Per Adidas la "fabbrica" del futuro è in Europa, non in Cina. Merito dell'industria 4.0

L'azienda tedesca ha annunciato la prossima apertura di uno stabilimento altamente tecnologico in Germania. Non sarà il solo. La produzione ritorna nel Vecchio continente

Per Adidas la "fabbrica" del futuro è in Europa, non in Cina. Merito dell'industria 4.0

Foto tratta dal sito dell'Adidas

Ansbach è una città di poco più di quarantamila persone nella Media Franconia, distretto della Baviera, e almeno sino a pochi giorni fa era notoria quasi soltanto per le pregiate porcellane. Si trova a nemmeno cinquantina di chilometri da Herzogenaurach, che di anime ne ha la metà, ma nel mondo, soprattutto quello sportivo, è molto più conosciuto. E’ il paese di Adi Dassler e la sede dell’azienda da lui fondata, l’Adidas. Da lì è partita nel 1946, ha iniziato a vendere e poi a produrre, dai primi anni Novanta, in tutto il mondo, soprattutto in Asia. Lì ritornerà a breve per inaugurare il nuovo stabilimento. Dopo la delocalizzazione, ecco il ritorno della produzione in Europa (reshoring), continente dove da almeno un paio di decenni rimaneva solamente la sede, la progettazione e parte degli uffici della comunicazione. Almeno sino a quando non verrà dato il via, entro metà del 2017, a quello che viene chiamato lo Speedfactory, ossia l’impianto “tecnologicamente all’avanguardia e industrialmente innovativo, capace di ribaltare quelle regole sulla produzione che i grandi gruppi ritengono inviolabili”, ha detto Gerd Manz, il responsabile dell’innovazione tecnologica dell’azienda.

 

I tre cardini indicati da Manz sono: delocalizzazione lì dove la manodopera costa meno, produzione in serie e tipizzata, periodicità nel lancio di nuovi modelli. Un sistema che Adidas vuole mettere in crisi grazie al ricorso alle nuove tecnologie e al passaggio alla cosiddetta industria 4.0, ossia il ricorso all’internet delle cose all’interno della catena produttiva. Macchinari robotizzati capaci di modificare le proprie funzioni rapidamente e soprattutto di produrre in contemporanea più oggetti diversi. Macchinari che però hanno bisogno per funzionare a regime di un alto tasso di specializzazione informatica e un continuo dialogo tra il settore dedicato alla ricerca e quello produttivo. Da qui la scelta di riportare parte della produzione in Germania e di affinare il dialogo con le università d’ingegneria della Baviera, per formare e quindi assicurarsi i migliori prospetti e inserirli rapidamente in azienda.

Lezioni sull'industria 4.0 dalla Germania

Le nuove tecnologie digitali stanno rivoluzionando la manifattura: big data, robotizzazione, internet delle cose, cloud computing, intelligenza artificiale. Lo stato tedesco, che è la prima potenza manifatturiera d’Europa, è anche il paese più avanzato. Renzi, sulla robotizzazione intelligente, deve guardare alla vituperata Berlino.

Secondo i piani aziendali il nuovo stabilimento, che darà lavoro a circa 160 persone, dovrebbe iniziare a produrre circa 100mila paia di scarpe all’anno, per arrivare a toccare quota 500mila nel giro di 12/18 mesi. Un numero che se paragonato alla produzione totale dell’azienda, poco meno di 300 milioni di paia annue, può sembrare ininfluente, ma che in realtà non lo è, perché andrebbe a coprire la quasi totalità della richiesta dei principali mercati europei di modelli di alta gamma.

 

Più che i numeri, però in questo caso ad Adidas interessa altro, ossia la velocizzazione del processo produttivo. Come segnalato da Manz all’Economist infatti, la scelta dell’azienda è indirizzata soprattutto a superare la lentezza e la mancanza di flessibilità del modello produttivo attuale. Al momento infatti tra la progettazione e l’avvio della produzione di un modello di scarpe da ginnastica possono intercorrere da un anno a 18 mesi: a pesare sono i tempi tecnici tra test dei prototipi, ordine dei materiali, invio dei campioni tra le varie sedi produttive, rimodulazione dei macchinari di produzione e spedizione dei prodotti finiti ai magazzini aziendali. Procedimenti che verranno razionalizzati con il nuovo sistema produttivo, stimando di ridurre a tre/quattro mesi il tempo necessario per la messa in vendita di un nuovo prodotto.


Foto tratta dal sito dell'Adidas


“Entriamo in una nuova fase”, ha detto il responsabile dell’innovazione tecnologica, sottolineando come questo cambiamento avvicina l’azienda a quello che è l’obiettivo che già la competitor Nike si era posta: giungere quanto prima all’apertura di un canale on demand immediato, ossia alla creazione di prodotti totalmente personalizzati in tempi rapidissimi.

Ma quale strumento per la decrescita, con la stampante 3d brindano (anche) i colossi dell'abbigliamento

L'hanno descritto come il futuro, l'oggetto che creava altri oggetti per tutti interrompendo così il circolo vizioso capitalista del progresso. Ma ora che la Nike (e non solo) sta per lanciare kit per la creazione domestica delle sue scarpe, come reagiranno Grillo e soci?

Per arrivare a ciò Adidas a breve potrebbe aprire nuovi stabilimenti (sono già iniziati i lavori di costruzione dello stabilimento di Atlanta negli Stati Uniti) del tutto uguali allo Speedfactory. “Le mutate esigenze della clientela ci spinge a rivalutare i metodi classici di produzione, e per questo il ricorso all’avanzamento tecnologico è l’unica via per soddisfare al meglio i nostri clienti”, aveva detto a ottobre il ceo dell’azienda tedesca Herbert Hainer. Un cambiamento che non potrà che “avere sede in Europa e in America, dato che qui si trova ancora il cuore del progresso tecnologico”.

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Commenti all'articolo

  • Giovanni

    20 Gennaio 2017 - 08:08

    Dove sta la novità? Azienda tedesca decide di produrre in Germania, assumerà lavoratori tedeschi o comunque residenti in Germania ma venderà in tutta Europa e oltre. Dovremmo essere contenti? Avremmo potuto esserlo se Adidas avesse deciso di produrre in Italia o in Spagna o in Grecia, paesi in cui manca disperatamente il lavoro ma così non è altro che la solita Deutschland über Alles, anche se in versione 4.0. Per carità, so perchè le aziende straniere si guardano bene dal venire ad aprire aziende in Italia: siamo considerati poco affidabili, disorganizzati, burocraticamente bizantini, pronti a lagnarci sempre, con infrastrutture vecchie e/o insufficienti, ecc. Ma indorare un amara pillola non serve a niente. E a proposito, come la mettiamo con il surplus di produzione della Germania?

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