Ipernormazione sull'home restaurant: in Italia la libera impresa non può essere di casa

Il fenomeno della ristorazione casalinga è in netta espansione, ma il ddl approvato alla Camera prevede limiti di 500 coperti e 5.000 euro annui. "Troppi vincoli e paletti", lamenta chi opera nel settore

Ipernormazione sull'home restaurant: in Italia la libera impresa non può essere di casa

Foto Pixabay

Il fenomeno dell'home restaurant verso la regolamentazione. Il disegno di legge per la “disciplina dell'attività di ristorazione in abitazione privata” nei giorni scorsi è stato approvato alla Camera con 326 sì, 23 no e 27 astenuti. Hanno votato a favore Pd, M5S, Sinistra italiana e Area popolare, contrari i gruppi di Lega e Cor (Conservatori e riformisti). In quanto “attività saltuaria”, “non può superare il limite di 500 coperti per anno solare né generare proventi superiori a 5.000 euro annui”. Tradotto, 10 euro a coperto, una barriera economica evidente che così azzopperebbe un fenomeno non certo marginale: secondo i dati forniti dal Centro studi turistici a Confesercenti, nel 2014 gli home restaurant in Italia hanno generato introiti pari a 7,2 milioni di euro, con 86mila eventi di “social eating”, e hanno visto la partecipazione di circa 300mila persone che hanno sostenuto una spesa media di 23,70 euro pro capite. In più sono risultati attivi più di 7mila cuochi “social”.

Salvo eventuali modifiche nel passaggio al Senato, dal ddl si apprende che le prenotazioni dovranno avvenire tramite piattaforme digitali e saranno ammessi soltanto “sistemi di pagamento elettronico”: tutto tracciabile dunque, per stoppare sul nascere ogni tentativo di evasione fiscale. Le ganasce burocratiche prevedono anche il possesso dei requisiti igienico sanitari a tutela del consumatore, la priorità agli ingredienti a km 0 per “un'alimentazione sostenibile” e la tutela delle tradizioni gastronomiche. Niente accoppiamento, poi, tra la ristorazione casalinga e l'affitto breve dell'appartamento in stile AirBnb. E ancora “assicurazione per la copertura dei rischi derivanti dall'attività e verifica che l'unità immobiliare a uso abitativo sia coperta da un contratto di assicurazione per la responsabilità civile verso terzi”. Non manca il riferimento alla “Scia”, la dichiarazione di inizio attività commerciale, pena le varie multe previste da una legge del 1991. Ma rispetto al progetto originale prima dell'approvazione è stata votata la modifica che consente una semplice comunicazione al Comune, senza iscrizioni al Rec (Registro esercenti il commercio), come ha chiarito il relatore del provvedimento Angelo Senaldi del Pd.

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Quella che ha tutti i contorni dell'ipernormazione ha l'obiettivo di “colmare un gap normativo di un fenomeno imprenditoriale in crescita, che va distinto dal settore della ristorazione vero e proprio”, spiega la deputata grillina Azzurra Cancellieri, prima firmataria del provvedimento portato in Commissione attività produttive proprio dal M5s. Di sicuro, però, “occorre trovare la giusta sintesi per fare in modo che le regole introdotte difendano gli interessi di consumatori e gestori senza sconfinare in una nuova burocrazia soffocante”, ammettono gli stessi parlamentari pentastellati.

Pur sottolineando che è stato fatto “un buon lavoro per assicurare la totale trasparenza nei confronti dei consumatori e garantire un microreddito a chi non ce la fa”, il fondatore di Gnammo - piattaforma per veicolare il social eating - Cristiano Rigon ricorda al Fatto Quotidiano che “la stessa Unione europea ha suggerito di non promulgare norme che limitino, ma che favoriscano lo sviluppo di questo mercato”, e si lamenta poi per il tetto dei 5.000 euro (“troppo pochi”). “L'obbligo di registrazione sulle piattaforme web e quello di acquisire pagamenti solo in forma elettronica impedirà l'85 per cento delle probabili aperture”, avverte Giambattista Scivoletto, fondatore di homerestaurant.com e amministratore di b&b.it. Per lui questa legge “fa brindare solo le lobby dei ristoratori”, perché, fa notare, “considerando i 76 miliardi di fatturato della ristorazione nel 2015, 10mila home restaurant con 5.000 euro di introiti annui medi rappresenterebbero solo lo 0,065 per cento di quell’enorme cifra”.

Per Confedilizia, “nel testo si leggono esclusivamente limitazioni, divieti, vincoli, restrizioni rispetto a un modo con il quale alcuni italiani tentano di darsi da fare per migliorare la propria condizione, nello stesso tempo contribuendo a muovere un'economia asfittica come la nostra”, dice il presidente Giorgio Spaziani. Approva, di contro, Marcello Fiore della Federazione italiana pubblici esercizi (Fipe): “Siamo ampiamente favorevoli all’impegno da parte delle istituzioni a far rispettare le norme a garanzia della salute pubblica, dei diritti dei lavoratori e della trasparenza, mettendo fine, inoltre, ad un’evasione fiscale e contributiva pressoché totale”.

Un fiume di paletti che però potrebbe perdersi nei mille rivoli degli escamotage: le disposizioni della legge non si applicano “alle attività svolte in ambito privato o comunque da persone unite da vincoli di parentela o di amicizia, che costituiscono attività libere e non soggette a procedura amministrativa”. Dunque se lo stato non aiuta la libera impresa, possono sempre tornare utili parenti e amici. Si scherza, anche se l'ennesima spallata all'iniziativa privata non fa ridere per niente.

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Commenti all'articolo

  • marco.ullasci@gmail.com

    marco.ullasci

    25 Gennaio 2017 - 19:07

    Considerati i costi (monetari e non, diretti ed indiretti) generati da tutte le pratiche ed adempimenti piu' il costo della materia prima con 5000 euro annui non si parla di micro-reddito, ma di niente-reddito. D'altra parte rimane comunque preferibile rispetto all'approccio che a suo tempo fu applicato per i kulaki.

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