Riflessioni senza tabù per far crescere l’agroalimentare italiano

Il caso Gran Moravia, i numeri e il modello di business per superare una concetto fuorviante come quello di “delocalizzazione”

Riflessioni senza tabù per far crescere l’agroalimentare italiano

(foto LaPresse)

L’Università di Venezia ha promosso un incontro nel quale, per la prima volta, il caso del formaggio Gran Moravia viene presentato come “nuovo modello di business per l’agroalimentare italiano”. Il fatto è del tutto inedito e sorprendente poiché il formaggio è un grana realizzato in Repubblica ceca dall’impresa italiana Brazzale. Non posso nascondere la mia soddisfazione: per la prima volta un’istituzione universitaria riconosce il potenziale di creazione di ricchezza per il nostro paese derivante dal nostro modello produttivo esteso tra i due paesi. Il professore Giancarlo Corò ha innanzitutto il merito di sfidare la censura delle corporazioni. Ci sono alcuni dati da cui partire per un’analisi laica della questione. L’Italia ha poca superficie agricola utilizzabile, è sovrappopolata, circa 4,7 abitanti per ettaro contro la media europea di 2,9, e ha una forte propensione all’export. La conseguenza è un irrimediabile deficit di materia prima agricola che blocca la crescita dell’industria agroalimentare. Questa, aumentando l’importazione di materie prime, potrebbe non solo sostituirsi agli stranieri nel governare i flussi che già oggi importiamo per sopperire al deficit ma, altresì, incrementare le esportazioni verso il mondo di un prodotto trasformato in Italia, accrescendo l’impiego nell’industria e nell’artigianato alimentari, consentendo di gestire in proprio processi agroindustriali alla fonte.

Contro l’agricoltura di una volta

Pubblicità, slogan slow e luoghi comuni vogliono convincerci che una volta il cibo era migliore e c’era più biodiversità. Balle. Servono ingegno umano e processi industriali per mangiare bene e tutti.

A differenza della produzione agricola, oltretutto, la capacità di trasformazione italiana e la domanda internazionale di “italian food” sono teoricamente illimitate. Lo stesso “italian sounding”, che è stimato in oltre 70 miliardi di fatturato, va visto positivamente, sia come un fenomeno che tiene vivo l’interesse per i prodotti della nostra industria alimentare sia come un serbatoio di mercato da servire con prodotti realizzati in Italia; ovviamente con materia prima estera, considerata l’impossibilità di crescita dell’offerta di quelli prodotti nella penisola. Questa formidabile opportunità di crescita è oggi clamorosamente sprecata. Ci vuole il coraggio di una potente innovazione, a costo zero perché meramente “culturale”: passare dal Made in Italy, inteso come prodotto realizzato in Italia con materie prime italiane, a un concetto di “prodotto Italiano”, quale combinazione di fattori umano, culturale e territoriale, variamente combinati.

L’innovazione rappresentata dall’allocazione dei processi produttivi verso la localizzazione di maggiore efficienza è una potente leva di sviluppo, purtroppo totalmente negletta nel nostro paese, anzi demonizzata con il termine “delocalizzazione”, un mantra della cultura della rendita corporativa protezionistica autolesionistica. Se prendesse coraggio, l’Italia potrebbe diventare una formidabile portaerei di trasformazione di ogni sorta di materia prima agricola, con risultati sorprendenti in termini di creazione del valore. A tal fine, nella conferenza veneziana, intendo illustrare la scomposizione del valore creato lungo la catena di Gran Moravia, dalla produzione del latte, al caseificio, alla stagionatura, porzionatura e confezionamento, commercializzazione e logistica, tutti processi distribuiti tra Repubblica Ceca e Italia secondo il principio di allocazione ottimale.

I risultati sono sorprendenti perché contraddicono i più diffusi luoghi comuni: nella catena del valore aggiunto di Gran Moravia, la parte realizzata in Italia supera il 40 per cento, realizzando un potente effetto di crescita nel nostro paese. Per il cittadino-contribuente-consumatore italiano, oltretutto, il vantaggio è molto più esteso e difficilmente quantificabile, per quanto intuibile: la concorrenza di produzioni alternative genera economie di scala e stimola l’efficienza anche nelle filiere tradizionali, permettendo a queste di aumentare la propria competitività interna ed estera, e al consumatore di veder aumentare le opzioni di scelta tra prodotti sempre più buoni e convenienti. Il paese invoca la crescita e poi si chiude in un modello che, non permettendo fisicamente di farlo, finisce in una spirale che condanna l’economia del paese e i suoi cittadini-consumatori-contribuenti. E’ tempo di cambiare. 

Roberto Brazzale è presidente del Gruppo Brazzale. Anticipiamo alcuni stralci dell’intervento che Roberto Brazzale terrà questa mattina, a partire dalle 10.30, nel corso di un seminario intitolato “Gran Moravia: un nuovo modello di business per l’agroalimentare italiano”, organizzato dal dipartimento di Economia dell’Università Ca’ Foscari di Venezia

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Commenti all'articolo

  • marco.ullasci@gmail.com

    marco.ullasci

    04 Dicembre 2016 - 15:03

    A pensarci bene le resistenze applicate all'agro-alimentare se fossero trasposte al settore della moda e del tessile sarebbero la rovina del settore. Ma in quel caso nessuno si lamenta del fatto che cotone, lana, cachemire e la maggior parte di tutte le altre materie prime del made in Italy non siano di produzione italiana. Forse perché non ci sono rendite da mantenere?

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