Trump dovrà “fare” per evitare il gran collasso a Wall Street

Il mercato vive delle promesse del presidente. Ma la storia dell’analisi tecnica mostra che gli indici ai massimi non durano

Alberto Brambilla

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Trump dovrà “fare” per evitare il gran collasso a Wall Street

Donald Trump (foto LaPresse)

Roma. Gli investitori aspettano con pazienza di capire se le promesse elettorali del presidente degli Stati Uniti Donald Trump si trasformeranno in politiche concrete, e intanto Wall Street è ai massimi da un decennio. Gli analisti, però, iniziano a vedere nubi in avvicinamento, e cercano di rilevare segnali di cedimento nell’andamento euforico dell’indice S&P 500, misura delle principali società americane quotate. La settimana scorsa l’S&P ha chiuso di nuovo a livelli record, è cresciuto più del 10 per cento dall’elezione di Trump nel novembre scorso, e secondo Cfra, società d’analisi indipendente, in questi primi due mesi del 2017 ha già raggiunto l’obiettivo di fine anno a 2.361 punti. I profeti di sventura, che prevedevano sconquassi con l’arrivo del maverick newyorchese alla Casa Bianca, per il momento avevano torto. E infatti non tutto luccica.

 

I più importanti settori dell’indice (beni di consumo, tecnologia, sanità, minerari e industriali) hanno fatto meglio del mercato, ma i titoli dell’edilizia e dell’ingegneria che erano schizzati sulle promesse di grandi investimenti infrastrutturali di Trump sono appena tornati sulla terra e hanno concluso in calo le sedute delle ultime tre settimane, dice Bloomberg. I motivi d’ottimismo non mancano – dall’atteggiamento positivo verso Trump dei grandi ceo a una postura rivista e meno aggressiva di Washington verso la Cina fino all’amore con il Giappone di Shinzo Abe. Tuttavia, d’ora in poi non sembra che i mercati abbiano molti appigli validi per macinare nuovi record in Borsa con la stessa facilità. La stagione dei conti è finita, 410 aziende su 500 del S&P hanno pubblicato la trimestrale di fine anno. In media i guadagni sono stati migliori delle attese degli analisti. Ma il rally di Borsa delle ultime settimane può essere solo parzialmente attribuito ai risultati economici, e deriva soprattutto dalle prospettive di crescita future. Gli investitori guardano a ciò che potrà fare aumentare i ritorni nei prossimi anni – in pratica la riforma fiscale promessa da Trump in campagna elettorale che è tuttora difficile da decifrare.

 

Nell’ultima conferenza stampa, Trump ha solo citato il pendente pacchetto “fenomenale” di riforme fiscali, e al contrario ha speso molte parole per bastonare i grandi media che lo criticano. Il mercato si aspetta qualcosa di potabile e soprattutto di concreto il 28 febbraio prossimo, quando Trump dovrebbe offrire indicazioni sulla politica fiscale davanti al Congresso. Wall Street non potrà ignorare Washington e vivere nella sua speciale bolla ancora a lungo: la storia e l’analisi tecnica dimostrano che quello che sale prima o poi scende. E, sotto la superficie, l’S&P sembra al limite. Le aspettative sono molto alte: il rapporto del prezzo attuale di un’azione e gli utili attesi stimati dagli analisti nei prossimi 12 mesi è di 17,6 volte (forward price/earning ratio), a segnalare che il mercato è disposto a pagare molto per avere il livello di utili attesi al denominatore.

 

E’ un valore anomalo (la norma è il 13-15 per cento) ed è la prima volta che arriva a questi livelli dal 2004, sopra la media degli ultimi venti anni (17,2), riporta il Financial Times. Per questo motivo la banca Cantor Fitzgerald prevede una correzione del 5-7 per cento del S&P a breve. Chi pensa che valutazioni elevate non siano preludio di turbolenze ha altri indizi da osservare. L’indice giapponese Nikkei ha raggiunto i massimi nel 2000 e nel 2007, e poi si è fermato. Di solito l’S&P, l’ultimo bacino dal quale gli investitori escono, lo segue. Il Nikkei è in stallo da gennaio, mentre l’S&P è su del 5 per cento. Sono scricchiolii che solo Trump può fermare mantenendo le promesse e sfidando i corsi e ricorsi storici di Borsa. 

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