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Nella contesa Mediobanca-Intesa Imi avanzano i big stranieri

Renzo Rosati

Oltre alla scalata a Generali c’è la “sfida” tra i due gruppi per i grandi deal

Nel tentativo di scalata di Intesa Sanpaolo alle Assicurazioni Generali, con speculare contrattacco, c’è un altro fronte rimasto finora secondario ma che potrebbe trovarsi in prima linea come obiettivo alternativo (ma non certo un ripiego) dell’offensiva della prima banca italiana.

 

Bersaglio meno oneroso e secondo molti analisti più logico rispetto al mega-gruppo di bancassurance che invece è apprezzato, per esempio, dal quotidiano finanziario tedesco Handelsblatt, il quale descrive il numero uno di Intesa Carlo Messina come “un abile stratega” (e fin qui difficile dargli torto) e il conglomerato che nascerebbe  “un grande player europeo indipendentemente dal fatto che singole parti di Generali possano poi andare in Germania, destinazione Allianz, e in Francia, destinazione Axa”. Ammirazione interessata?

L’altro fronte invece non ha a che vedere con presunte aggressioni francesi o tedesche all’italianità del Leone e all’apprensione del governo anche per i 70 miliardi di titoli pubblici in portafoglio delle Generali. Mentre alza il sipario su una guerra tutta italiana in vista di una ripresa del business delle banche d’investimento e dell’advisoring, la consulenza per accordi, fusioni, aumenti di capitale, piani industriali. E porta alla ribalta Mediobanca, tuttora prima merchant bank italiana. Mediobanca è principale azionista di Generali e via d’accesso al suo controllo; ma soprattutto, da sola, è molto più complementare a Intesa di quanto sia il gruppo triestino con assicurazioni e risparmio gestito, dove le sovrapposizioni sono enormi e complesse, e potrebbero creare problemi di Antitrust, di organico, di modelli di gestione clienti. Invece nel merchant banking Intesa è presente con Banca Imi, che nel 2016 si è piazzata solo alla ventesima posizione. La classifica di Thomson Reuters vede appunto ai vertici Mediobanca (nonostante la sconfitta registrata su Rcs Mediagroup, e dall’altra parte con Urbano Cairo c’era proprio Banca Imi), con il 34,3 per cento di quota di mercato, 35 accordi del valore di 23,6 miliardi. Banca Imi ha il 4,9 del mercato, 30 deal e 3,3 miliardi. La graduatoria non tiene conto della fusione da 46 miliardi Essilor-Luxottica, realizzata nel 2017 con Mediobanca advisor unico, il che ne rafforzerà la leadership.

 

I colossi esteri sono in grande rimonta – Naturalmente la cifra più significativa non è il numero di operazioni concluse, mentre la somma delle quote di mercato supera cento perché le banche d’affari agiscono spesso in tandem. A determinare la gerarchia sono il valore e le commissioni che ne scaturiscono. Così tra i 23,6 miliardi di euro dei deal assistiti da Mediobanca e i 3,3 da Banca Imi si incuneano Morgan Stanley (20,2), Merrill Lynch (18,6) e Deutsche Bank (27,1). E poi Unicredit con 49 operazioni per 11,5 miliardi, che di Mediobanca è primo azionista. Dopo advisor brasiliani, americani, francesi, svizzeri, giapponesi, per ritrovarne un altro italiano bisogna scendere al 18esimo posto di Equita Sim presieduta da Alessandro Profumo. Per inciso: JP Morgan è 13esima, era decima nel 2015 e settima nel 2014: con buona pace del famoso complotto Matteo Renzi-Jamie Dimon. Dunque nel merchant banking Unicredit-Mediobanca valgono oltre dieci volte i rivali di Ca’ de Sass e Torino.


Benché Intesa vanti una capitalizzazione e una solidità patrimoniale superiori; e gestisca 315,2 miliardi di risparmi, mentre Unicredit ha ceduto alla francese Amundi del Crédit Agricole la Pioneer, che ne amministra 220. Dove siano le forze e le debolezze di Intesa è evidente.

 

Altrettanto chiaro è che il mercato italiano dell’advisoring è quasi ai minimi: i 57,8 miliardi di valore netto delle operazioni hanno generato un totale di 10,9 miliardi di commissioni: vale a dire circa la metà delle parcelle incassate nel 2016 dalla sola JP Morgan, che nella classifica di Coalition Development, società di analisi londinese, è prima al mondo nel 2016 seguita da Goldman Sachs, Citigroup, Bank of America e Morgan Stanley. Tra le maggiori dodici anche Deutsche Bank, Credit Suisse, Barclays, Ubs, Hsbc, Bnp Paribas e Société Générale. E nessuna italiana.

 

Operazioni globali come quella di Luxottica, e le privatizzazioni, potrebbero rivitalizzare il settore e le attività di fusioni e acquisizioni che ora nel nostro paese non sono certo in grande forma. Chi compra adesso con questo basso regime di affari fa, ragionevolmente, un buon investimento se in futuro la situazione dovesse migliorare. E salire quando si è toccato il fondo è facile.

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