Strategia liberoscambista con la Turchia

Ankara può essere un partner commerciale (non un membro) dell’Ue

Strategia liberoscambista con la Turchia

Ieri a Bruxelles si è diffusa la notizia che la Commissione europea rivolgerà agli stati membri di un mandato negoziale con il governo turco per aggiornare l’unione doganale Ue-Turchia. Il vecchio accordo del 1995 eliminò i dazi reciproci per i beni industriali ma non quelli relativi all’agricoltura (se non parzialmente), ai servizi e agli appalti pubblici. “Modernizzare l’unione doganale – dice la Commissione – porterebbe benefici economici sostanziali per entrambi i partner”. Ovviamente, dietro tanto zelo liberoscambista c’è un positivo riflesso geopolitico. A furia di parlar male delle istituzioni europee, ci siamo disabituati alla possibilità che qualche buona idea strategica arrivi anche dai corridoi di Bruxelles. Molto più della semplice liberalizzazione dei visti e della stantìa e impraticabile strada dell’adesione turca all’Unione europea, la leva del business può essere l’arma più efficace per scongiurare la totale rottura dei rapporti con Ankara. Anzi, un negoziato pragmatico e concreto può essere lo strumento migliore per indurre Erdogan a più miti consigli sulla questione dei profughi, sulla condotta politica interna e sull’eccesso di attivismo mediorientale. Parafrasando Bastiat: se passeranno più merci, potrebbero passare meno profughi.

 

L’ampliamento dell’unione doganale è anzitutto un interesse per Ankara: l’Unione europea resta di gran lunga il principale partner economico e una maggiore integrazione commerciale con i vicini occidentali potrebbe essere l’àncora di salvezza per un’economia dalle fondamenta instabili. Ovviamente, il percorso per arrivare all’entrata in vigore di un accordo di tale portata è irto di ostacoli, vuoi per il vento neoprotezionista che spira per il Vecchio continente, vuoi perché sarebbe francamente complicato per Bruxelles negoziare con Erdogan se le condizioni della democrazia turca dovessero ulteriormente peggiorare. Ma è qui che si misurerà la lungimiranza e il pragmatismo dei leader europei, se sapranno convincere l’opinione pubblica (e convincersi loro stessi) che tenere la Turchia nella nostra sfera d’influenza val bene il rischio di qualche pomodoro turco in più sulle nostre bancarelle. A maggior ragione se si chiarisce una volta per tutte l’equivoco: la Turchia può essere un partner dell’Unione europea, ma non uno stato membro.

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