La crisi dentro la crisi delle banche

Trasparenza e rispetto dei risparmiatori valgono più del capitale

Alberto Brambilla

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La crisi dentro la crisi delle banche

Un sit-in di risparmiatori contro le banche (foto LaPresse)

Roma. “La transparencia es más importante que el capital”. Mentre la crisi bancaria italiana s’avvita pericolosamente dopo le dimissioni del presidente del Consiglio Matteo Renzi, sconfitto al referendum costituzionale, e fa perno sull’ultima disperata ricapitalizzazione del Monte dei Paschi (Mps), è il ministro dell’Economia spagnolo, Luis de Guindos, a permettersi di dare un “consiglio” al governo e alla Banca d’Italia. “La trasparenza sulla situazione del sistema finanziario è fondamentale. A volte gli stessi supervisori adottano posizioni difensive che aggravano la percezione, e uno pensa che ci sia qualcosa da nascondere, così la percezione della realtà diventa peggiore della realtà stessa”, ha detto De Guindos, secondo il quotidiano Expansión, alla riunione con i suoi omologhi all’Ecofin martedì – il ministro Pier Carlo Padoan, gradito ai mercati come successore di Renzi, era a Roma per seguire la crisi di governo. La Spagna aveva compiuto un amaro esame di coscienza nel 2012 quando accettò 41,3 miliardi di euro di finanziamenti europei in cambio del commissariamento del suo sistema bancario. L’Italia, anche per via del suo alto debito pubblico, ha sempre negato l’opportunità di ricevere soccorso ma non può più escluderlo: il sistema ha bisogno di almeno 20 miliardi di capitale. Dall’inizio della crisi finanziaria, otto anni fa, l’Associazione bancaria italiana (Abi) e la Banca d’Italia, all’unisono coi banchieri privati, hanno agito al contrario di quanto consiglia ora De Guindos.

 

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I rappresentanti dell’industria hanno propagandato per anni la “solidità” del settore nel suo complesso. Ora un indice di solidità come il rapporto tra utile netto e mezzi propri, nei principali istituti, Intesa Sanpaolo e Unicredit, è più basso delle francesi Bnp e Société Générale e pari o inferiore alla metà delle americane JP Morgan, Citigroup e Morgan Stanley. All’indomani del crac Lehman nel 2008, Amministrazione americana e Federal reserve nazionalizzarono in 48 ore le principali banche costringendole a riformarsi. Le autorità italiane invece hanno creato confusione mettendo a dura prova la pazienza dei mercati e dei risparmiatori. Dall’inizio della crisi, ogni istituzione tradizionale (chiesa, associazioni no profit, scuola, sindacati ecc.) ha visto ridursi la considerazione del popolo, ma le banche sono in coda. Gli italiani si fidano sempre meno degli istituti di credito, peggio fanno solo i partiti politici, dice una recente ricerca Ipsos tra giovani correntisti, mutuatari e risparmiatori adulti. “S’è rotto il legame tra popolo e gruppi dirigenti ovunque, banche comprese”, dice Paolo Savona, economista e già ministro con Ciampi. “La gente è adirata per il risparmio mal gestito, il credito costoso e tassato dallo stato, i depositi messi a rischio dalle nuove regole europee. Le banche oramai guadagnano solo dal sistema dei pagamenti e non dall’attività di credito, cioè non per merito loro ma per una prerogativa che gli è concessa”, dice Savona.

 

La redditività del settore è inferiore del 25 per cento rispetto alla media europea, ciò deriva anche dal calo della fiducia dei clienti. L’anno scorso il 27 per cento della clientela s’è rivolto a entità non bancarie per avere credito, dice la società di consulenza Accenture. La procedura di bail-in che a fine 2015 ha azzerato le obbligazioni subordinate in mano a 10.000 piccoli investitori di quattro banche regionali poste in risoluzione dalla Banca d’Italia ha peggiorato le cose e di riflesso ha danneggiato le banche stesse. La raccolta via obbligazioni – strumento di finanziamento essenziale per le banche italiane – è crollata di 63,5 miliardi in un anno dall’ottobre dell’anno scorso, dice l’Abi. Di recente la risposta dei piccoli risparmiatori alla chiamata di Mps a convertire obbligazioni in azioni per soddisfare in parte l’ultimo travagliato aumento di capitale è stata deludente: su un’offerta da 2,06 miliardi la banca ha raccolto 1,02 miliardi, di cui 98 milioni dalla clientela retail ovvero il 47 per cento rispetto ai 208 milioni attesi dalla banca toscana. Un’attenta profilazione Mifid ha probabilmente avuto un ruolo, ma i piccoli soci sono stati meno del previsto. Per riguadagnare la fiducia dei risparmiatori i banchieri privati potrebbero applicare il motto di Ennio Doris, fondatore di Banca Mediolanum, una family bank: “Il miglior modo per essere egoisti (per un banchiere) è essere altruisti (con il cliente)”. 

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