Cosa c’è dietro la guerriglia tra Draghi e Trump sulle regole bancarie

Che si vada verso l’inasprimento delle regole o verso una deregolamentazione la finanza europea rischia molto

Cosa c’è dietro la guerriglia tra Draghi e Trump sulle regole bancarie

Mario Draghi (foto LaPresse)

Roma. Si dice che le guerre moderne si combattano a suon di hackeraggi. Ma gli eserciti informatici non hanno soppiantato le altre guerre, per esempio quelle che si combattono a colpi di fioretto in stanze ovattate, ai tavoli negoziali dove si decidono in giro per il mondo le regole del commercio e della finanza internazionali e dove un capoverso può muovere trilioni di dollari. Lo scontro in atto dentro il Comitato di Basilea per la Supervisione bancaria tra Stati Uniti ed Europa sui nuovi requisiti di capitale dei grandi istituti di credito è una di quelle guerre e il Vecchio Continente rischia di perderla. Soprattutto, dopo che sul negoziato si è abbattuto, per interposta persona, il ciclone Donald Trump.

 

La lettera che il vicepresidente della Commissione Servizi finanziari della Camera dei Rappresentanti, Patrick McHenry, repubblicano e uomo di fiducia di The Donald, ha scritto a Janet Yellen pochi giorni fa – una lettera nella quale ha diffidato la stessa governatrice della Federal reserve dal portare avanti negoziati “su norme vincolanti finché il presidente non avrà nominato funzionari che abbiano come priorità gli interessi dell’America” e ha bollato i colloqui di Basilea come frutto di “un opaco processo decisionale” – è un missile a doppia testata. Con essa Trump, infatti, da un lato ha delegittimato la numero uno della Banca centrale americana, prossima alla scadenza e attaccata più volte in campagna elettorale, dall’altro ha fatto capire che è pronto a ridurre  il foro di Basilea a un “club di chiacchere” chiudendo il confronto multilaterale per passare a trattative one to one, se non a un “rompete le righe” generalizzato. In tutti i casi il sistema bancario europeo, che certo non gode di ottima salute, rischia grosso.

 

Il Comitato di Basilea è un foro di confronto voluto dalle maggiori Banche centrali (dopo il crac della tedesca Herstatt nel 1974) per la fissazione di regole volte ad assicurare stabilità e un terreno comune di competizione tra i diversi sistemi finanziari. Nel tempo il Comitato ha prodotto vari accordi. L’ultimo, denominato Basilea III, sul quale ora si tratta, è degenerato nei mesi scorsi in una specie di rissa felpata tra le due sponde dell’Atlantico. Oggetto del contendere sono in particolare i criteri che presiedono alla costruzione dei modelli interni con i quali le banche, soprattutto quelle europee, “tarano” il loro fabbisogno di capitale di vigilanza in funzione della rischiosità degli asset. I negoziatori americani accusano le controparti europee di consentire un uso spregiudicato dei modelli interni ai loro vigilati mettendo a repentaglio la stabilità degli intermediari e propongono un inasprimento dei criteri che se accolto nella misura attuale penalizzerebbe notevolmente gli istituti di credito europei. Secondo uno studio di Pricewaterhouse, l’impatto del complesso delle misure proposte dal Comitato determinerebbe una carenza di capitale tra i 500 e gli 800 miliardi per le prime cento banche europee, cifre di fronte alle quali anche l’aumento monstre di Unicredit  impallidisce. Secondo Pricewaterhouse sarebbe “irrealistico” pensare di ricorrere al mercato per un fabbisogno di queste proporzioni vista la “modesta performance” degli istituti, ma sarebbe anche molto problematico coprirlo riducendo i costi con una stretta lacrime e sangue.

 

Anche un ammorbidimento del rigore implicito nelle proposte lascerebbe tuttavia sul campo morti e feriti. Basta pensare che secondo quanto riportato dal quotidiano tedesco Welt mediante l’utilizzo dei modelli interni la Deutsche Bank, pur avendo un volume di business di quasi 1.700 miliardi, ha ridotto la sua esposizione al rischio a 385. Ma anche parecchie banche italiane sarebbero fortemente in difficoltà con un’eventuale stretta sui modelli interni. L’iniziativa a sorpresa di Trump lancia ora la palla ancora più avanti e Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea, ha risposto che una deregolamentazione “non è necessaria”. Non sono ancora chiare le intenzioni di Washington. È tuttavia improbabile che la nuova Amministrazione voglia proseguire con uomini nuovi sulla linea seguita fin qui dalla Federal Reserve, anche se Thomas Hoenig, ex componente del board della Banca centrale americana e, secondo il Wall Street Journal, candidato a succedere alla Yellen, sembra più propenso a un inasprimento che a un allentamento delle regole. Più probabile invece è che Trump vada oltre l’alternativa inasprimento-allentamento e punti a una deregolamentazione tout court tentando al contempo di convogliare il negoziato sui punti chiave del dossier su basi bilaterali e degradando il foro di Basilea a una funzione quasi simbolica. Berlino, una delle poche capitali europee a reagire, ha fatto sapere che il ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble, incontrerà a breve il suo omologo americano, Steve Mnuchin, per discutere del tema.

 

La discesa in campo di Trump non è una buona notizia per le banche del Continente. Che si vada verso un inasprimento delle regole o verso una deregolamentazione tout court, l’Europa si appresta al confronto in un momento di grave difficoltà per i suoi istituti di credito. I mille miliardi di prestiti deteriorati (la stima è della European banking authority) pesano sui bilanci e rendono problematico un ricorso simultaneo a un mercato sempre più guardingo e impoverito. Nell’investment banking (collocamenti, fusioni, acquisizioni) le banche americane dominano il circuito europeo con una quota che oggi sfiora il 60 per cento contro il 40 di solo quattro anni fa e continua a crescere. I grandi gestori americani di strumenti finanziari, l’ultimo è Tcw, vendono il debito privato e dei paesi europei perché considerato troppo rischioso. E c’è un altro fronte aperto tra Bruxelles e Washington. Ancora sotto l’Amministrazione Obama gli Stati Uniti avevano introdotto una norma che obbliga le banche estere sopra una certa soglia a raggruppare le proprie sussidiare americane sotto una holding per facilitarne il controllo. L’Ue ha allo studio analoghe misure di ritorsione che hanno provocato la rivolta degli istituti americani. In queste condizioni la marginalizzazione del Comitato di Basilea in un contesto di deregulation spinta potrebbe accelerare la corsa delle banche americane verso la definitiva supremazia in Europa.

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