La morte dell’inventore del Big Mac ci ricorda l’Abc della globalizzazione

Dal Big Mac index alla Teoria degli Archi d’oro: dove non passano gli hamburger passano gli eserciti

Luciano Capone

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La morte dell’inventore del Big Mac ci ricorda l’Abc della globalizzazione

Big Mac (foto di McDonald's)

Roma. Doppio hamburger, lattuga, cipolla, una salsa speciale, formaggio cheddar e cetriolini in un panino al sesamo. Pochi dollari e più di 500 calorie. Era il 22 agosto del 1967 quando l’italoamericano Michael “Jim” Delligatti, uno dei primi proprietari di franchising McDonald’s, nel suo ristorante a Uniontown in Pennsylvania, inventò il Big Mac, il panino più venduto al mondo, visto da molti come simbolo della libertà e dell’abbondanza della società dei consumi, come grimaldello della colonizzazione capitalista da parte dei “no global”. Delligatti è morto nella sua casa di Pittsburgh all’età di 98 anni (“una leggenda”, l’ha definito l’azienda), dopo che per tutta la vita ha mangiato almeno una volta alla settimana il suo Big Mac, chissà se per vendetta rispetto ai salutisti che indicano il suo panino come emblema del junk food. Per ironia della sorte ha vissuto molto più a lungo di James Fixx, l’inventore del jogging, di cui spiegò i benefici in un libro,  morto d’infarto a 52 anni dopo una corsa.

 



 

Delligatti non aveva certo in mente l’idea di diventare un pioniere della globalizzazione, voleva solo offrire ai clienti panini più grandi e più gustosi. I vertici della catena gli diedero il via libera, le vendite nel locale di Jim si impennarono e dopo appena un anno il menù Big Mac venne inserito in tutti i punti vendita degli Stati Uniti. Dopo quarant’anni, solo negli Stati Uniti, ogni anno venivano consumati 550 milioni di Big Mac, uno ogni 17 secondi, e oggi viene servito in 33 mila ristoranti sparsi in più di cento paesi del mondo. Ma non è solo il panino più diffuso del pianeta, il Big Mac viene studiato dagli economisti e dai politologi.

  

La prevalenza del Big Mac

Metti una mattinata a colazione con il capo di McDonald’s Italia, la multinazionale che ora al profitto purchessia (e al basso profilo) preferisce l’hamburger tricolore e la filiera Dop. Ma basta con la superstizione Slow Food.

 

Per la sua diffusione mondiale il Big Mac è stato scelto come unità di misura delle differenze economiche tra paesi. Nel 1986 l’Economist ha introdotto il “Big Mac index” per confrontare il potere d’acquisto tra i paesi in cui viene servito l’hamburger. L’indice nacque quasi per scherzo, ma, pur con tutti i suoi limiti, è stato accettato anche dagli economisti come un’utile applicazione della teoria della parità dei poteri di acquisto: nel lungo termine il tasso di cambio tra due valute tende ad aggiustarsi in modo che un paniere di beni abbia lo stesso costo in entrambe le valute. E il re dei panini è perfetto, proprio perché viene venduto con caratteristiche simili in tutto il mondo e con prezzi diversi che si basano sulle condizioni delle economie locali.

 

Il Big Mac come standard globale è presente anche in “Pulp Fiction”, il capolavoro di Quentin Tarantino, nel dialogo in auto tra John Travolta e Samuel L. Jackson sulle differenze tra America ed Europa: “Laggiù hanno la stessa merda che abbiamo noi”, dice Travolta, “ma la chiamano diversamente”. “E il Big Mac, come lo chiamano?” “Beh, il Big Mac è il Big Mac”.

 

Il successo di questo panino, che ha consentito a McDonald’s di diventare la più grossa catena di fast food del mondo e di espandersi in tutti i continenti, ha attirato anche le attenzioni dei politologi, che ne hanno fatto il simbolo della pacificazione liberale.  E’ la cosiddetta “Golden arches theory of conflict prevention”, la “teoria degli Archi d’oro”, dove gli archi sono quelli del logo McDonald’s, presentata a metà anni ‘90 dal commentatore del New York Times Thomas Friedman. Friedman sostiene che non esistono al mondo paesi all’interno dei quali sono stati aperti ristoranti McDonald’s che si sono fatti guerra tra loro. L’idea è che le nazioni che si aprono al libero commercio (e McDonald’s è in genere una delle prime aziende a impiantarsi) sono più interessate a fare affari, o a mangiare un panino, che a farsi la guerra: “Il sistema di globalizzazione odierno aumenta significativamente i costi dei paesi che usano la guerra come mezzo per perseguire onore, reagire a paure, o portare avanti i propri interessi”. L’integrazione economica crea incentivi che rendono la violenza meno conveniente: se in passato prima di risolvere i problemi con la guerra “le nazioni nel sistema ci pensavano due volte, in questa epoca di globalizzazione ci pensano tre volte”. Più che le strette di mano tra Barack Obama e Raùl Castro, forse la vera pace tra Cuba e gli Stati Uniti ci sarà quando i turisti potranno ordinare il Big Mac di Jim Delligatti in Plaza de la Revolución prima di andare a visitare la tomba di Fidel.

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