Senza riforme si muore

L’Italia resterà il malato d’Europa se non seguirà la linea Marchionne. L’allarme di Bnp Paribas, e altri dati

Luciano Capone

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Senza riforme si muore

Sergio Marchionne (foto LaPresse)

Roma. Mentre nel dibattito pubblico per molti di quelli che si affacciano nei talk show e nella politica il problema dell’Italia è l’euro, in tanti fuori dai nostri confini iniziano a pensare che il problema dell’Europa sia l’Italia. Il continente ha un sacco di problemi, soprattutto dovuti all’instabilità politica, la Brexit, l’avanzata dei populismi, il solito balletto tra la Troika e Atene sul debito greco, le elezioni in Francia, Olanda e Germania, ma i dati economici sono positivi: l’economia è in crescita da 15 trimestri consecutivi, il pil crescerà dell’1,6 e dell’1,8 per cento nei prossimi due anni, l’inflazione arriverà “sotto, ma vicino” al 2 per cento come da mandato della Banca centrale europea e la disoccupazione nella zona euro torna per la prima volta sotto il 10 per cento e continuerà a scendere nei prossimi anni.

 

Le cose non vanno invece altrettanto bene per l’Italia, che è l’unico paese dell’Eurozona a crescere nel 2017 sotto l’1 per cento (non si capisce come sia possibile che la moneta unica penalizzi solo noi). Secondo le analisi della Commissione europea, la crescita “stabile ma modesta” dell’economia italiana è comunque da attribuire a fattori esterni, come la politica monetaria espansiva della Bce di Mario Draghi (che rischia di finire a breve) e l’accelerazione della domanda globale, la stabilizzazione del deficit è dovuta essenzialmente alla riduzione della spesa per interessi, quindi ancora una volta grazie alla Bce, il debito pubblico continuerà a crescere e siamo già ben oltre il 130 per cento del pil, la disoccupazione rimane elevata e, sempre secondo la Commissione, la creazione di nuovi posti di lavoro si ridurrà dopo la fine del periodo di decontribuzione.

 

E con manovre finanziare per il rientro del deficit alle porte e la seria possibilità che il programma di acquisto di titoli di stato da parte della Bce non vada avanti a lungo, le prospettive non sono certo rosee. Pur volendo accogliere con favore i leggeri miglioramenti, questa è la cruda realtà dei dati, che naturalmente preoccupano gli osservatori più dei rischi politici in economie più sane. Ad esempio la banca francese Bnp Paribas in un recente report scrive “nella zona euro l’attenzione è rivolta alle prossime elezioni”, che presentano rischi seri ma che hanno una “bassa probabilità”, perché “in Olanda il partito Pvv anti-immigrazione e anti-Ue (di Geert Wilders) può ottenere la maggioranza dei seggi alle elezioni di marzo, ma è molto probabile che non sarà in grado di formare un governo di coalizione”. Così come “in Francia il riformista Emmanuel Macron sembra destinato a vincere al secondo turno delle elezioni presidenziali di maggio” contro Marine Le Pen. “In realtà – conclude l’analisi di Bnp Paribas – la mancanza di riforme, la crescita lenta, il settore bancario instabile e l’elevato debito pubblico elevato in Italia possono essere un rischio più grande per l’eurozona”.

 

Quindi, come dicevamo, non l’euro un problema per l’Italia, ma l’Italia un rischio per la zona euro. Naturalmente per affrontare una situazione così complicata c’è bisogno di un governo con un forte mandato per attuare riforme incisive e spesso impopolari. Che non sia questa la condizione dell’attuale situazione politica è dimostrato dalla sorte della direttiva Bolkestein: la commissione Affari costituzionali ha rinviato di due anni, fino a tutto il 2018, l’entrata in vigore della norma europea che introduce concorrenza nel settore del commercio. Tutto bloccato, le concessioni in essere vengono prorogate per due anni, incluse quelle per cui erano state avviate le procedure di assegnazione. Pochi mesi fa si alzavano le contestazioni contro la giunta Raggi che mirava a sospendere la Bolkestein per difendere i voti degli ambulanti romani e ora Parlamento e governo sembrano aver preso la stessa direzione. Ma l’immobilismo non è inevitabile e la dimostrazione arriva dal settore privato, da chi come Sergio Marchionne è riuscito a fare riforme radicali e contestate per rilanciare produttività e competitività. Tutti gli stabilimenti hanno fatto segnare aumenti di efficienza – Melfi, Cassino, Pomigliano, Sevel (record di produzione di furgoni) – e a febbraio, come da contratto, il gruppo Fca staccherà per il secondo anno consecutivo un bonus da circa 1.300 euro a tutti i suoi dipendenti. 

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