Altro che sovranismo e populismo, il 2017 può essere l'anno dell'Europa

Le istituzioni europee rimangono solide nonostante gli attacchi. Incluso il fondo salva stati con 500 miliardi di munizioni

Altro che sovranismo e populismo, il 2017 può essere l'anno dell'Europa

foto LaPresse

“L’Europa? Non la tocchiamo”, dice il gestore americano, mentre taglia una bistecca al sangue. “C’è troppo rischio politico. Tra Brexit in Gran Bretagna e rischio Le Pen in Francia, preferiamo aspettare”. Siamo a Mayfair, nel cuore di Londra, e nessuno dei trenta altri investitori presenti a cena – per lo più americani e britannici – osa controbattere. Investire in Europa è ritornato difficile: il 2017 è un campo minato di rischi politici. Il Regno Unito si appresta a invocare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, iniziando così un lungo processo di divorzio. La Grecia è nuovamente in disaccordo con i creditori europei, che a loro volta non riescono ad accordarsi con il Fondo monetario internazionale. L’Olanda e la Francia andranno alle urne nelle prossime settimane, scegliendo tra candidati moderati e il populismo di Geert Wilders e Marine Le Pen. L’Italia infine, guidata ancora una volta da un governo temporaneo, sembra prendere tempo come una squadra che arranca, sperando di arrivare ai rigori. Abituati a navigare tra dati economici e trend di mercato e spaventati dalle complessità politiche di Berlino e Bruxelles, molti investitori hanno tirato i remi in barca.

 

Nonostante il salvagente della Banca centrale europea, le vendite sui mercati hanno spinto lo spread sui Buoni del tesoro oltre il 2 per cento, un record mai toccato dal 2014: rifinanziarsi al 2 per cento in più per un anno vuol dire pagare circa 10 miliardi in più in interessi; l’equivalente di una manovra finanziaria. Siamo davanti a un bivio. Da un lato ci sono i populismi delle scelte facili: tassare le importazioni, uscire dall’euro, chiudere le frontiere. Dall’altro c’è un’Europa più forte.

 

Silenziosamente, e con meno fanfara degli annunci twittati dall’Amministrazione Trump o dal primo ministro britannico May, l’eurozona sta recuperando terreno. Da più di sei mesi i dati macroeconomici puntano al rialzo e a una crescita tra l’1,6 e l’1,8 per cento del pil, con inflazione ancora contenuta intorno all’1 per cento, escluse le materie prime. C’è aria di ripresa nei dati sulle esportazioni, sui prestiti bancari, sui consumi e anche la disoccupazione è in calo. La Spagna e l’Irlanda, che erano state etichettate tra i “Pigs” della periferia, sono cresciute al 3,2 e al 4,1 per cento nel 2016. Il motore della ripresa è la Bce, che dall’estate scorsa ha concentrato il suo stimolo sull’economia reale, anziché sui mercati finanziari. Questo vuol dire passare per le banche, che al contrario degli Stati Uniti, in Europa erogano l’80 per cento del credito e finanziano la maggior parte delle piccole imprese e dei posti di lavoro. Dal 2008 il sistema bancario europeo, ancora zoppicante, non aveva risposto ai tagli del tasso d’interesse. Ora però le banche europee si stanno rialzando in piedi, dopo aver aggiunto 250 miliardi di euro di capitale e ridotto i bilanci da tre volte e mezzo a tre volte il pil. I prestiti alle imprese, scesi di 500 miliardi di euro dall’inizio della crisi, sono cresciuti del 2 per cento a gennaio.

 

Se l’instabilità politica ferma gli investitori, c’è anche uno scenario positivo che molti ignorano. Geert Wilders è favorito in Olanda, ma da vincitore troverà un Parlamento diviso e probabilmente opposto. Marine Le Pen vincerà quasi sicuramente il primo turno elettorale, ma passare il secondo sarà molto più difficile. Emmanuel Macron, il giovane ex ministro dell’Economia e leader del nuovo partito En Marche!, è in testa. Una vittoria di Macron, insieme alla rielezione della cancelliera Merkel in Germania in coalizione con l’opposizione pro europea dell’Spd di Schulz, darebbe vita a un forte accordo franco-tedesco. Insieme la Germania di Merkel e la Francia di Macron potrebbero firmare un patto per uno stimolo fiscale, mirato a migliorare la difesa e le infrastrutture. L’uscita del Regno Unito, da sempre recalcitrante all’integrazione, a quel punto diventerebbe un vantaggio. E l’Italia? Al contrario di Spagna e Irlanda siamo rimasti indietro, immobili di fronte al dilemma elettorale. Mentre da un lato il presidente Mattarella continua a scongiurare la possibilità di elezioni anticipate, ipotesi che spaventa gli investitori internazionali, dall’altro senza maggioranza il governo fatica a implementare le riforme necessarie per la ripresa.

 

Per ripartire dobbiamo consolidare e risanare le banche, velocizzare la giustizia e centralizzare la spesa pubblica, tagliando i costi della politica e i molti sprechi a livello locale. L’esempio chiave è la Spagna, che pur colpita da una crisi immobiliare molto più intensa nel 2008 ci ha superato dopo aver consolidato banche e riformato il mercato del lavoro. Una ricerca dello staff Bce di questo mese dimostra che nei paesi dove il sistema bancario è efficiente, la produttività economica aumenta. L’Italia rimane il fanalino di coda, con più sportelli bancari che pizzerie per abitante. Ma anche noi possiamo farcela, con una nuova legge elettorale e un governo eletto dai cittadini, e senza paura di abbattere la foresta pietrificata di burocrazia pubblica e privata. Il modello economico e sociale europeo è spesso guardato dall’alto in basso dai paesi anglosassoni, perché troppo generoso in spesa pubblica e ammortizzatori sociali. Ma con le giuste riforme, proprio queste debolezze potrebbero diventare punti di forza e stabilità. La politica di Trump e della Brexit, fondata sulle divisioni sociali, ha attecchito negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, dove la diseguaglianza economica è la più alta tra tutti i paesi occidentali. In Europa, il populismo esiste da tempo, ma è rimasto ai margini. E in un paradosso della storia, oggi sono la Germania e la Francia a ricordare agli Stati Uniti l’importanza dei diritti civili. 

 

Dopo otto anni di crisi e venticinque dalla firma del Trattato di Maastricht, l’Unione europea e l’Eurozona rimangono sotto attacco, tra il populismo di Trump e la Brexit a ovest e l’espansione di Putin a est. Ma anche nei paesi colpiti più duramente, la maggioranza dei cittadini continua a sostenere il progetto europeo, come riportato dall’eurobarometro della Commissione. Le istituzioni europee rimangono solide, incluso il fondo salva stati, con 500 miliardi di munizioni. Il 2017 sarà un anno duro. Ma l’Europa potrebbe uscirne più forte di prima.

 

*Capo strategie macro Algebris Investments e gestore del fondo Algebris Macro Credit

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