Appunti critici alle Fondazioni bancarie. Parla Emanuele

J’accuse del capo di Fondazione Roma contro il modello Guzzetti. “Basta giocare a fare le banche”

Appunti critici alle Fondazioni bancarie. Parla Emanuele

Il presidente della Fondazione Roma, Emmanuele Emanuele

Roma. Il sistema delle fondazioni oggi non funziona più. Il loro rapporto con le banche ha tratti preoccupanti. Da dove ripartire? Il professor Emmanuele Emanuele, settantanove anni, da giovane ha girato il mondo tre volte in mezzo secolo (“Ho visto albe e tramonti nei posti più belli. Il mondo era meraviglioso e ogni giorno era più bello del precedente. Le opportunità si aprivano ed erano opportunità fantastiche, negli studi, nel lavoro, in tutto”). Viveva in un mondo nel quale dice di non avere mai trovato “opposizione” alcuna a muoversi liberamente, nonostante cortine militari e ideologiche. Dopo una carriera professionale ricca (rivendica un curriculum vitae di 82 pagine) ha cominciato a gestire la Fondazione Roma vent’anni fa. Allora per lui era il momento di fare un bilancio tra le cose belle avute dalla vita, a partire dai natali in una famiglia nobile con un patrimonio costruito in mille anni di storia, e quelle ancora da dare agli altri con l’intento di pareggiare i conti. Liberal-socialista, da presidente dell’unica Fondazione italiana che si è liberata dalle partecipazioni azionarie in istituti di credito dal 2005 (Capitalia, poi nel gruppo Unicredit) per concentrarsi solamente sulle attività filantropiche nell’adempimento delle riforme normative volute da Giuliano Amato (1990) – che glielo ha sempre riconosciuto – e Carlo Azeglio Ciampi (1998) durante l’iniziale sforzo di privatizzazione delle banche italiane, rimaste pubbliche fino agli anni Ottanta. Emanuele fa vanto di essersi tenuto lontano dalle suggestioni della politica di cui sono imbevute le altre fondazioni che invece sono tuttora intrecciate con banche e stato a vari livelli, dagli enti locali alla Cassa depositi e prestiti. Il risultato?

 

“L’intero sistema delle fondazioni di origini bancarie piange, la Fondazione Roma no. Con buona pace di tutti”, dice al Foglio. “Mi fa piacere dirlo perché queste Fondazioni sono nate dalla visione intelligente e colta di Amato prima e Ciampi dopo per creare i presupposti di una struttura che avrebbe dato una risposta alla grande crisi del welfare in atto in tutto il sistema occidentale, intervenendo in quei settori principalmente in crisi che sono gli anelli deboli della società civile che io ho individuato in: salute, ricerca scientifica, aiuto ai meno fortunati, istruzione, cultura. Questa era la volontà del legislatore, cui la Fondazione Roma – a differenza di altre – si è attenuta, rispettando l’obbligo della diversificazione del patrimonio e della dismissione della partecipazione di controllo nella banca conferitaria entro il 31 dicembre 2005”.

 

Un comportamento contrario alle prescrizioni di legge? “Hanno fatto esattamente quello che hanno voluto fare: i banchieri, preminentemente. E il risultato è che banche sono andate in crisi, come era inevitabile che accadesse perché per prosperare hanno bisogno di un sistema economico redditizio. E il nostro sistema economico è ormai in crisi da anni e anni. E le Fondazioni azioniste del sistema bancario si sono trovate a dovere ripianare i debiti delle banche con aumenti di capitale che non erano nelle condizioni di fare. E soprattutto prive di quei dividendi che consentivano a loro di potere intervenire in quel sistema sociale che era l’oggetto per cui erano nate. Addolora constatare che il sistema delle fondazioni raggruppato nell’Acri – acronimo che significa associazione delle casse di risparmio (da cui la Fondazione Roma è uscita nel 2010), e che quindi mantiene questa concezione bancaria – ha continuato negli errori e oggi molte fondazioni non esistono quasi più: non sono in grado di svolgere quei compiti istituzionali a cui erano preposte”.

 

I conti in tasca e il futuro possibile

Alla richiesta di dimostrare quanto dice, Emanuele confronta l’andamento dei bilanci di Fondazione Cariplo, capitanata da Giuseppe Guzzetti, 82 anni, nonché storico presidente dell’Acri, con i suoi, leggendoli da una tabella Excel, come qui di seguito riportiamo. Cariplo è la prima fondazione in Italia, azionista di peso (4,836 per cento) della prima banca italiana, Intesa Sanpaolo, che è azionista storico e di punta del Corriere della Sera per volere del dominus dell’istituto Giovanni Bazoli.

 

Dunque, Cariplo ha fatto segnare nel bilancio 2015 un disavanzo di 39 milioni di euro ascrivibili in parte alla gestione patrimoniale individuale in cui è stata conferita la partecipazione nella banca conferitaria, Intesa Sanpaolo, gestione che nel 2015 ha registrato un rendimento lordo negativo del 2,78 per cento. Inoltre – come riportato dalla stampa – per poter consentire anche nel 2015 il sostegno all’attività sociale a un livello pari a quello del 2014, è stato usato il fondo di stabilizzazione delle erogazioni per 135 milioni di euro. “Non abbiamo minimamente toccato il fondo di stabilizzazione delle erogazioni cui si ricorre per future erogazioni nel caso che mancassero proventi, fondo che ammonta a 125 milioni. Cosa che non abbiamo mai fatto, nel corso della mia presidenza, da quando è stato istituito il fondo stesso (nel 2001)”, dice Emanuele. Anche nell’esercizio 2016, il rendimento complessivo del portafoglio della Fondazione risulta essere positivo del 5,2 per cento, e nel 2015 la Fondazione ha avuto un avanzo di 113,6 milioni di euro con un rendimento della gestione finanziaria del 5,8 per cento. Secondo uno studio Mediobanca Securities del 2012, Fondazione Roma ha “dimostrato che un cambiamento è possibile” perché “dopo avere autonomamente deciso di diluire il peso nelle banche ha superato i suoi pari per performance sia per una gestione bilanciata del portafoglio sia per sostenibilità delle erogazioni”, dice lo studio intitolato “Re-Foundation” poi mai più – incomprensibilmente – replicato. “Non siamo eroi del nostro tempo, abbiamo rispettato la legge come doveva essere rispettata”, dice Emanuele.

 

Lei uscì dall’Acri di Guzzetti in dissenso manifesto. Cosa pensa ora del nuovo “lodo” proposto da Antonio Patuelli, presidente di Abi e già vicepresidente dell’Acri, di pubblicare i nomi dei primi cento debitori e del fatto che Patuelli, intervistato da Libero, glissa sulle leggi Amato-Ciampi: ci vorrebbe un processo alle Fondazioni o una vasta inchiesta sul loro operato?

 

“Non pretendo processi, inchieste, che lasciano il tempo che trovano. Certo dovremmo chiederci come molte fondazioni, in Sicilia, nel napoletano, in Toscana (Siena), in Liguria, nel Veneto, spiegheranno che il loro patrimonio è diminuito per avere voluto essere a bordo di una realtà bancaria che la legge prevedeva di dismettere nel 2005, oltre dieci anni fa. E ora, come vediamo dalla cronaca recente, ci sono ancora fondazioni, tipo Cariverona, che si mostrano interessate alla tematica delle partecipazioni bancarie, come emerge dall’intervento del presidente Mazzucco che ha sfiduciato il cda di Unicredit (di cui è il principale azionista italiano con il 2,7 per cento, ndr) in occasione dell’Assemblea dei soci, oppure interessate a vicende conflittuali come accade a Bologna, dove infuria la guerra per i posti in Assemblea”.

 

Nulla di nuovo, insomma. “Quello che fa più sorridere, ma non gioisco per le disgrazie del sistema, è che nel 2012 l’Acri in un convegno a Palermo ha pomposamente varato la Carta delle Fondazioni ‘con i princìpi fondamentali dell’operatività delle stesse’”, cita Emanuele sibilando le “esse”. Queste erano ridurre la partecipazione bancaria, non utilizzare mezzi finanziari discutibili (derivati e simili) e rimettere in ordine il rapporto politica e istituzioni del territorio all’interno delle Fondazioni. “Cosa che noi abbiamo fatto spontaneamente e senza proclami dal 2002: noi abbiamo la società c-i-v-i-l-e non quella politica, diversamente dalle Fondazioni che ricevono molto più spazio dalla grande stampa nazionale circa i pretesi loro risultati rispetto alla Fondazione Roma”.

 

In numeri, secondo Emanuele, questo significa che in venticinque anni la Fondazione Cariplo ha distribuito più del triplo della Fondazione Roma (dichiarava a febbraio scorso 2,8 miliardi contro 813 milioni della Fondazione Roma, dato 2016) ma con un patrimonio netto grande quattro volte e mezzo in più: 6,8 miliardi contro 1,5 miliardi. La Fondazione Roma quindi, grazie alla diversificazione del rischio di investimento, resa possibile dalla dismissione della partecipazione di controllo nella banca, in proporzione ha fatto meglio.

 

“I princìpi della Carta la Fondazione Roma li aveva applicati autonomamente nel 2002, dieci anni prima di quella conferenza”, dice Emanuele che considera massimo orgoglio avere intrapreso vaste attività filantropiche nella sanità, nella ricerca scientifica, nell’educazione, nella formazione, nella cultura con le mostre (47 in vent’anni, più 9 solo nel 2016; tra le ultime, quella di enorme successo sul writer Banksy, quella di Mitoraj a Pompei, quella sui capolavori di Ebla, Nimrud e Palmira distrutti dall’Isis al Colosseo), nella riqualificazione urbana (i murales sui palazzi in via Tormarancia) e soprattutto nella sanità per fornire un presidio di patologie cliniche a cui oggi la spedalità non risponde, in particolare a Roma, attraverso donazioni a ospedali, centri specializzati e università. “Questo era il nostro destino, questo era quello che avremmo dovuto fare, verso la gente disperata. Siamo stati l’ausilio in uno stato, una provincia, una regione, un comune che non ci sono più e l’abbiamo fatto in totale solitudine. Il nostro è un paese disfatto. Non esiste più la grande industria italiana, l’agricoltura è in crisi da trent’anni, la ricerca scientifica è morta, i piccoli e medi imprenditori – “gli eroi del nostro tempo”, li chiamo io – sono affossati dalle tasse e dalla burocrazia imperante. Al nostro patrimonio artistico e culturale – che è la vera risorsa strategica del paese – è destinato un misero 0,1 per cento del pil, mentre l’artigianato locale, che era una ricchezza dell’Italia e a cui prestiamo grande attenzione, è parimenti in affanno. L’Italia che io ricordo, quella dei miei anni giovanili, non esiste più: è infinita la mia tristezza quando cammino per le vie del centro, quelle che conosco da sempre e in cui ho vissuto: via dei Coronari, via Margutta… un tempo erano lo splendore e il vanto della città, ora vi proliferano soltanto jeanserie e negozi di bigiotteria etnica…”. Giudizio che non lascia molto né all’immaginazione né molte speranze. Non crede? “Oggi – conclude – vedo i giovani da questa come dall’altra sponda del Mediterraneo che lottano disperati per uno spazio. E il mio consiglio, per quel poco che vale la parola di un anziano non fragile – dice sorridendo – è: studiate e viaggiate, vedete il mondo, spendete i soldi per quello. Serve a capire gli altri e a vedere il perché delle cose”.

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