Nella rivolta dei debitori c’è la chiave del successo degli antisistema

“Finito il dominio dei creditori”, dice l'economista Mark Blyth

trump sostenitori

Sostenitori di Donald Trump la notte delle elezioni (foto LaPresse)

E se fosse tutta una questione di rapporto debitori-creditori? Se il trumpismo, il lepenismo, la Brexit, il No al referendum italiano e via populisteggiando fossero un’unica espressione sul piano politico globale della rivolta dei debitori contro i creditori? Se il razzismo, il sessismo, il nazionalismo fossero solo un elemento del problema ma non “il” problema? Ipersemplificando, oggi sono in campo tre teorie per spiegare la bassa crescita che affligge in modo anomalo i paesi avanzati dando luogo a fenomeni di esclusione e al proliferare dei movimenti antisistema.

Il non-pensiero della crisi

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La prima è quella della Federal Reserve americana – e mutatis mutandis delle altre banche centrali – la quale ritiene che alla base di tutto ci sia una carenza di domanda che la combinazione di politiche monetarie e fiscali classiche può correggere. La seconda è quella della “Stagnazione Secolare” evocata da Larry Summers, secondo la quale l’invecchiamento della popolazione e le innovazioni tecnologiche conducono a una carenza strutturale di domanda aggregata colmabile solo con una massiccia dose di investimenti pubblici. La terza è quella dei supply siders, i teorici dell’offerta, secondo i quali vi sono restrizioni dal lato della produzione il cui sviluppo può essere liberato con politiche strutturali e una massiccia riduzione di tasse secondo il modello disegnato su un fazzoletto di carta dall’economista reaganiano Arthur Laffer negli anni 80. Tutti questi approcci volano nei cieli della tradizione economica e non si focalizzano sulle origini finanziarie dei movimenti populisti che considerano implicitamente come un sottoprodotto della bassa crescita. Mark Blyth, un economista e scienziato politico che insegna alla Brown University, al contrario rintraccia la causa dei movimenti antisistema nella fine di una fase storico-politica dominata dagli interessi dei creditori e nella conseguente rivolta dei debitori.

In questo contesto, per Blyth la crescita conta ma la storia la fa il debito. Usando questo schema, Blyth ha previsto l’esito del referendum sulla Brexit, la vittoria di Trump e in una conferenza americana ha anticipato la sconfitta di Renzi sulla riforma costituzionale. Come ha fatto a centrare il bersaglio tre volte? “I sondaggisti – risponde l’economista al Foglio – ignorano il problema di Galton (il grande statistico, ndr.) per il quale se i casi sono interdipendenti non puoi trattarli come se fossero indipendenti. Ci sono legami tra questi eventi ed effetti di contagio. C’è un insieme di forze nell’economia globale che fa dell’elezione di Trump, per esempio, l’anello di una catena di eventi”. In un saggio intitolato Global Trumpism apparso sul penultimo numero di Foregn Affairs, Blyth pone l’attuale rivolta dei debitori contro i creditori in una prospettiva storica e identifica tre periodi: il trentennio 1945-’75 o “Paradiso del debitore”, quello successivo fino al 2007 o “Paradiso del creditore” e infine l’attuale, iniziato con la Grande crisi e la rivolta dei debitori.

Nel primo, gli Stati Uniti e i loro alleati decidono nell’ambito del sistema di Bretton Woods che la piena occupazione doveva essere il fine ultimo della politica economica anche per proteggere il capitalismo all’epoca della Guerra Fredda. Ma in base al fenomeno noto come legge di Goodhart, quando si persegue troppo a lungo un obiettivo economico si generano effetti controproducenti. La piena occupazione produsse quindi inflazione, accrebbe il potere dei sindacati e il livello dei salari, ridusse i profitti e il valore reale dei debiti. Debt paradise, appunto. Alla fine degli anni Settanta parte così la riscossa dei creditori. Gli economisti neoliberali conquistano le università. Reagan e Thatcher avviano politiche antinflazionistiche, flessibilizzano il mercato del lavoro, la quota dei salari diminuisce, il valore reale dei debiti aumenta, quello dei profitti anche. La globalizzazione e la tecnologia fanno il resto. E’ il creditor paradise. Ma la legge di Goodhart funziona ancora. E anni di rigore finanziario spuntano le armi della politica economica.

Dal 2008 le maggiori banche centrali hanno pompato nell’economia globale 12 trilioni di dollari senza effetti apprezzabili sui prezzi. La deflazione è diventata la nuova normalità che strozza i debitori. Le famiglie americane esposte ad esempio per oltre 12 trilioni non riescono a fare fronte ai rimborsi mentre i salari ristagnano e le disuguaglianze alla Piketty aumentano. “Qui inizia il rovesciamento dei rapporti tra debitori e creditori e finisce il neoliberalismo”, dice Blyth. “I partiti tradizionali di destra, centro e sinistra, gli artefici del Nuovo Ordine Antinflazionistico, sono visti dall’opinione pubblica come i supporter degli esattori bancari o gli agenti del fisco. Tutto ciò dà luogo al formarsi di coalizioni anticreditori in attesa di trasformarsi in movimenti politici come è puntualmene accaduto”. Le etichette tradizionali non contano. Il quasi fascista Orbán e il laburista Corbyn, la supernazionalista Le Pen e il democratico Sanders hanno molto in comune: sono pro-welfare, antiglobalizzazione, pro stato e antifinanza. Il gradimento di Hollande è al 4 per cento mentre i sondaggi danno Le Pen al 40. In Germania Afd cresce nelle rilevazioni, Angela Merkel scende. La rivolta dei debitori è appena cominciata.

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