Oltre i voucher. Il problema del lavoro che c’è ma non si vede

La popolazione non occupata è pari al 62,8 per cento della popolazione totale. E’ un dato rilevante che può nascondere diversi fenomeni

Alberto Brambilla

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(foto LaPresse)

Roma. La polemica sui buoni lavoro (i voucher) di cui sui media si discute da settimane – a uso strumentale della Cgil che propone un referendum abrogativo sullo strumento, in chiave anti governativa – ha superato il limite di tempo e spazio che dovrebbe essere concesso a una questione rilevante ma, a conti fatti, marginale per il mercato del lavoro nazionale – parlando di voucher parliamo dello 0,23 per cento rispetto al costo del lavoro complessivo annuo in Italia (non di occupati). Il problema più generale e grave – perché sistemico e radicato – lo indica l’Istat nell’annuario statistico 2016 appena pubblicato.

In Italia lavora circa un terzo della popolazione residente, ovvero il 37 per cento, pari a 22 milioni di persone su 60,4 milioni. Il dato ovviamente andrebbe depurato: nei 60 milioni di abitanti sono compresi anche coloro che non sono in età da lavoro perché troppo giovani o troppo anziani oppure si comprendono anche altre categorie come, ad esempio, i disabili che non possono lavorare e percepiscono sussidi. Parallelamente è interessante notare che, mentre circa un terzo della popolazione in età lavorativa (15-64 anni) è occupata, poco meno, il 23,2 per cento è inattiva – pari a circa 14 milioni di persone – o non lavora e ha smesso di cercare lavoro.

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E’ in queste cifre percentuali che si annida una gamma di storture del lavoro in Italia. Ed è a partire da qui che si possono indicare alcune direttrici-cause-motivazioni da sondare con dati più mirati rispetto allo spaccato statistico a disposizione. Si deduce che la popolazione non occupata è pari al 62,8 per cento della popolazione totale (si comprendono: disoccupati, 5 per cento, inattivi in età da lavoro, 23,2 per cento, e inattivi in età non da lavoro, 34,6). E’ un dato rilevante che può nascondere diversi fenomeni. Il primo sta nella quota di lavoro nero o sommerso, quello di lavoratori indipendenti o sotto padrone che dichiarano di non lavorare ma lavorano, e fanno parte di un sottobosco di attività e di persone attive che non rientrano nei circuiti legali, quelli regolarmente censiti e quindi, si presume, tassati. Con un danno relativo per l’erario e quindi per la collettività. Sono lavoratori invisibili che non generano gettito e – al netto delle nuovi parametri statistici Eurostat che cercano di tenere conto dell’economia sommersa – non generano (formalmente) nemmeno pil.

Dopodiché c’è un’altro aspetto da considerare in quella percentuale, quello delle persone che faticano a trovare un impiego o a fare il loro ingresso nel mercato del lavoro (oppure che faticano a tentare un re-ingresso dopo essere usciti temporaneamente per cause varie). Può succedere ai neolaureati o plurilaureati che hanno rinunciato e non riescono a trovare un impiego o hanno rinunciato a farlo per ragioni personali o di percorsi di studio non (più) richiesti dal mercato. E poi, come spesso scritto anche da questo giornale, ci sono i giovani che lavorano all’estero – i ragazzi in età da post programma Erasmus – e quindi non rientrano nelle statistiche eppure lavorano ma lo fanno altrove fuori confine, e vengono inseriti nella casella dei non occupati. Il problema indicato dai dati dell’Istat è che il lavoro in alcuni casi non c’è ed è difficile da trovare mentre in altri il lavoro c’è eccome ma non si vede né si sente nelle statistiche e nelle casse pubbliche perché è totalmente fuori dai radar. C’è dunque un problema dei problemi. Sostanziale e più vasto della questione dell’uso – o meglio dell’accelerazione nell’uso (abuso, se proprio si desidera) – dei voucher. Strumenti, questi ultimi, che comunque nel loro piccolo contribuiscono a scoraggiare il lavoro sommerso in modo più efficace di altri sistemi di retribuzione. E proprio per loro natura, dato l’obbligo dei requisiti di tracciabilità.

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