Perché rumor e smentite su Generali minacciano la serenità di Intesa

Analisi dei potenziali risvolti critici per la prima banca italiana dopo il ritiro dell’ipotesi di acquisizione. Intanto gli osservatori guardano ad Unicredit e alla partita su Mediobanca

Perché rumor e smentite su Generali minacciano la serenità di Intesa

L'ad di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina (foto LaPresse)

Roma. Intesa Sanpaolo ha infine ritirato l’ipotesi di acquisizione delle Generali venerdì scorso dopo averla lasciata correre per settimane perché non ha trovato valide combinazioni industriali con l’assicurazione triestina. Carlo Messina, ad di Intesa, aveva dato motivo di credere alle indiscrezioni, salvo poi compiere una definitiva retromarcia. Ci sono potenziali risvolti critici da analizzare per la prima banca italiana e, in prima analisi, degli interrogativi da rivolgere ai grandi media che hanno seguito la vicenda.

 

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Sabato scorso i grandi quotidiani hanno invertito il senso della notizia: per il Corriere della Sera e per il Sole 24 Ore, Intesa ha “bocciato” l’operazione, quando in realtà vi ha rinunciato – è come se Intesa avesse “bocciato” se stessa. Il motivo sotteso all’accortezza dei quotidiani d’establishment è innanzitutto economico. Intesa è stata a lungo socio di Rcs MediaGroup e poi ha fatto da advisor, con Intesa Imi di Gaetano Micciché, a Urbano Cairo che ne è diventato il primo socio battendo la cordata sponsorizzata da Mediobanca in una contesa epocale per gli assetti del capitalismo italiano risalente all’estate scorsa. Intesa è anche tra i creditori (insieme a Bpm, Popolare Sondrio, Creval e Mps) del Gruppo 24 Ore, editore del quotidiano di Confindustria, che naviga in cattive acque. Niente di speciale. Ma spiega come mai la partita finanziaria venga invertita dalla narrazione mediatica.

 

Sebbene sia ritornato alla sua dimensione abituale di banchiere cauto, abituato a concentrarsi su partite ridotte più che su grandi acquisizioni, com’è quella di Generali, Messina ora si trova in una posizione non invidiabile per via della gestione pasticciata del dossier. Alla fine Messina ha avuto il coraggio di ritirarsi da un’operazione concertata col governo Renzi nell’autunno scorso in chiave anti francese per possibili mire di Axa su Generali, il cui senso è però di fatto caduto insieme a Renzi con il No al referendum costituzionale del 4 dicembre, ma l’ha fatto in ritardo e facendo credere il contrario al mercato portando a pretesto la difesa dell’italianità.

 

Ieri il titolo Intesa, alla prima seduta utile, ha guadagnato il 5,4 per cento (dopo avere perso il 15 nelle settimane dei rumor) e tuttora non sconta un eventuale effetto reputazionale negativo. È infatti improbabile che gli investitori vendano le azioni a ridosso dello stacco della cedola 2016, il 23 maggio, momento in cui si potrebbe notare in Borsa il contraccolpo dell’operazione di fusione annunciata e poi ritirata. Le conseguenze potrebbero tuttavia manifestarsi nella catena di comando di Intesa  per le rimostranze dei soci più nervosi.

 

La notizia è stata pubblicata per prima dalla Stampa il 22 gennaio e, fino al 3 febbraio, quando Messina ha derubricato la “mega-acquisizione” a “case study”, si sono susseguite rivelazioni circostanziate sulla possibilità di una offerta di scambio azioni (13 miliardi più 2 cash) da Intesa verso Generali. La fisionomia del takeover (Messaggero, 25 gennaio) era stata comunicata al primo azionista, la Compagnia di Sanpaolo (9,3 per cento), probabilmente avvertito con ritardo di un’idea che a Milano era sul tavolo della fondazione Cariplo, secondo azionista (4,8), di Giuseppe Guzzetti da più tempo. Un possibile sgarbo. Messina tiene molto in considerazione le Fondazioni che giudica “investitori strategici” irrinunciabili tanto che, alla cerimonia per i dieci anni della banca, il 26 gennaio, definì “stupido” invocare la loro uscita dall’industria bancaria, come invece prescrivono le cosiddette Leggi Amato e Ciampi, peraltro ricalcate da un protocollo siglato dall’Acri, l’associazione che riunisce le fondazioni di origine bancaria, e il ministero dell’Economia nel 2012. Messina d’altronde non spinge per farle uscire dal perimetro della finanza: Intesa è primo socio della Banca d’Italia (33 per cento) ma da tempo deve scendere al 3 per cento vendendo l’eccedenza, per farlo ha annunciato la cessione di una quota pari a circa il 4,88 per cento del capitale sociale per un controvalore di circa 366 milioni alla Compagnia di Sanpaolo e Cariplo in occasione della presentazione dei conti 2016 il 3 febbraio scorso – nel pieno della bagarre su Generali ciò che è uscito dalla porta di Ca’ de Sass è rientrato dalla finestra delle fondazioni.

 

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Tornando ai ricaschi della retromarcia su Generali, i fondi esteri, soci rilevanti di Intesa (65 per cento), avevano manifestato contrarietà. L’incarico di Messina e del presidente Gian Maria Gros-Pietro, secondo rumor che serpeggiano in queste ore, potrebbero perciò essere messi sotto scrutinio, anche se il cda, nominato l’anno scorso, non è in scadenza. Sono voci velenose per la prima banca italiana che, per quanto abbia gestito  con poca cura una partita politica, rischia di trovarsi esposta a venti avversi inutilmente. I rumor portano rumor. L’altra partita che ora eccita gli osservatori è l’ipotetica presa di Mediobanca da parte del suo primo socio Unicredit che con l’ad francese Jean Pierre Mustier ha appena portato a successo l’aumento di capitale più grande di sempre a Piazza Affari (20 miliardi). L’idea è stata smentita dal direttore generale di Unicredit, Gianni Franco Papa, il quale dice di non avere bisogno di una banca d’investimento avendo già una divisione ad hoc. Ma è questo il rumor che terrà in ostaggio la Borsa d’ora in avanti. Finché non scoppia. 

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