La globalizzazione statistica costa cara alla Cina

La revisione dei criteri ha classificato come debito estero ciò che prima non era

La globalizzazione statistica costa cara alla Cina

Roma. Nulla è più relativo del dato economico, convenzione statistica assai più che quantità reale e perciò sfuggente e solitamente incompreso. Perciò accade, e accade di frequente, che il dato muti al mutare dei pensieri che lo esprimono, con ciò provocando fraintendimenti e talvolta notevoli problemi. Il caso del debito estero cinese riportato nell’ultimo International debt statistics della Banca mondiale, lo illustra con chiarezza.

 

L’amministrazione cinese, la State administration of foreign exchange, (Safe) ha deciso di migliorare la qualità e la trasparenza delle statistiche del proprio debito estero (dal che si deduce che prima i dati fossero scadenti e opachi) aderendo agli standard internazionali, gli Special data dissemination standard (Sdds). 

 

Un altro passetto della Cina verso la globalizzazione, stavolta statistica, preludio necessario all’ingresso del paese nel club dei paesi che contano. Non a caso solo nel 2015 il Fondo monetario internazionale ha concesso l’inserimento dello yuan cinese nel paniere per il calcolo del valore dei suoi Sdr, i diritti speciali di prelievo, ossia la moneta-conto del Fmi. La revisione dei criteri statistici ha classificato come debito estero ciò che prima non era, modificando sostanzialmente anche la posizione degli investimenti internazionali (International investment position, Iip). 

 

Il risultato è che la Cina d’improvviso, ha scoperto di avere assai più debiti esteri, sia a lungo che a breve termine. Nel 2014, secondo i dati raccolti dalla World bank, il debito esterno rivisto ammontava a quasi 1,8 trilioni, che sono 1.800 miliardi, aumentato dell’85 per cento rispetto al dato pre-revisione, di cui il 70 per cento era a breve termine. Ovviamente è tutta la struttura del debito a esser peggiorata: il rapporto debito/GNI e quello fra debito/esportazioni sono arrivati al 17,2 e al 64 per cento dal 9,3 e 34,8 per cento. 

 

 

Il dato è lievemente migliorato nel 2015, portandosi a circa 1,4 trilioni, dei quali il 65 per cento a breve termine, il 12 per cento con garanzie statali e il restante 23 per cento privato. Ma il 2015 è anche un anno di notevoli deflussi esteri, come se gli investitori si fossero improvvisamente accorti della rischiosità dei loro prestiti alla Cina. Il revisionismo sovente costa caro. Quello del debito sempre. 

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Commenti all'articolo

  • Giovanni

    19 Febbraio 2017 - 08:08

    1800 miliardi di Dollari di debito per un paese di quasi un miliardo e mezzo di abitanti significa poco più di mille dollari a cittadino. Nulla in confronto ai quasi 40.000 Euro che ogni cittadino italiano, dal neonato che sta nascendo adesso all'anziano in punto di morte ha sulle spalle. E non dimentichiamo che l'Euro vale più del Dollaro. Il nostro debito di ben 2300 miliardi di Euro è il frutto tossico lasciatoci dalla generazione politica a cavallo fra gli anni 80 e 90 dello scorso secolo quando lo stato incitato da quasi tutti i partiti e sopratutto da Partito Socialista e Partito Comunista cominciò ad acquistare aziende decotte e sul punto di fallire diventando così produttore di auto, sedie, pomodori, televisori, ecc. Aziende che mal condotte, con maestranze demotivate anche perchè non potevano essere licenziati nemmeno se non andavano a lavorare, prosciugarono le finanze dello stato che comincio ad emettere buoni del tesoro e produrre inflazione parossistica che arrivò al 20%

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