L’Italia a “produttività zero” non andrà lontano, dice S&P’s

L'agenzia di rating non chiama direttamente in causa il governo né il referendum, ma i due grandi settori che dovrebbero generare valore aggiunto: pubblica amministrazione ed industria e servizi privati.

Standard&Poor's

New York, Standard&Poor's (foto laPresse)

Roma. L’agenzia di rating americana Standard & Poor’s, che l’11 novembre aveva lasciato il rating sull’Italia a quota BBB- con outlook stabile, rivedendo al ribasso le previsioni di crescita nel 2016 (da 1,1 per cento a 0,9) e nel 2017 (da 1,3 a 0,8), spiega in una nota perché sul pil non c’è da farsi illusioni. Veleggerà intorno all’1 per cento fino ad oltre il 2018, e il problema si chiama produttività. Elemento che non chiama direttamente in causa il governo né il referendum, ma i due grandi settori che dovrebbero generare valore aggiunto: pubblica amministrazione ed industria e servizi privati. Come già l’Istat in un rapporto illustrato dal Foglio del 4 novembre, S&P’s nota come “l’Italia sia l’unico paese europeo a non avere registrato alcun incremento produttivo dal 2000 a questa parte”.

 

Improduttività nazionale

I dati Istat sulla produttività in Italia rispetto all’Europa spiegano più di molte chiacchiere perché siamo da anni zavorrati da una crescita di pochi decimali, con ricadute sul lavoro.

 

Dopo dieci trimestri in recessione con perdita di 5 punti di pil nel 2011-2013, l’economia è poi risalita solo dell’1,6 per cento cumulato, rispetto al 5 della zona euro. E questo nonostante varie circostanze favorevoli: il calo dell’euro del quale l’export ha beneficiato con un recupero di solo il 4 per cento rispetto al 15-25 dei paesi concorrenti; la riforma del lavoro che tuttavia non viene sfruttata appieno dalle aziende “con salari in aumento e produttività stagnante”; le garanzie pubbliche alle banche che però non risolvono il problema dei crediti deteriorati. Fattori che non hanno a che fare con l’ “Europa dei decimali” e dell’austerity. La produttività è appunto fatta di pubblico e di privato. Quanto al primo, le ribellioni ad ogni standard di efficienza di interi settori protetti, dalla scuola alla magistratura alle burocrazie ministeriali, impiomba lo stato, blocca la formazione, impedisce l’arrivo di investitori.

Nel rapporto Eurostat 2015 sugli squilibri macroeconomici europei l’indice di produttività pubblica italiana, basato sugli Worldwide governance indicators della Banca mondiale, passa da quota 0,67 del 2004 a 0,42 nel 2009 a 0,38 nel 2014 – la metà della media europea. Poi ci sono le decisioni delle amministrazioni locali. La giunta grillina di Roma guidata dal sindaco Virginia Raggi, dopo avere annunciato l’erogazione “entro Natale” – e con gli arretrati – di aumenti “di merito” per 22 mila dipendenti diretti del Comune, che la Corte dei conti aveva bloccato “per mancanza di presupposti”, ha tagliato di 481 milioni di euro gli investimenti per il prossimo triennio. Non erano soldi a pioggia, visto che il commissario Francesco Paolo Tronca aveva pianificato come necessari 524 milioni da investire.

Nei servizi pubblici Eurostat colloca l’Italia al 17mo posto in Europa, con un indice di meno 0,93 su una media di zero, circa la metà della Scandinavia, e con la Germania a più 0,85, il Regno Unito a più 0,8 e Francia a più 0,62. Intere aree come la Campania si piazzano duecentesime tra le regioni europee. Ma appunto non è solo questione di travet. Le banche, tra esodi assistiti e crediti deteriorati, contratti in deroga al Jobs Act e piani industriali e aumenti di capitale continuamente rifatti, sono un altro caso limite. Un report di aprile 2016 della European banking authority (Eba) colloca il rendimento delle banche italiane in rapporto al capitale al penultimo posto (davanti a Cipro) sui maggiori quindici paesi dell’euro, con un indice di 5,1 rispetto alla media di 9,1: la Spagna è al 12,8, l’Austria all’11,6, l’Irlanda al 10,2, la Francia al 9,3, la Germania al 6,1.

Nella manifattura i contratti aziendali sono ancora lì da firmare, con la Confindustria del presidente Vincenzo Boccia che parla di modello Marchionne e la Federmeccanica di Fabio Storchi che riapre a concessioni per tutti; mentre la Fiom di Maurizio Landini si occupa del No al referendum. Così la produttività manifatturiera che tra 2009 e 2013 cresceva dello 0,7 per cento, negli ultimi due anni è scesa a 0,3 e 0,4. Di soli sgravi governativi magari si sopravvive: ma non si va lontano.

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