Pro e contro Mps

Qualche dubbio sulla volontà politica di salvare la banca e di volerla poi privatizzare in fretta

Pro e contro Mps

Foto di damian entwistle via Flickr

Le motivazioni standard per giustificare il salvataggio pubblico di un’azienda si rifanno normalmente a due elementi. Primo, il fallimento dell’azienda genererebbe elevate ripercussioni negative sul sistema economico; il costo pagato dallo stato viene visto come il male necessario per evitare tali effetti a catena che finirebbero per generare costi peggiori. Secondo, si ritiene che il mercato, per qualche ragione, sottostimi il valore degli attivi dell’impresa e quindi rischi di trasformare crisi di liquidità temporanee in costose bancarotte.

La motivazione standard contro il salvataggio è che, per quanto possano essere buone le motivazioni iniziali, il settore pubblico tende a prolungare la propria permanenza nelle aziende “salvate” ben oltre lo stretto necessario. In tal modo distorce il mercato e spreca il denaro dei contribuenti. Inoltre, l’intervento pubblico tende ad avere connotazioni redistributive che vengono più o meno occultate nell’operazione generale.

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Per valutare l’operazione di salvataggio del Monte dei Paschi di Siena occorre chiedersi quanto forti e credibili siano gli argomenti standard di cui sopra. Il primo argomento a favore, che possiamo chiamare “delle esternalità”, è probabilmente quello che ha più forza ma è di difficile valutazione. La bancarotta di Mps può generare ondate di panico e colpire in modo duro tutto il sistema finanziario, ma quantificare in modo affidabile il danno è quasi impossibile.

Il secondo argomento, quello sull’incapacità del mercato di valutare correttamente il valore della banca, è invece estremamente debole. Nel caso specifico il problema centrale sono in non-performing loans. Si tratta di attivi che è difficile ma non impossibile valutare. Il fatto che le valutazioni di mercato (ossia il prezzo a cui altri operatori sono disposti ad acquistare tali attivi) siano nettamente inferiori al valore che Mps continua ad assegnar loro, una discrepanza che dura da anni nonostante l’intenso scrutinio cui gli attivi della banca sono stati sottoposti, è difficilmente imputabile a un fallimento del mercato. Appare assai più sensata l’ipotesi che sia Mps ad assegnare un valore eccessivamente alto.

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Le motivazioni contrarie appaiono invece molto forti. Che l’intervento pubblico sia guidato da criteri politici, anziché economici, in questo caso non è un sospetto ma una certezza. Il balletto che è andato in onda per anni ha avuto come stelle polari da un lato la preoccupazione per il controllo delle risorse offerte da Mps e dall’altro il desiderio di proteggere più o meno arbitrariamente alcune categorie di investitori. Ora che il dissesto finanziario ha lasciato ben poche risorse da controllare, l’aspetto redistributivo è diventato centrale. È tale aspetto che ha spinto il governo ad adottare lo strumento della “ricapitalizzazione precauzionale” nel tentativo di salvaguardare gli obbligazionisti. Da questo intervento perciò è lecito attendersi da una lato una redistribuzione abbastanza arbitraria di risorse e dall’altro un lungo e complicato processo di continuato controllo di Mps da parte della politica, anche se in forme differenti da quelle attuali. Farà ben poca differenza chi controllerà il governo nel prossimo futuro, dato che tutte le forze politiche (incluso il Movimento 5 Stelle) hanno idee simili sull’opportunità del controllo pubblico del sistema bancario.

 

Come finirà la saga

Una volta messi nuovi miliardi di soldi dei contribuenti nel Mps, esso cesserà di essere, almeno per un po’, la struttura moribonda che è ora. Ci saranno nuove risorse da controllare e distribuire. Attendersi che il Tesoro intervenga in modo chirurgico per risanare la banca e poi la venda allegramente, come un investitore qualsiasi che cerca di massimizzare il rendimento, è francamente da ingenui. La cosa più probabile è che tutta la saga finisca con una di quelle finte privatizzazioni in cui la quota del Tesoro passa a Cassa Depositi e Prestiti (ossia una società formalmente privata ma controllata al 70 per cento dal Tesoro) o altri enti para-pubblici. La questione principale sarà comunque quella del controllo politico, non certo quella dell’efficienza economica.

Cosa è possibile fare in queste circostanze? Nell’immediato è importante insistere perché ci sia trasparenza assoluta sui beneficiari dell’operazione. Dato che l’operazione è disegnata esplicitamente per favorire gli obbligazionisti, è importante sapere di chi stiamo parlando. Quanti di costoro sono effettivamente poveracci inesperti a cui Mps ha rifilato titoli non corrispondenti al loro profilo di rischiosità e quanti invece sono semplicemente privati o intermediari che hanno scelto un investimento rischioso ma dagli alti rendimenti attesi? E a quale prezzo sono state comprate le obbligazioni il cui valore verrà ora garantito dai contribuenti italiani? Nel più lungo periodo, sarà importante insistere perché il coinvolgimento pubblico venga ridotto rapidamente. Ma su questo, come già detto, è opportuno evitare di farsi troppe illusioni.

Sandro Brusco, Economista, Stony Brook University, New York

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