Sinergie malate. Alitalia docet

La crisi di Alitalia è un’abitudine. La coda lunga di un vecchio vizio che ha coinvolto destra e sinistra. Breve storia di alleanze sbilenche costruite sommando perdite pubbliche e private. 

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foto LaPresse

Roma. La crisi dell’Alitalia di questi giorni sembra, se possibile, ancor più grave del solito, non foss’altro perché si prevedono sempre le stesse cose: “Un piano coraggioso subito”, ha annunciato il presidente Luca di Montezemolo, con tagli dell’organico; ma “le colpe di un’azienda gestita male non ricadano sui lavoratori”, ha avvertito il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda. “Il problema è il modello di business”, ha risposto Montezemolo; e poi il cambio del capo azienda; le maggiori banche sollecitate a rinunciare ai crediti, ma che sia l’ultima!, tuonano i loro vertici. Tutto ciò senza che politici, banchieri, azionisti, dirigenti facciano la minima autocritica. Vengono in mente due parole: sinergie e D’Alema. Sinergia significa che la cooperazione di più elementi in una stessa attività porta un rendimento maggiore di quello ottenuto dagli elementi separati. Questa tesi è entrata nella teoria delle alleanze strategiche tra imprese: queste, se sono concorrenti, danno luogo a un’impresa più grande, capace di coprire più aree di mercato; se sono non concorrenti, magari perché operano in segmenti di mercato l’uno a valle dell’altro, allora puntano all’integrazione verticale. Purtroppo in Italia qualche genio del male ha teorizzato le sinergie pubblico-privato e ha fornito la foglia di fico per i migliori imbrogli della storia industriale. Il gioco è stato questo: un politico benediceva un idillio tra pubblico e privato, si faceva un piano, nasceva un’alleanza strategica (spesso una joint venture), che si concludeva sempre con un divorzio quando, alla chiusura del primo esercizio, il privato non copriva le perdite, mollava le proprie attività deficitarie al pubblico.

Perché quest’ultima crisi di Alitalia può essere davvero l’ultima

Nemmeno i licenziamenti che Calenda non vorrebbe potranno colmare il deficit di leadership, denari e idee. Addio al vettore di bandiera?

E a quel punto  il pubblico se le prendeva, le perdite, per compiacere il politico, il quale in nome dei livelli occupazionali si curava le sinergie sue. L’elenco dei casi è lungo. Tre volte negli anni Ottanta: all’inizio, tra Eni e l’americana Occidental nel carbone (joint venture Enoxy), a metà tra Samim-Eni e il privato Tonolli nel rame (Sameton); alla fine tra Enichem-Eni e Montedison (Enimont). Venivano utilizzati altri due concetti, equivoci: la strategicità del settore e i campioni nazionali.

Nel 2008, quando uscì dall’amministrazione straordinaria, nacque la nuova compagnia aerea. Si approfittò per mettere insieme l’Alitalia pubblica e la concorrente AirOne del privato Toto, costruttore di Pescara. AirOne aveva chiuso gli esercizi in perdita fin dalla nascita nel 1996 e aveva eroso il capitale netto consolidato di Toto. Questo divenne negativo nel 2002 e tale rimase per cinque anni, senza che i libri finissero in tribunale, accumulando debiti finanziari per 797 milioni nel 2007. Per valorizzare sedicenti sinergie il 31 dicembre 2008 la nuova Alitalia acquisì AirOne, per un corrispettivo a Toto di 455 milioni, oltre all’accollo di 600 milioni di debiti finanziari e una quota azionaria di Toto in Alitalia pari al 5,3 per cento. Di colpo, il capitale netto consolidato del suo gruppo salì da meno 42 a più 357 milioni e i debiti finanziari scesero da 797 a 464 milioni. Toto non ha mai più sottoscritto aumenti di capitale della compagnia aerea. A dicembre 2014, Alitalia ha versato a saldo 118 milioni ad AirOne. Nel 2001, quando le sue condizioni patrimoniali ed economiche erano già precarie, Toto si aggiudicò la gestione delle autostrade abruzzesi, insieme al gruppo Autostrade.

Da dove traeva così tanto potere contrattuale? Le cronache abruzzesi risposero che Toto aveva dapprima supportato il presidente Pd della provincia di Pescara, divenuto sindaco della città, e poi il presidente D’Alema. Nel 2008 D’Alema confermò in pubblico che vedeva bene l’unione tra Alitalia e AirOne, perché insieme sarebbero state competitive nel trasporto aereo internazionale.

A fine 2015 l’Alitalia privata (si chiama Compagnia aerea italiana, Cai, cordata alla quale lavorò il governo di centrodestra nel 2008) era lei ad avere un capitale netto negativo per 138 milioni. Oggi la situazione è peggiorata. Dovrebbe portare i libri in tribunale o cercare sinergie e fare un’alleanza strategica con un soggetto pubblico italiano (Cassa depositi e prestiti, Poste) per far uscire indenni i suoi azionisti dopo un anno. Denunciare il pericolo fa bene.

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