sempre amiche dei politici?

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