Più impresa, grazie

L’Italia è sempre ultima nelle classifiche di innovazione imprenditoriale

imprese italiane

(foto LaPresse)

Se qualcuno avesse ancora bisogno di una conferma che le cose che non vanno nell’economia italiana non sono voucher e Jobs Act, ma la scarsa imprenditorialità e l’ancor minore propensione al rischio, questa settimana un nuovo rapporto del World Economic Forum e Global Entrepreneurship Monitor giunge in aiuto. Il rapporto, realizzato in vista del prossimo incontro di Davos, mette in classifica i paesi con il più alto tasso di imprenditorialità e di “intraimprenditorialità”, dove gli intraimprenditori (Entrepreneurial employees), spiega lo studio, sono coloro che creano innovazione all’interno di aziende di cui sono dipendenti, pur senza esserne tecnicamente i titolari. Ogni 2,5 punti in più di intraimprenditorialità, la competitività di un paese cresce di un punto in classifica.

 

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Notizia: l’Italia è saldamente ultima in entrambe le graduatorie! Nella classifica dell’imprenditorialità, anche i nostri cugini europei non se la cavano benissimo. La Germania, per esempio, è appena 25esima su 29 posizioni, con un tasso del 5,7 per cento della popolazione tra i 18 e i 64 anni impegnata nella creazione di nuove imprese. La Francia è 26esima, con il 5,4. E l’Italia ultima, con il 4. Un po’ meglio è posizionato il Regno Unito, undicesimo con l’8,5. In testa vi sono alcune economie ex comuniste in cui lo smantellamento dello statalismo è stato radicale: Lettonia 13,3, Estonia 12,6, Slovacchia 11,2, Lituania 10,4, Romania 10,1. I Paesi Bassi, primi dell’Europa occidentale, sono al 9,6. Un alto numero di neo imprenditori, però, potrebbe significare semplicemente una proliferazione di piccole imprese precarie. Il dato dunque integrato con la classifica dell’intraimprenditorialità, che è particolarmente importante perché spiega il paradosso per cui molte grandi economie europee restano competitive pur avendo indici di innovazione imprenditoriale bassi. Qui l’Europa occidentale in parte si riscatta, ma l’Italia è ancora inesorabilmente ultima. Promemoria utile contro chi dice che la risposta alla crescita anemica è più stato e più lacciuoli.

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