Uckmar, alfiere di un Fisco romantico e a misura d’uomo, cioè non italiano

Dalle chiamate in Cina al feeling con Canovari. Il ricordo di un grande economista che da presidente della Covisoc ha denunciato per primo l’eccessiva complicazione delle norme fiscali anche in campo sportivo e l’irresponsabile disinvoltura finanziaria di quell’ambiente

Uckmar, alfiere di un Fisco romantico e a misura d’uomo, cioè non italiano

Era un uomo di conti e di mare, Victor Uckmar, scomparso lunedì notte ad Arenzano a 91 anni. E’ stato un grande italiano e soprattutto l’alfiere di una finanza romantica, dove tutto torna e la parola ha valore, tutto il contrario cioè della finanza creativa e gassosa d’oggi.

Era nato a Genova, città di mercanti e banchieri, nel 1925 in Via Corridoni, dove s’incanala spesso la tramontana, al centro di un microcosmo che rimanda altrove come spesso accade nelle città marinare. Il padre, Antonio, era infatti marchigiano, si era fermato a Genova dopo la Prima Guerra mondiale perché lì si era sciolto il suo reggimento e aveva conosciuto la madre Bianca Helena, nata sull’oceano, in Cile. Dall’Adriatico invece veniva il suo relatore di tesi, il veneziano Ruggero Luzzatto, con cui si laurea in diritto civile nel 1947, su un tema legato alla compravendita nel commercio marittimo, anticipando così la canzone di Paolo Conte: “Ah Sudamerica. Era ancestrale il gesto tropicale, un arco dal sereno al fortunale, per dirti quanto è grande la questione tra il danneggiato e l’assicurazione”. Uckmar aveva partecipato brevemente alla Resistenza a Novi, per poi seguire la carriera universitaria a Genova e, dal 1968, alla Bocconi, chiamato a ricoprire la prima cattedra italiana di Diritto tributario (prima si chiamava Scienza delle finanze). Questa materia è stata introdotta infatti dal padre Antonio grazie alla rivista “Diritto e Pratica tributaria” che proprio quest’anno ha festeggiato i suoi novant’anni. Convinto sostenitore di un’inscindibile commistione di teoria e pratica, di diritto e commercio, Uckmar ha perciò sempre preteso che i suoi dipendenti e collaboratori si laureassero in Economia e in Legge per arginare da un lato le derive intellettualistiche dall’altro quelle affaristiche. La sua compattezza è stata tale che fu tra i pochissimi professionisti occidentali a essere scelti come consulenti dalla Cina che negli anni 70 per aprirsi al mercato. Sulla scia di quella esperienza sono seguiti gli incarichi internazionali che lo hanno portato ad aprire studi a Mosca e Buenos Aires, oltre che a Milano, naturalmente in Galleria. La perizia tecnica del professore genovese era talmente super partes che vinse persino la Guerra fredda: un giorno si trovò al ministero dell’Economia in Unione Sovietica e l’indomani era a Roma a seguire una causa in Cassazione per conto della US Navy, la Marina americana.

Occuparsi di soldi, in particolare di tasse, in una città come Genova non è mai stato semplice, ma forse proprio per questo Uckmar, cresciuto con un’educazione familiare severissima, non ha mai avuto paura di dire quello che pensava né di essere conseguente. Quando per esempio negò i suoi servigi professionali a Michele Sindona o nel difficile salvataggio del Corriere della Sera e poi dell’Unità. Ecco perché i suoi avvertimenti garbati, ma granitici, suonano premonitori. Da presidente della Covisoc (l’organo della Federcalcio cui spetta il compito di vigilare sui bilanci della società professionistiche di calcio) ha denunciato per primo l’eccessiva complicazione delle norme fiscali anche in campo sportivo e l’irresponsabile disinvoltura finanziaria di quell’ambiente, dimettendosi nel 2001.

In generale Uckmar non era insofferente alle regole, ma conoscendole sia a livello giuridico sia nei loro effetti di pratica professionale, ha sempre inseguito una loro semplificazione perché la causa principale dell’abnorme pressione fiscale italiana è figlia della confusione normativa: “In Italia c’è un sistema fiscale sperequato”, ripeteva. Nascono da qui i suoi scontri con l’ex ministro Giulio Tremonti e contro i condoni in generale, perché da un lato discriminano i contribuenti dall’altro ingenerano aspettative di sanatorie future.

Il romanticismo di Uckmar è rimasto vivo fino all’ultimo quando nel 2011, a 85 anni suonati, accetta di tenere un corso di diritto tributario per un triennio all’Università di Macerata, la città dove i suoi avi musicisti goriziani si erano trasferiti alla fine del ’700, prendendo ogni volta due voli, ovviamente a sue spese. Qui, col suo assistente Paolo Stizza, si è divertito fino all’ultimo a ricostruire le origini della tassazione, vecchie come il mondo, e a rileggere testi per nulla tecnici come “For Good and Evil” di Charles Adams. “L’influsso della tassazione sulla storia dell'umanità”, pubblicato guarda caso da un altro tributarista, Aldo Canovari, il raffinato editore di Liberilibri.

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