Vietare i voucher alle imprese significa incentivare il lavoro nero

La sbandata (troppo) sinistra del ministro Giuliano Poletti

Voucher lavoro

Nel 1938 Churchill criticò l'atteggiamento accomandante del governo guidato da Chamberlain nei confronti della Germania nazista con un'espressione emblematica: "Vi è stata data la possibilità di scegliere tra la guerra e il disonore. Avete scelte il disonore, e avrete la guerra". La storia non andrebbe scomodata con leggerezza e chi scrive si scusa dunque con il lettore, ma questa citazione dello statista britannico mi è venuta stranamente alla mente ascoltando il ministro Poletti in conferenza stampa.

 

Il responsabile del Lavoro e del Welfare del governo Gentiloni ha rinnegato i voucher, proponendo di limitarne l'uso alle sole famiglie per i piccoli lavori domestici, vietandolo dunque per le imprese. L'esecutivo vuole evitare il referendum sui voucher indetto dalla CGIL, temendo che esso si trasformi nell'ennesima guerra fratricida nel PD e dintorni. Ma ciò significa rinunciare a una misura voluta con scienza e coscienza dal governo Monti (e votata dunque da PD e PDL), migliorata dal governo Renzi (che ha introdotto la tracciabilità) e che finora ha prodotto buoni frutti in termini di flessibilità e di contrasto del lavoro nero. Insomma, per evitare la guerra referendaria, si preferisce il disonore del dietrofront. Ma la guerra elettorale arriverà comunque e all'alleanza sbilenca dei populisti e dei sovranisti sarà stata dato un argomento in più non in meno.
 

Se alla deriva demagogica del dibattito pubblico italiano non si oppongono fatti, numeri e razionalità, continueremo ad arretrare come gamberi, altro che riforme e innovazione. Nel 2015 i voucher hanno riguardato appena 303mila persone, pari all'1,3% della forza lavoro italiana, per una media di 63,8 voucher a testa (cioè 638 euro annui). Di questi, il 77% è rappresentato da studenti, pensionati e persone che hanno un altro impiego, cioè soggetti per cui il voucher è effettivamente uno strumento sussidiario. Solo il 23% dei percettori di voucher nel 2015 (cioè meno di 70mila persone) potrebbe essere oggetto di un uso distorto del buono lavoro. Dunque cosa si fa, si butta a mare uno strumento che ha favorito l'emersione di lavoro e il contrasto del lavoro nero per paura di qualche possibile abuso, o si lavora in concreto per migliorare la norma e colpire chi la viola? Con lo stesso argomento iconoclasta da CGIL e dei promotori del referendum, andrebbero abolite tutte le norme che qualcuno viola! Ad esempio, come ha ricordato Roberto Cicciomessere su Strade, l'Istat ha stimato nel 2014 circa mezzo milione di falsi part-time: aboliamo anche i contratti a tempo parziale, così utili per milioni di lavoratori e famiglie, solo perché qualcuno ne abusa? Sarebbe pura follia. Se si aboliscono tout court i voucher, aumenta il lavoro nero, non i contratti. Purtroppo - e qui c'è il dilemma per il governo e la maggioranza - apportare semplici modifiche all'istituto dei voucher non metterebbe al riparo dal referendum: su richiesta dei promotori, la Corte di Cassazione si limiterebbe a traslare il quesito sulle nuove norme. A queste condizioni, sarebbe meglio lasciare invariata la legge sui voucher e affrontare il referendum, invitando gli italiani a un esercizio di realtà. Tanto siamo già in guerra.

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