L’Italia puntella le banche e dà un senso all’Unione bancaria

Come Europa desidera. Parlano Carnevale Maffé (Sda Bocconi), Altomonte (Bruegel), Queleen (SwissQuote)

Alberto Brambilla

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L’Italia puntella le banche e dà un senso all’Unione bancaria

Roma. Su precedente richiesta del governo transitorio nella persona del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ieri il Parlamento ha dato autorizzazione alla creazione di un fondo precauzionale fino a 20 miliardi di euro per puntellare le banche in crisi, se necessario. Il governo aveva approvato la misura lunedì quando il terzo istituto di credito del paese, il Monte dei Paschi di Siena (Mps), stava ancora cercando di raccogliere sul mercato 5 miliardi di euro per restare a galla. Le preoccupazioni attorno alla necessità di una protezione dello stato – che si configura in un prestito di garanzia temporaneo – per Mps sono emerse nuovamente quando due tentativi consecutivi, a distanza di pochi giorni, di raccogliere parte del capitale necessario all’aumento attraverso la conversione di obbligazioni in azioni hanno deluso le aspettative. Intanto le banche advisor dell’aumento, JP Morgan e Mediobanca, faticavano a trovare un investitore apripista – indiscrezioni parlavano del fondo sovrano del Qatar – disposto a scommettere per primo sulla banca da tempo in difficoltà. Alla fine della settimana scorsa è emersa la notizia preoccupante che la banca più antica del mondo, operativa dal 1472, disponeva di liquidità solamente per quattro mesi di attività – e non per undici mesi come indicato nei giorni precedenti. L’operazione di aumento di capitale si deve chiudere entro fine anno mentre gli investitori istituzionali potranno aderire fino a oggi.

 

Sì: nazionalizzare non è uno scandalo

Se non ci sono alternative al salvataggio di Mps, ci sono alternative su cosa deve fare un governo quando entra in banca

 

La sensazione degli analisti, degli osservatori e del mercato è che l’aumento non avrà successo e si renderà quindi necessario un intervento dello stato come misura precauzionale. Il timore maggiore del governo è quello di una corsa al ritiro dei depositi con conseguenze contagiose per l’intero sistema bancario, nel pieno di una epocale ristrutturazione. Per questo è stata messa a disposizione la somma di 20 miliardi, attraverso una pari emissione di nuovo debito, utile, da un lato, a rassicurare i risparmiatori e, dall’altro, a non dare adito a sospetti – in caso la cifra fosse stata maggiore – che i problemi dell’industria siano più profondi, il che genererebbe ulteriori incertezze sul mercato degli asset italiani e produrrebbe altre conseguenze nefaste, come per esempio il rialzo dei rendimenti. L’operazione è stata giudicata tardiva dalla quasi totalità delle forze politiche presenti all’audizione del ministro Padoan davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato riunite lunedì sera. Il sostegno pubblico rientra precisamente nella cornice della direttiva europea (Brrd – art. 32 comma d) paragrafo iii), anticipata nella sezione 41 del preambolo) operativa da inizio anno, che istituisce il cosiddetto bail-in, in base ai criteri dell’Unione bancaria – un pilastro dell’avanzamento dell’unione monetaria finora costruito solo a metà (manca ad esempio un fondo comune di garanzia per le crisi bancarie nell’éra del bail-in). Il governo può usare fondi pubblici per ricapitalizzare una banca in difficoltà – un trasferimento di denaro non a fondo perduto ma temporaneo e a condizioni di mercato – a patto che azionisti e possessori di obbligazioni subordinate condividano il fardello (“burden sharing”) per non deviare dalla caratteristica di un soccorso in cui ai privati vengono inflitte perdite, appunto in regime di bail-in.

 

“Finora non si è voluto accettare lo stigma di un settore bancario dove numerosi istituti necessitano di ristrutturazioni radicali. L’ammissione tardiva di tale realtà arriva solo oggi ed è la dimostrazione che il governo finora è stato volontariamente omissivo sul tema”, dice Carlo Alberto Carnevale Maffé, docente di strategia e imprenditorialità alla Sda Bocconi. “Un governo previdente avrebbe dovuto allocare tale riserva – in linea con quanto previsto dalla direttiva europea – subito dopo gli stress test della Banca centrale europea, segnalando così al mercato che le ricapitalizzazioni sarebbero state ineludibili e che l’eventuale intervento pubblico di supporto avrebbe comportato un preliminare ed adeguato ‘burden sharing’ a carico degli investitori privati. Farlo ora, in extremis, non ottiene il risultato di mandare al mercato gli opportuni segnali di certezza del quadro normativo e regolatorio. Il governo a guida Gentiloni, invece di negare la realtà e millantare improbabili ‘pugni sul tavolo’, s’è mosso nella direzione prevista della regole europee. Finalmente”, dice Carnevale Maffé.

 

Durante la crisi finanziaria la Commissione europea ha approvato 592 miliardi di euro di aiuti statali alle banche dall’ottobre 2008 alla fine del 2012 – il nuovo regime ha chiuso con i salvataggi a carico dei contribuenti. L’Italia col suo alto debito pubblico non si unì al banchetto. Il 26 luglio scorso uscirono indiscrezioni su Bloomberg e Wall Street Journal circa l’autorizzazione della Commissione europea di un intervento precauzionale da 150 miliardi, altri organi di stampa riportarono poi 40 miliardi. Il governo di Matteo Renzi, allora in carica (s’è dimesso il 5 dicembre, sconfitto al referendum costituzionale) aveva tentato la via della ricapitalizzazione di Mps ricorrendo al mercato soltanto. “E’ la prima volta che si applica l’articolo della direttiva che prevede la possibilità di non liquidare la banca ma di salvarla con una ricapitalizzazione precauzionale affidata al pubblico a condizione che ci sia una ‘tosatura’ di azionisti e obbligazionisti subordinati (bail-in)”, dice Carlo Altomonte, professore di economia alla Bocconi e ricercatore presso il think tank brussellese Bruegel. “Era la soluzione proposta in giugno dalla Commissione al primo ministro, che però decise di non percorrere quella strada ma di affidarsi al mercato, anche perché un intervento pubblico avrebbe danneggiato le possibilità di vittoria al referendum”, aggiunge.

 

Secondo Altomonte, “l’ammontare necessario per la ricapitalizzazione del sistema, al netto delle somme già stanziate per i crediti deteriorati, ammonta a circa 50 miliardi, di cui circa 13 a carico di Unicredit. Se la soluzione precauzionale del governo mette in sicurezza Mps e altre banche minori, il mercato potrebbe assorbire a quel punto l’aumento di capitale di Unicredit, e avviare a soluzione una parte importante delle criticità del settore”. Basterà? Secondo Yann Quelenn, analista di SwissQuote – banca svizzera che prima del referendum stimava in 20 miliardi di euro il fabbisogno di capitali freschi per l’industria bancaria italiana – l’azione governativa è appena sufficiente “per assicurare i cittadini che qualcosa si sta facendo e per comprare tempo supplementare”. “Crediamo – dice Quelenn al Foglio – che la malattia di cui soffre il sistema bancario italiano sia assai più grave e di ciò si tornerà certamente a parlare anche il prossimo anno”. Le turbolenze sono arrestate, ma i problemi maggiori sono ancora da risolvere. 

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