Non solo Cuccia. Come si spiega la fine dell’egemonia di Mediobanca

L’onere dell’insuccesso dell’aumento di Mps e la sospetta permeabilità alla finanza francese. Appunti critici

Alberto Brambilla

Email:

brambilla@ilfoglio.it

Non solo Cuccia. Come si spiega la fine dell’egemonia di Mediobanca

Al centro, Enrico Cuccia (foto LaPresse)

Roma. La sconfitta di Matteo Renzi al referendum costituzionale ha giocato contro un successo dell’aumento di capitale del Monte dei Paschi di Siena attraverso ricorso esclusivo al mercato. Tuttavia le vicende politiche hanno un ruolo parziale. Le banche JP Morgan e Mediobanca, che coordinavano l’operazione, hanno delle responsabilità nel fallimento della ricapitalizzazione da 5 miliardi della terza banca italiana. Fallimento che in questi giorni ha costretto il governo a intervenire con denaro pubblico. Alcuni esponenti della finanza tricolore puntano il dito su Jamie Dimon, uno dei banchieri più potenti al mondo, perché gli sforzi prodotti dalla sua JP Morgan sono stati pieni di errori e di cattive valutazioni.

 

Anche Mediobanca, nel suo piccolo, condivide l’onere dell’insuccesso. Il piano industriale proposto non è stato apprezzato dal mercato e in cinque mesi di pellegrinaggio tra le “sette chiese” della finanza – Regno Unito, Stati Uniti e medio oriente – non ha trovato investitori né convinto gli operatori sofisticati ad aderire alla conversione di obbligazioni in azioni – una parte dell’aumento. L’esito non fa brillare l’amministratore delegato Alberto Nagel che non voleva “neanche pensare” a un fallimento “che farebbe molto male”, come disse al termine dell’assemblea dei soci a ottobre, aggiungendo che “è molto importante per Mediobanca, e non solo, dare un contributo il più impegnato possibile per Mps”. Fat chance! (stai fresco!) direbbero gli inglesi. Altre marginali opportunità sono state bypassate: la piattaforma di gestione dei crediti in sofferenza di Mps, Juliet, è stata venduta a Cerved ma i 150 milioni ricavati non sono stati inclusi nell’aumento, per esempio. E’ la seconda batosta in un anno per gli eredi di Enrico Cuccia (1907-2000), dominus storico. Quest’estate dopo l’abbandono della Rizzoli Corriere della Sera da parte di Fca, deciso da Sergio Marchionne, Mediobanca ha ceduto di schianto alla scalata di Urbano Cairo a Via Solferino.

 

Per anni Mediobanca aveva gestito Rcs facendo da ago della bilancia tra i soci industriali eredi delle vecchie dinastie (Agnelli, Pirelli, Lucchini, Pesenti, Merloni), la finanza cosiddetta cattolica (Intesa e Mittel) e il mercato in agguato – e diceva di volere essere il segno del cambiamento. La merchant bank che un tempo trattava alla pari con concorrenti tipo Lazard, Lehman Brothers, Jp Morgan, Morgan Stanley e Goldman Sachs, non è riuscita a difendere la sua partecipazione-simbolo. Le resta la trincea delle Generali, dove è primo azionista ma sulla quale si concentrano le mire francesi. Se l’espansione transalpina arriverà in cima alla prima assicurazione italiana dipenderà soprattutto da Mediobanca che negli ultimi anni, dal 2000 in poi, ha facilitato sia l’assalto di società estere su aziende italiane (Lactalis su Parmalat a scapito di Ferrero, per esempio) sia l’uscita dal paese di imprese industriali storiche (advisor dell’acquisizione di Italcementi dei Pesenti da parte della tedesca Heidelbergcement).

 

Da più parti ora s’invoca una difesa di Mediaset dalla scalata della Vivendi di Vincent Bolloré, vicepresidente di Mediobanca. Ma per questo ci vorrebbe la Mediobanca di un tempo, quella di Cuccia, un banchiere con l’attitudine da civil servant. Una caratteristica che lo accomuna a quello che per ventuno anni fu il suo uomo di fiducia nella Fiat, cioè Cesare Romiti, deputato a tenere a freno le teorie declinanti di Umberto Agnelli e le brame della famiglia, ma soprattutto a irrobustire l’azienda nei momenti cruciali con capitali stranieri, mettendo insieme la Deutsche Bank e la libica Lafico. Negli anni Settanta, per blindare l’allora colosso assicurativo Generali, Cuccia aveva duellato con Cesare Marzagora, storica figura di politico-imprenditore della Prima repubblica, che era stato presidente del Senato, delle Generali e della Montedison. Merzagora propose una “coriandolata” delle azioni, una public company ante litteram. La sinistra s’innamorò dell’idea, che parve innovativa.

 

Mediobanca si mise di traverso e Cuccia fece uno dei suoi proverbiali giri in incognito delle “sette chiese”. Generali rimase così un bastione dell’italianità; oggi a rischio di erosione. Attraverso l’assistenza all’industria e le fusioni incrociate, Mediobanca era stata domina assoluta del capitalismo italiano, criticata ma certo efficace. Nonché parte rilevante della ragnatela economica e sociale che anche in periodi bui – il terrorismo, il prestito tedesco all’Italia del 1975, la grande svalutazione della lira del ’92 – aveva tenuto in piedi il paese. Fino al passaggio dai salotti buoni con relativi patti di sindacato alla globalizzazione di questi anni. Una mattina del 24 giugno 2000, nella foschia del cimitero di Meina sul lago Maggiore, ai privatissimi funerali di Cuccia ci sono pochi ma simbolici protagonisti del Novecento e del millennio appena nato, che da lì a poco avrebbe cambiato in peggio anche le loro sorti e quelle di buona parte del capitalismo nazionale. Forse ci vorrebbe un Cuccia anche oggi.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi