Lo stato ha senso in Mps se porta la politica fuori dalla banca

Il Tesoro ha tre compiti a Siena: tenere lontane le fondazioni, rivoluzionare la struttura dirigente, ricordarsi cos’è il rischio

Lo stato ha senso in Mps se porta la politica fuori dalla banca

(foto LaPresse)

Poco prima dell’(inevitabile) epilogo della vicenda Monte Paschi con il salvataggio da parte del Tesoro dello Stato italiano, in un sondaggio fatto dalla Business School dell’’Università di Chicago tra un panel che raggruppa cinquanta economisti europei, la stragrande maggioranza si è dichiarata favorevole all’intervento dello stato sulle banche italiane. Solo pochi erano molto o abbastanza contrari. Una convergenza di opinioni così significativa non è la norma tra gli economisti, soprattutto quando l’intervento dello Stato tocca la proprietà di aziende fino a quel momento private. E’ questo uno di quegli argomenti dove le visioni divaricano. La ragione della convergenza è molto pragmatica: si intravedeva il fallimento dell’aumento di capitale e si anticipava il potenziale effetto destabilizzante, sull’Italia e di riflesso sull’Europa, di una risoluzione di MPS con le nuove norme sul bail in. E nessuna persona ragionevole oggi sarebbe disposta a prendere un rischio del genere in un’Europa ancora fragile e senza solide strutture di governo comune, ad eccezione della Banca Centrale Europea.

Il salvataggio pubblico e l’iniezione di capitale statale, per quanto possano apparire indigesti, sono spesso l’unica alternativa per limitare i rischi di contagio finanziario e per consentire alle banche di riprendere a funzionare regolarmente. E quindi all’economia di potersi avvalere del credito di cui necessita. Quest’ultimo punto è tanto più importante quanto più sviluppata finanziariamente è un’ economia, perché è in queste che la dipendenza dell’operatività di famiglie e imprese dalla finanza è massima. Per questo ritengo che il governo debba andare oltre MPS e capitalizzare le altre banche che difettano di capitali e hanno difficoltà oggi a trovarli sul mercato, ad iniziare dalle banche venete per finire con Unicredit. Ma questi interventi di urgenza non debbono far perdere di vista una serie di misure che li devono accompagnare traendo lezione dalle vicende che ci hanno portato fin quei. In primo luogo, questi interventi – segnatamente quello su MPS – sono di fatto una sospensione delle norme sul bail in. Io avevo sostenuto che per una gestione meno traumatica delle crisi bancarie sarebbe desiderabile una applicazione della nuova normativa sul trattamento delle crisi bancarie a stadi differenziati tra paesi, con un passaggio più graduale in quelli come l’Italia, dove le banche si finanziano molto (ora meno) collocando obbligazioni sul mercato retail.

 

La situazione di Mps è peggiore di quello che si crede

L’aumento di capitale è salito a 8.8 miliardi, 6.3 miliardi li metterà lo Stato, il resto gli obbligazionisti attraverso la conversione dei titoli. Una sberla sui conti pubblici

 

Salvata MPS e messi al riparo (credo) i piccoli risparmiatori clienti di MPS, è necessario che parta una campagna di informazione per rendere edotti i risparmiatori italiani delle nuove norme. Questa campagna finora è stata elusa. Il Tesoro se ne deve fare promotore. Secondo, il Tesoro deve avere una gestione attiva nelle banche dove interviene, garantendo una governance competente e con un obiettivo chiaro fin dall’inizio: rimettere le banche sul mercato quanto prima. Terzo, non bisogna dimenticare l’origine dei problemi che lo Stato è chiamato a risolvere: nascono tutti da difetti nella struttura proprietaria che ha generato un governo di queste banche malsano e poco orientato all’efficienza. La crisi economica ovviamente è stata il detonatore che ha portato alla luce i problemi: quando le cose vanno bene, vanno discretamente anche per chi gestisce male. E’ quando le cose vanno male che la cattiva gestione emerge nuda. Nel rimettere sul mercato MPS (ed altre banche che possano essere interessate all’intervento pubblico) il Tesoro dovrà prestare un occhio molto serio alla struttura proprietaria. Non vorrei che le fondazioni uscite a forza dalla porta aperta dalla crisi rientrino dalla finestra delle ri-privatizzazione.

 

 

Luigi Guiso è economista, Einaudi Institute for Economics and Finance

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Commenti all'articolo

  • albertoxmura

    28 Dicembre 2016 - 11:11

    Secondo me c'è poco da sperare. In un primo tempo il Governo (si spera) si comporterà assennatamente, nominando amministratori che rimettano in sesto le banche dissestate. Ma una volta ottenuto il risanamento, la classe politica non rinuncerà a metterci così da usare le banche risanate per la sua politica clientelare e la promozione del consenso elettorale. Che lo faccia direttamente o mediante la foglia di fico di una finta privatizzazione cambia poco. Naturalmente ciò porterà prima o poi a una nuova crisi, che sarà al solito il contribuente a risanare, nel declino più o meno lento e inesorabile del Paese.

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