In Mps lo stato-azionista avrà le mani legate dalle norme europee

La vicenda della ricapitalizzazione della banca senese costituirebbe il soggetto perfetto per un film satirico, se non sfiorasse la tragedia

In Mps lo stato-azionista avrà le mani legate dalle norme europee

Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan (foto LaPresse)

E così, dopo averlo negato per anni, il governo si trova a fare il dottor Frankenstein bancario. “Si può fare!”, esclama Gene Wilder nel film “Frankenstein Junior”, quando, pur avendolo pubblicamente escluso, scopre che può ridar vita a tessuti morti. Lo svagato servitore Igor, tuttavia, gli procura per l’impianto un cervello classificato “AB-Normal”. E l’illusione si trasforma in farsa. La vicenda della ricapitalizzazione di Mps costituirebbe il soggetto perfetto per un film satirico, se non sfiorasse la tragedia. Gli elementi ci sarebbero tutti. Un governo che si trova a fare un experimentum – di “rianimazione” preventiva – in corpore vili, consultando manuali d’istruzione europei dei quali dimostra di non aver capito molto, e col malcapitato malato (per ora) ancora vivo e vegeto, consapevole che la cura rischia di essere più letale del male che intenderebbe prevenire. Ma nell’eccitazione dell’esperimento, tutto preso dall’idea che finalmente la politica nazionale possa tornare a ripetere, con Piero Fassino, l’antico adagio “Abbiamo una banca”, il governo si trova a trapiantare, oltre a una mezza dozzina di miliardi di euro, anche il cervello di una governance “abnorme” e del tutto eterodiretta. E’ quindi il caso di chiarire alcuni punti.

 

1. Lo stato non “nazionalizza” Mps. La nazionalizzazione è l’acquisizione, in forza di legge, del controllo e della gestione di un’azienda privata, di solito per scopi, più o meno giustificati, di deliberata politica industriale. Niente di ciò avverrà per Mps. Con la ricapitalizzazione preventiva, così come prevista dalle norme europee, lo stato si limita a fornire alla banca il capitale necessario per evitare rischi di instabilità finanziaria, e per il tempo strettamente necessario a trovare investitori privati che subentrino nell’azionariato. Il tutto deve completarsi entro pochi mesi – ne sono previsti 18 – pena la violazione delle norme bancarie e di quelle sulla finanza pubblica. La stessa struttura dell’intervento pubblico, sia per la quota in capitale proprio sia per quella in obbligazioni subordinate in funzione di “buffer” patrimoniale, è definita e imposta dalle autorità europee, e il suo importo non viene deciso dal governo, che al contrario l’ha subìto, con un’ingenuità che tuttora lascia stupefatti, visto che il principio è chiaramente richiamato all’art. 16 del proprio decreto. Il risultato in termini di quota azionaria dello stato, che si stima intorno al 60 per cento, risulterà come conseguenza incidentale – e non obiettivo esplicito, come nel caso di una nazionalizzazione –, in quanto verrà determinato tra l’altro dall’entità dei rimborsi degli investitori privati in subordinati, che dovranno passare il severo vaglio della Commissione.

A parziale giustificazione della sorpresa del governo di fronte a un fabbisogno di capitale esteso dalla Bce a 8,8 miliardi va detto che, per citare il report di un arguto analista di mercato, i manuali europei sulla ricapitalizzazione precauzionale sembrano scritti in cinese mandarino, tanto sono difficili da decifrare. Lo stato avrà chiari limiti e vincoli nel suo ruolo di azionista “pro tempore”, e se li è autoimposti richiamando esplicitamente nel decreto la Comunicazione della Commissione europea 216/2013 sugli aiuti di stato in sostegno alle banche. I consiglieri esecutivi e la direzione generale andranno quasi sicuramente sostituiti, e la banca nel frattempo si dovrà comportare in modo da minimizzare il deflusso di capitali, e non potrà distribuire dividendi o fare operazioni straordinarie senza preventiva approvazione della Commissione.

 

2. Non c’è alcuna nuova “garanzia statale” sul risparmio. I limiti sono chiaramente definiti all’art. 47 della Comunicazione 216/2013. La banca che chiede la ricapitalizzazione statale non potrà svolgere alcuna attività commerciale che faccia riferimento alla presenza dello Stato nell’azionariato, astenendosi da qualsiasi pubblicità che citi il sostegno statale e da qualsiasi strategia commerciale aggressiva che non avrebbe luogo senza il sostegno dello Stato. Ci si scordi di promettere ai risparmiatori il ritorno di un’impossibile “garanzia statale”, come invece gorgheggiano le gazze che già svolazzano intorno al nuovo giocattolino bancario pseudo-pubblico.

 

3. La ricapitalizzazione statale di banche non sistemiche e/o cooperative è improbabile. Lo stesso decreto del governo, vincolandosi ai soli casi previsti dall’art. 32/4/d/iii della direttiva europea sui risanamenti bancari, limita la ricapitalizzazione a crisi bancarie che comportino una “grave perturbazione” dell’economia nazionale e della stabilità finanziaria. Oltre a Mps, non si vede quale altra banca minore in difficoltà possa ricadere in quei criteri. E’ quindi contraddittorio l’articolo 21 del decreto che ipotizza una ricapitalizzazione anche di banche costituite in forma cooperativa, quali le banche popolari. Le popolari maggiori, infatti, hanno l’obbligo di conversione in società per azioni entro il 2016, salvo proroghe per le uniche due (Sondrio e Bari) che non hanno ancora provveduto. Le altre popolari intermediano volumi finanziari contenuti e/o territorialmente circoscritti e quindi non rappresentano una grave perturbazione all’economia dello Stato: in caso di difficoltà, dovranno seguire le normali procedure di risanamento o, se necessario, di risoluzione, salvo i casi di piccole banche con un totale di bilancio non superiore a 100 ml euro, nei quali la Commissione può autorizzare ricapitalizzazioni di breve durata (6 mesi), ai sensi dell’art. 54 della Comunicazione 216/2013.

 

Tutto ciò con buona pace dei molti novelli Beneduce che hanno celebrato il decreto del governo come fosse una rinascita dell’Iri. Non lo è. Lungi dall’essere un rigurgito di sovranità bancaria, il decreto è un tardivo ma necessario atto di umiltà e di allineamento alle norme europee, corrette e razionali, per quanto complesse siano, dopo anni di dichiarazioni improvvide ai limiti della turbativa di mercato e di patetici tentativi di rimozione della realtà. Le banche non tornano sotto il controllo della politica nazionale. E’ la politica nazionale che smette di millantare sulle banche e si adegua alle regole europee.

 

 

Carlo Alberto Carnevale Maffè, SDA Bocconi School of Management

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi