TINA is back?

Merkel, Rajoy e Fillon. C’è un trio di “liberisti” impenitenti in Europa

Leader liberali controcorrente: la quarta volta della cancelliera, il “Thatcher francese” e Madrid pro rigore fiscale

Marco Valerio Lo Prete

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Rajoy Fillon Merkel

da sinistra a destra: Mariano Rajoy, Francois Fillon e Angela Merkel (foto LaPresse)

Roma. “There Is No Alternative”, “TINA”, è diventato lo slogan meno glamour di questo inizio del XXI secolo. Quello giudicato più deplorevole (per parafrasare una sfortunata intemerata della liberal Hillary Clinton) e meno popolare da leader di partito, intellettuali e commentatori di ogni colore politico. La convinzione che al fondo non esista alternativa seria all’economia di libero mercato (con annessi monetarismo, finanza o libero scambio) per alimentare il progresso delle nostre società poteva andare bene negli anni 80, ma oggi – secondo i più – si tratta di una moneta fuori corso. Proprio per questo è curioso, magari significativo, che in questi giorni, nell’Europa continentale, tornino ad alzare la testa alcuni leader che quell’acronimo thatcheriano, TINA, paiono brandirlo con convinzione. Certo, Angela Merkel in Germania, François Fillon in Francia e Mariano Rajoy in Spagna non devono i propri successi politici soltanto alle piattaforme economiche che gli sono care, tuttavia è indubbia una loro inclinazione liberista che sembra in contraddizione con lo spirito dei tempi.

 

Angela Merkel, domenica scorsa, ha fatto sapere che correrà per un quarto mandato alla guida della Germania; il suo cancellierato, iniziato nel 2005, potrebbe arrivare fino al 2021 in caso di vittoria alle elezioni del prossimo anno. In patria la sua popolarità è stata scalfita soprattutto dalle scelte dello scorso anno in materia di immigrazione, giudicate quantomeno avventate e su cui lei stessa ha compiuto una parziale autocritica, ma nessuno le contesta di aver presieduto egregiamente a quella che presto potrebbe essere ricordata come “l’epoca d’oro” della storia tedesca contemporanea. La cancelliera iniziò a guidare la Germania quando questa era ancora “il malato d’Europa”, ha fatto tesoro delle riforme strutturali che i predecessori si erano sobbarcati, poi nel suo primo mandato ha limitato i danni della crisi finanziaria e nel suo secondo ha gestito in prima persona la crisi dell’euro. Perfino i più critici, che le addossano l’impoverimento del resto dell’Eurozona come un modo per avvantaggiare la Germania, le riconoscono di aver saputo tutelare con fermezza l’interesse (economico) nazionale. Non si è sperticata – per usare un eufemismo – sull’accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, il Ttip, e con qualche concessione sul welfare e in particolare sulle pensioni ha annullato l’aggressività dei socialdemocratici all’interno della Grande coalizione.

 

Tuttavia non ha mai deflesso dall’inseguire la massima competitività del sistema industriale tedesco, respingendo accuse di ogni sorta, al punto che in queste ore il presidente della Confindustria tedesca Bdi, Ulrich Grillo, ha detto di non riuscirsi a immaginare un panorama politico ohne Merkel, cioè senza Merkel. Allo stesso tempo ha ritenuto che tutti gli infuocati dibattiti sulla governance della moneta unica non potessero fare a meno di partire da un dato di fatto, illustrato così in una intervista del 2012 al Financial Times: “L’Europa contiene il 7 per cento della popolazione mondiale, produce il 25 per cento del pil globale e deve finanziare il 50 per cento della spesa sociale del pianeta. E’ ovvio – aggiunse la cancelliera – che il continente dovrà lavorare sodo per mantenere la sua prosperità e il suo modello di vita”. Sarà difficile crederlo a certe latitudini, ma la Merkel in tutti questi anni di eurocrisi ha agito perfino temperando qualche eccessiva spigolosità ordoliberale e rigorista che pure non è estranea all’establishment tedesco; non a caso lunedì Holger Schmieding, capo economista di Berenberg, ricordando su Bloomberg il sostanziale affiatamento tra la cancelliera e il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi, osservava che “per la Bce una nuova candidatura Merkel fornisce un po’ di sollievo”. A Berlino, insomma, There Is No Alternative, per ora. 

Passiamo alla Francia e a quel François Fillon che sempre domenica è uscito come netto vincitore dal primo turno delle primarie della destra d’oltralpe. Di questi tempi i sondaggisti non godono di buona stampa per ovvie ragioni, ma è pur vero che per chiunque sarebbe stato difficilissimo prevedere l’affermazione di quello che è “probabilmente il candidato alla presidenza della Repubblica più thatcheriano che la Francia abbia mai avuto” (come lo ha definito lunedì la newsletter Eurointelligence di Wolfgang Münchau). Un candidato thatcheriano e per di più sospettato di filoeuropeismo alla guida della destra francese, secondo turno permettendo, sarebbe una novità di non poco conto nel paese in cui il termine “liberismo” è praticamente una parolaccia. Fillon, per esempio, ha detto di voler ridurre gli organici della Pubblica amministrazione di almeno 500.000 persone, non un’inezia nel paese con la macchina burocratico-amministrativa più imponente d’Europa. Ha fatto capire di voler alzare la soglia dell’età pensionabile e di voler superare il limite delle 35 ore settimanali per i dipendenti allineandosi alle 48 ore consentite dalle norme comunitarie.

 

Per molto meno, negli scorsi anni, la Francia è stata bloccata dalle barricate. Per non parlare della passione di Fillon per la contrattazione aziendale e della sua volontà di ridurre di almeno 40 miliardi di euro i balzelli fiscali per le imprese private. E’ sostenendo tesi simili che il Thatcher di Francia, che non ha mancato in passato di elogiare pubblicamente l’ex primo ministro inglese, ha convinto più del 44 per cento dei 4 milioni di francesi che hanno partecipato alle primarie. Thatcher di Francia in potenza, ben inteso, ma comunque qualcosa. Il terzo moschettiere dell’acronimo TINA, in questo autunno 2016, è a tutti gli effetti il leader dei popolari spagnoli Mariano Rajoy, coadiuvato dal suo ministro Luis de Guindos. Quest’ultimo guida il dicastero dell’Economia di Madrid ormai dal 2011 e ha appena rilasciato un’intervista al Financial Times di cui tutto si può dire tranne che sia stata il tentativo per andare a caccia di facili applausi. Nel momento in cui perfino la Commissione europea certifica la morte del Fiscal compact e di larga parte del suo apparato vincolistico rispetto ai conti pubblici, De Guindos, invece di festeggiare come uno Yanis Varoufakis qualsiasi, avverte: “Non sarà una politica di stimolo fiscale, di per sé, a rimettere in carreggiata le nostre economie. Dovremmo parlare piuttosto di libero commercio, di riforme strutturali e di come risolvere la situazione periclitante delle banche in Europa”. Non c’è alternativa, anche in questo caso. Si vedrà fino a quando. 

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  • maurizio guerrini

    maurizio guerrini

    22 Novembre 2016 - 09:09

    Liberisti !? Del "liberismo" della Spagna storicamente detassata è irrisorio parlare. Della grigia funzionaria della DDR che ha diligentemente amministrato le riforme ereditate si può dire tutto il bene possibile, tranne che la sua politica sia liberista, visto anche l'affermato contrasto alle pur mal interpretate tendenze ordoliberiste. Solo in Fillon si può sperare, molto timidamente, vista la corretta contestualizzazione fatta da Lo Prete del Tatcherismo in Francia, ma è solo dalla Francia che storicamente vengono e speriamo verranno le possibili svolte alla socialista decrescita felice che l'Europa sta aulicamente perseguendo.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    22 Novembre 2016 - 02:02

    Il problema di fondo, quello autentico è lo stesso sia in Francia che da noi: il peso globale dello Stato nel complesso dell'economia, cioè sulle rispettive politiche industriali/produttive e sociali. Ridurlo, mantenerlo invariato, o addirittura aumentarlo? In tempi di crisi economica, di incertezze per il futuro, di scontento popolare vivo e diffuso, nel contesto di una UE che appare divisa, incerta, impotente ad affrontare in maniera organica e strategica il nodo dell'immigrazione, una risposta netta è impossibile. Una cosa è certa, i partiti non possono rinunciare a coltivare il consenso. Ne deriva un irrigidimento sulle loro posizioni abituali che fanno riferimento a segmenti sociali, elettorali e interessi in essere. Il nodo gordiano è riuscire a cambiare la maggior parte di quella mentalità e comportamenti collettivi che hanno costruito gli attuali sistemi politici/economici/sociali, non solo in Francia e in Italia, in tutta Europa. Roba grossa, tempi lunghi. Auguri Fillon.

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    • mauro

      22 Novembre 2016 - 09:09

      Spero di sbagliarmi, ma Fillon si comporterà esattamente come Sarkò, farà un decimo di quello che ha detto, seppure. In Francia, per toccare la macchina statale, che oltretutto funziona e questo è ciò che consente allo spirito del Front Populaire di sopravvivere da circa cent'anni nelle viscere della massa, occorrerebbe per lo meno un Richelieu, e Fillon non lo è. E poi i francesi ormai si sono abituati alle 35 ore, volute fortissimamente dalla rossa Aubry, che avevano gradito pur senza gradire lei. Staremo a vedere.

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