I numeri dell’evasione

Voluntary disclosure, incassi e controlli solo sui grandi. Quello che i record dell’Age non dicono

I numeri dell’evasione

Spentasi l’eco sui record della “lotta all’evasione”, è il momento di qualche riflessione più approfondita: alcune indotte da una lettura della composizione delle somme riscosse, altre da tendenze strutturali del sistema che i dati non raccontano. Occorre anzitutto rammentare che la differenza tra gli introiti del 2016 e quelli del 2015 è tutta spiegata dagli incassi, una tantum, legati alla “voluntary disclosure”, dichiarazione postuma degli investimenti esteri di contribuenti che hanno così inteso “ravvedersi”. La “certosina attività di controllo” dei funzionari – così descritta nel comunicato stampa dell’Agenzia delle Entrate – si è in realtà esaurita in un esame dal contenuto liquidatorio: anche se la voluntary disclosure ha innescato una procedura di accertamento, il maggior gettito (4,1 miliardi) si deve nella sostanza a una riapertura dei termini per le dichiarazioni di anni pregressi, non già a un salto di qualità nell’efficacia dei controlli. Sempre guardando alla composizione dei 19 miliardi recuperati, si nota poi una conferma dei trend già in atto: in primo luogo un calo nel risultato monetario degli accertamenti (depurato dagli incassi da “voluntary”), anche in conseguenza di una diminuzione dei controlli, in parte “spiazzati” dalla lavorazione delle pratiche di voluntary disclosure.

 

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In secondo luogo, un incremento degli introiti derivanti dalla liquidazione delle dichiarazioni: 8 miliardi rappresentano il versamento tardivo di imposte regolarmente dichiarate dai contribuenti, il cui recupero avviene in modo automatizzato, senza alcun coinvolgimento degli apparati dediti ai controlli sostanziali. Questo dato, in continuo aumento, non sembra una notizia positiva, come invece qualcuno ritiene: la riscossione mediante ruoli di imposte non versate in sede di autodichiarazione non è indice di una aumentata compliance, ma semmai della perdurante crisi economica e di liquidità, e di un improprio autofinanziamento dei contribuenti a spese dell’erario. Non è poi detto che al maggior recupero non corrisponda anche un aumento delle quote inesigibili: se infatti viene a cadere la propensione al versamento spontaneo (si ripete, di imposte dichiarate a debito), è verosimile che aumenti in parallelo anche l’evasione da riscossione. Paradossalmente, insomma, dietro ai maggiori incassi da liquidazione delle dichiarazioni, potrebbe manifestarsi un aumento delle iscrizioni a ruolo rimaste non pagate.

 

E il provvedimento di “rottamazione” delle cartelle rischia di incentivare, anche per il futuro, proprio questo tipo di comportamenti. Rimane poi sul tappeto, irrisolta, l’ormai annosa questione degli incarichi dirigenziali, visto che ad oggi tutti i concorsi indetti dall’Agenzia delle entrate sono stati oggetto di impugnative che ne hanno bloccato lo svolgimento. Il clima di precarietà e insoddisfazione vissuto quotidianamente da una gran parte del personale dell’amministrazione non è certo il miglior contesto in cui costruire efficaci linee di contrasto all’evasione per il futuro. Si conferma peraltro, anno dopo anno, l’impressione di una scarsa deterrenza dei controlli proprio laddove gli stessi sarebbero più necessari: si sprecano infatti i controlli sulle grandi imprese, che tendenzialmente non evadono (per ragioni connesse alla loro rigidità organizzativa), mentre piccole imprese e professionisti, con volume d’affari inferiore a 5 milioni di euro, hanno solo una probabilità su cento di subire un controllo.

 

Certo il controllo su milioni di partite Iva non può che essere selettivo, ma è proprio in questa sterminata platea di contribuenti che si annida un’evasione di massa, magari singolarmente di piccolo importo ma nell’insieme assai significativa. Su questo fronte il contrasto all’evasione non registra alcun progresso, anzi segna decisamente il passo. Il superamento degli studi di settore, dopo anni di crisi dello strumento, lascia senza risposte il tema della fedeltà fiscale di alcuni milioni di artigiani, commercianti e autonomi, se non quella di improbabili “lotterie” sugli scontrini o di futuribili strumenti tutti da progettare, come gli “indici di affidabilità fiscale”. La “lotta all’evasione”, squarciato il velo dei record, si dimostra alla fine un espediente dialettico mistificatorio: i budget monetari vengono in gran parte raggiunti grazie alla riscossione mediante ruoli di imposte non versate in sede dichiarativa, nonché ad accertamenti basati su reinterpretazioni giuridiche di imponibili già dichiarati, mentre è scarsa o nulla la capacità dei controlli di incidere sull’evasione da occultamento. Per cui, paradossalmente, il gettito dell’attività di controllo potrà anche continuare ad aumentare senza che l’evasione diminuisca.

 

Dario Stevanato è Docente di Diritto tributario all’Università di Trieste

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