C’è il “re della bancarotta” alla corte di Trump

Così Wilbur Ross, il magnate che ha salvato la rust belt dall’oblio, dirà a The Donald che fare con la Cina

 C’è il “re della bancarotta” alla corte di Trump

Donald Trump e Wilbur Ross (foto LaPresse)

Milano. Strano destino quello di Wilbur Ross, il “re della bancarotta” come l’hanno ribattezzato a Wall Street per la sua capacità di ricavare quattrini da aziende decotte o morte. Ma l’impresa che lo porterà, a 79 anni, nella stanza dei bottoni degli Stati Uniti quale segretario al Commercio dell’Amministrazione Trump è frutto all’opposto di una bancarotta evitata agli inizi degli anni Ottanta. Ross, alla testa della filiale americana di Rothschild, riuscì nella non facile impresa di evitare il fallimento dei casinò di Atlantic City del tycoon newyorchese, assediati dai creditori. Ma attenzione: la prossima nomina dell’ex banchiere, anche uno dei maggiori collezionisti dell’opera di René Magritte, non ha nulla a che fare con la riconoscenza o con l’amicizia con il presidente eletto, che pure s’è cementata negli anni a Palm Beach, dove entrambi possiedono dimore principesche. Ross, che in gioventù era iscritto ai corsi di Letteratura di Yale con l’intenzione di fare lo scrittore, è stato assieme a Carl Icahn, altro leone del business, uno dei grandi ispiratori della corsa alla Casa Bianca di Trump e uno dei principali autori della ricetta per risvegliare l’economia americana: meno tasse per le imprese (“devono scendere dal 35 al 15 per cento”), sconti fiscali anche abbonando i debiti verso la Pubblica amministrazione o facilitando il rientro dei fondi esteri delle corporation purché il calo delle tasse sia destinato a finanziare buona parte dei mille miliardi di investimenti infrastrutturali. Tanto per dimostrare che fa sul serio Ross ha già consegnato a Trump un report in cui afferma che lo sconto fiscale alle imprese funzionerebbe anche se arrivasse all’82 per cento, senza danno per l’erario.

Non meno importante una politica commerciale più aggressiva nei confronti della Cina soprattutto. Non si tratta di alzare barriere doganali o intralciare gli scambi, precisa. “Ma noi americani dobbiamo considerarci i migliori clienti del mercato globale. I nostri fornitori non devono dimenticarlo mai”. Fuor di metafora: “D’ora in poi ogni accordo commerciale dovrà basarsi su tre elementi: una analisi dettagliata di costi e benefici; la revisione automatica dell’intesa ogni cinque anni per verificarne gli eventuali limiti; il controllo costante del rispetto dei patti”. Ovvero: “Ben venga il libero scambio, ma non lo scambio alla cieca”. Ecco la summa del pensiero di un consigliere tanto vicino a Trump quanto audace, come dimostra la lunga serie di successi in imprese all’apparenza temerarie ma che gli hanno fruttato miliardi e rispetto (quasi generale). Ci voleva uno con la sua pellaccia per avere successo in Giappone, più che mai prevenuto contro gli “avvoltoi” del business americano. Al contrario, Ross nel giro di pochi anni ha risanato e rivenduto al doppio una banca peggio che disastrata, la Kofuku Bank. Impresa straordinaria soprattutto perché i giapponesi hanno tributato al finanziere l’onore della medaglia d’oro dell’Ordine del Sol Levante. Duro ma corretto e rispettoso della controparte, è il commento che l’ha accompagnato nelle sue avventure in Asia ma anche in Irlanda dove ha guadagnato miliardi investendo nella Bank of Ireland nel momento più delicato della crisi del 2008/’09, rilevando le azioni vendute a piene mani dalle banche tedesche. Ma le operazioni più leggendarie, quelle con cui ha conquistato il titolo di “king of bankruptcies”, Ross le ha realizzate in patria, andando a caccia di acciaierie e di miniere rottamate nell’America profonda, la rust belt delle tute blu che hanno contribuito alle fortune elettorali dell’amico Donald. E’ stato lui a rilevare nel 2005, con la collaborazione dei sindacati, le acciaierie della International Steel, guadagnando 4,5 miliardi di dollari con la vendita a Mittal ma salvando l’industria siderurgica della Pennsylvania. Impresa ripetuta con le miniere di carbone dell’International Coal Group (3,15 miliardi) ma macchiata da un incidente che costò la vita a 12 minatori. Un dramma che gli sarà contestato al momento dell’approvazione parlamentare della sua nomina, al pari delle accuse per i tagli alle buste paga nel momento della crisi. Critiche cui sarà facile opporre i posti di lavoro salvati da “un altro miliardario alla corte di Trump”, come nota Politico, elencando le ultime scelte del presidente: Harold Hamm, magnate del petrolio, la donna d’affari Betsy DeVos o lo stesso vice di Ross, Todd Ricketts, membro della famiglia che possiede i Chicago Cubs. Ma la ricchezza, specie se guadagnata, sotto i cieli d’America non fa peccato.

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