Paradigma Amazon

Cosa ci dice il Black Friday sui tic dei sindacati che ostacolano ripresa e occupazione

Chi frena il tentativo dell’Italia di agganciare (scusate il termine) “l’economia della postmodernità”. Nuovi dati dell’Istat

Cosa ci dice il Black Friday sui tic dei sindacati che ostacolano ripresa e occupazione

Foto LaPresse

Roma. Arrivano i dati del Black Friday, relativi soprattutto al commercio online. Le vendite negli Stati Uniti hanno segnato venerdì 25 il nuovo record di 5,27 miliardi di dollari, in crescita del 18 per cento sul 2015. Quanto all’Italia la sola Amazon ha venduto nel Black Friday 1,1 milioni di prodotti, uno ogni 12 secondi, il 47 per cento in più. Il che secondo stime provvisorie lascia presagire tra web, negozi e centri commerciali incassi poco sotto al miliardo di euro: il 20 per cento più delle previsioni – molti marketplace online hanno prolungato gli sconti fino al lunedì successivo. La vera novità è l’apertura della piattaforma Amazon e di altri big online ad aziende private, che hanno beneficiato del sistema di vendita, consegne e garanzia, con performance anche migliori: secondo i portali specializzati black-friday.sale e cuponation.it, il doppio dell’anno scorso.

Queste notizie s’intrecciano con i dati Istat che confermano la crescita del pil dello 0,3 per cento nel terzo trimestre, migliorando di un decimale il risultato acquisito nell’anno (0,9) e sui dodici mesi (più 1 per cento). Egualmente l’Istat rileva a ottobre una disoccupazione in calo dello 0,1 per cento, all’11,6, con 174 mila occupati in più su base annua. I giovani disoccupati tra i 15 e i 24 anni scendono al 36,4 per cento, quattro decimali in meno, ma ancora molti. Così come la disoccupazione generale si riduce a ritmi inferiori alla media della zona euro, il 9,8 per cento. Tutto questo significa che lo spazio per una ripresa dei consumi, gradino indispensabile per far ripartire la crescita, è ancora molto. E l’online, su Amazon e altrove – quest’anno al Black Friday italiano hanno partecipato aziende come Alitalia, Ferrovie, Fca – può dare un buon contributo.

Peccato che un certo mood sindacale-culturale, al quale contribuisce anche la chiesa, continui a considerare il tutto con un misto tra sufficienza, condanna (“è un’americanata, un impero consumistico al quale bisogna resistere”, ha scritto il quotidiano cattolico Avvenire) e repulsione organizzata. Proprio il 25 novembre le confederazioni sindacali hanno indetto lo sciopero dei trasporti pubblici, agitazione che a Roma ha bloccato per l’intera giornata le linee del metrò e la raccolta rifiuti: penalizzando le vendite nei negozi per circa il 30 per cento.

Dall’inizio dell’anno la Cgil si è espressa più volte in documenti e convegni sui rischi dell’economia digitale; un must è uno studio presentato il 20 gennaio al World Economic Forum di Davos intitolato “The future of jobs”, dal quale risulterebbe che entro il 2020 nel mondo 5 milioni di persone potrebbero essere “sostituite dai robot”. In realtà il documento non si limita a questo: analizza le mansioni più facilmente sostituibili dalla digitalizzazione – prevalentemente quelle impiegatizie – ma indica anche gli spazi di crescita e di diversa occupazione che si aprono con una gestione nuova e più efficiente della produzione e del commercio.

I casi tipici sono soprattutto la Germania (lo studio del Wef è stato anticipato dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung) e gli Stati Uniti. Ebbene, le aziende tedesche sono quelle che più hanno spinto in Europa sulla digitalizzazione con Industria 4.0, e, comprendendo i servizi, oggi l’economia leader del continente è quarta dietro Svezia, Danimarca e Finlandia. Ma il tasso di disoccupazione tedesco è ai minimi storici del 4,2 per cento, appena meno degli Stati Uniti. Dove perfino un colosso della vendita tradizionale, Wal-Mart, ha triplicato quest’anno la divisione e-commerce, lanciando anche servizi finanziari digitali con il suo marchio.

Anche in Italia la manifattura, quella sana, riesce a beneficiare dell’innovazione: ieri la multinazionale dell’alimentare Nestlé ha annunciato un investimento di 48 milioni per fare dello stabilimento Buitoni di Benevento l’hub mondiale della pizza; mentre Sergio Marchionne ha annunciato 1.800 nuove assunzioni nel 2017 all’Alfa Romeo di Cassino, destinato a produrre con le piattaforme di Industria 4.0.

Come nelle tre precedenti rivoluzioni industriali, ciò che evidentemente uccide il lavoro non sono le novità, ma la paura di affrontarle.

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