Il dolce maleficio del petrolio

Indagine sui meccanismi che regolano l’energia, la geopolitica e la vita che l’umanità ha voluto

Petrolio

Siamo fatti così. A Managua (Nicaragua) il 1° agosto si tiene la processione in onore di San Domenico di Guzmán, il santo patrono. I devoti, i “diavoli neri”, si dipingono con petrolio (LaPresse)

Leif Wenar è professore di Philosophy and Law al King’s College di Londra. Ha insegnato a Princenton e Stanford ed è considerato uno dei più influenti pensatori contemporanei. Ne “Il Re Nero” (Luiss University Press, 561 pp., 22 euro) ricostruisce le catene di fornitura del petrolio, le connessioni con il potere politico, e l’importanza che ha per le nostre vite. Pubblichiamo stralci dell’introduzione.

Il mercato globale è una rete spettacolare di trasformazioni e spostamenti, che ogni giorno trasforma un’enorme quantità di risorse naturali in un microcosmo di prodotti. Le supply chains mondiali ci forniscono la tecnologia, la moda e gli aeroplani che costituiscono la base dei nostri piani di vita, un insieme di prodotti ai quali rinunceremmo molto poco volentieri. In più, queste supply chains ci forniscono anche quel cibo, quell’energia e quei medicinali dei quali, in quanto comunità umana, non potremmo fare a meno. Sette miliardi di persone sono tante da tenere in vita ogni giorno, per non parlare dei molti che oggi vivono meglio che mai e di quelli che vivono abbastanza bene. L’umanità ha bisogno del mercato globale, quella macchina della vita che essa stessa ha creato. All’interno di questo mercato molti dei rapporti tra domanda e offerta si presentano come le relazioni win-win descritte dall’economia classica: i fornitori danno la merce, e gli acquirenti li ripagano dei loro sforzi.

 

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Eppure, in alcuni luoghi in cui si estraggono risorse naturali come petrolio, metalli, pietre preziose e legname, la macchina della vita funziona male. Qui le supply chains si inceppano e sradicano le risorse dal suolo con effetti disastrosi per le popolazioni vicine. In questi luoghi, la domanda globale è come l’impatto di un tornado, o come una grande siringa che penetra la pelle della terra, risucchiando le materie prime verso il cielo. Abbiamo osservato da vicino i danni riportando una piccola scena da un villaggio congolese e più ampie statistiche che mettono in relazione la produzione di risorse con l’autoritarismo, le guerre civili, la corruzione, la diseguaglianza di genere e altro ancora. Le vaste fortune del commercio globale portano con sé la maledizione delle risorse. Se i consumatori fossero a conoscenza di queste maledette connessioni di mercato – oggi spendono soldi che vanno nelle mani di dittatori, miliziani e ufficiali corrotti, domani incentiveranno maggiore sofferenza e ingiustizia – molti non le vorrebbero. Non conosciamo il contributo di ciascun consumatore alla maledizione delle risorse e, per un consumatore, è quasi impossibile scoprire con quali acquisti vi partecipi attivamente.

Tuttavia, i consumatori attenti avranno il sospetto che molti dei beni che acquistano sono macchiati dal punto di vista morale perché hanno avuto origine dalla maledizione delle risorse. Una consumatrice potrebbe avere sangue sulle mani nell’oro del suo anello. Un altro potrebbe avere delle urla sulle labbra, quando mangia gelato fatto con azoto derivato dal petrolio. Un’altra consumatrice potrebbe dolersi di fare la spesa ogni giorno in un mercato globalizzato caratterizzato da una diseguaglianza tanto pervasiva. Un altro potrebbe aver paura che la maledizione delle risorse che imperversa all’estero possa arrivare a danneggiare coloro a cui vuole bene. Infine, un’altra potrebbe temere la prossima impossibile crisi di politica estera che riempirà di invettive le onde radio. Il problema è molto grave, non solo perché i flussi globali di risorse macchiate sono così ingenti,ma anche perché il mondo dipende dalla perpetuazione di questi flussi di risorse. Se domani il flusso di milioni di barili di petrolio autoritario terminasse, l’economia globale si bloccherebbe. Gli oggetti di lusso ci diventerebbero inaccessibili, in centinaia di migliaia perderebbero il posto di lavoro,milioni di persone d’oltremare che di recente sono sfuggite alla povertà estrema ripiomberebbero nell’indigenza, se anche riuscissero a sopravvivere all’urto.

Il mondo si regge su risorse macchiate, per cui ci troviamo in un terribile vicolo cieco. Il nostro desiderio di vivere vite moralmente decenti si scontra con la necessità pratica di mantenere i nostri stili di vita e le vite umane in tutto il mondo. Con un occhio vediamo pulsare la rete mondiale delle supply chains,mentre cresce in relazione simbiotica con l’umanità. Con l’altro occhio vediamo il mercato come oppressore che usa il sangue per ungere i propri ingranaggi. Entrambe le visioni sono valide. Possiamo vederle entrambe nello stesso momento. Quel che vediamo con tutti e due gli occhi si presenta come una rappresentazione della diffcile situazione attuale. Molte sfide affrontate dai nostri antenati ci appaiono oggi moralmente semplici, al massimo ci intimoriscono dal punto di vista pratico. Si pensi agli schiavi in catene: bisogna spezzare le catene. I nazisti stanno bombardando le vostre città: bisogna fermare i nazisti.Molte delle nuove sfide sembrano difficili sia moralmente sia praticamente. Con i nuovi problemi come il cambiamento climatico e la maledizione delle risorse, i consumatori devono affrontare sistemi ipercomplessi e opachi in cui miliardi di persone contribuiscono in minima parte a creare grandi risultati negativi. Peggio ancora, i sistemi che ci procurano gli agi della vita moderna sono gli stessi che ci mettono in pericolo. Chi ha spezzato le catene degli schiavi di tutto il mondo ha ottenuto un trionfo morale.

Spezzare le supply chains mondiali non è invece un’opzione praticabile. Perfino il cambiamento climatico, se paragonato alla maledizione delle risorse, sembra semplice. Nel caso del cambiamento climatico, la causa e il rimedio sono facilmente individuabili. Emissioni eccessive in milioni di luoghi ammontano a un totale di emissioni eccessive: una soluzione semplice del problema sarebbe quella di ridurre la somma totale riducendo gli addendi. La parte difficile consiste nel ridurre le emissioni secondo equità, e l’azione collettiva per far ciò è difficile perché l’attore rilevante, vale a dire l’umanità, incontra notevoli difficoltà nell’agire insieme. Eppure, il problema fondamentale e la soluzione del cambiamento climatico sono mentalmente semplici – nient’altro che addizioni e sottrazioni. La maledizione delle risorse è più difficile perché a livello micro niente appare sbagliato. Si pensi ancora alle materie prime utilizzate per produrre i tuoi acquisti quotidiani: distanti depositi di minerali e petrolio, foreste straniere, pietre preziose provenienti dall’altra parte del mondo. Sono le forze mercantili della domanda e dell’offerta a portarvi queste materie prime. Le leggi che regolano ogni fase del loro viaggio verso di voi sono le comuni leggi della proprietà e del contratto. Coloro che estraggono le risorse le vendono agli industriali, i quali le vendono ai commercianti al dettaglio, che infine le vendono a voi. Il denaro che spendete va a finire ai commercianti al dettaglio, che hanno acquistato dagli industriali, che hanno acquistato dagli estrattori. In ciascuna fase, vediamo quel che AdamSmith ha chiamato propensione umana “a trafficare, barattare e scambiare una cosa con un’altra”. Non c’è alcun “eccesso” in alcuno degli anelli della catena.

Diversamente dal cambiamento climatico, il problema non è di addizione, quindi la sottrazione non sarà una risposta efficace. La maledizione delle risorse presenta un problema di azione collettiva, ma non siamo in grado di vedere, nemmeno in astratto, di che tipo di azione si tratti. La supply chain che ci lega alla maledizione delle risorse sembra essere composta da transazioni molto semplici: mediante la stipula di contratti, la proprietà si trasferisce dall’origine fino alla vendita. L’enorme arazzo della supply chain mondiale sembra essere tessuto con un punto molto semplice. Non sembra ci siano errori, parti da scucire e ricucire. La maledizione delle risorse sembra soltanto un sottoprodotto dannoso del mercato globale. Sentiamo flebili grida dalle estremità lontane della supply chain, dove l’enorme peso della domanda del consumo globale schiaccia i corpi di popoli torturati da regimi autoritari o di donne violentate dai miliziani. Leggiamo storie di popoli che vivono in paesi ricchi di risorse e deperiscono a causa della fame, o si ribellano al loro dittatore, o combattono orribili guerre civili, o addirittura pianificano di uccidere persone come noi. Vediamo anche l’abbondanza di beni di lusso e di bisogni che emergono dalle supply chains a noi vicine – e lì sembra esserci nient’altro che semplici scambi di mercato tra le risorse maledette e gli scaffali dei nostri negozi.

È troppo diffcile rintracciare la provenienza della maggior parte delle materie prime attraverso l’opaca e sempre mutevole supply chain globale, soprattutto perché molte materie prime sono utilizzate come beni intermedi nella catena. E’ difficile pensare di essere un consumatore di petrolio equo e solidale. In quanto consumatori, sembriamo bloccati. Guardiamo le cose da un’altra prospettiva. […] Oggi sentirete dei fossili – forse li state sentendo proprio adesso, nel rombo prodotto dall’esplosione di gocce di carburante fossile che alimenta un’automobile, un camion o un aeroplano. O forse state ascoltando un motore elettrico, o l’altoparlante dello stereo, o il ronzio delle luci: l’energia che produce quel rumore proviene probabilmente dalla rottura di legami chimici formatisi in ere passate, nel carbone o nel gas naturale. Il petrolio è la fonte energetica principale utilizzata dagli esseri umani per il trasporto – carbone e gas sono le maggiori fonti energetiche per produrre elettricità. Questi tre carburanti fossili producono nel complesso circa l’85 per cento dell’energia di cui l’umanità si serve: proprio in questo momento, gli esseri umani bruciano fossili per ottenere gran parte della loro energia.

In ultima analisi, quasi tutta l’energia della Terra deriva dal sole. E’ stato il sole che ha irradiato l’energia che ha fatto crescere gli organismi i cui fossili adesso bruciamo. In un certo senso, i carburanti fossili sono raggi di sole congelati – oppure li possiamo vedere come batterie solari estremamente efficienti. L’energia che vi porta in vacanza, o che vi porta in giro per i continenti, è energia che proviene da particelle di luce solare sepolte per eoni sottoterra. Carbone, petrolio e gas sono rispettivamente forme solide, liquide e gassose di carbone e idrogeno (ecco perché vengono chiamati “idrocarburi”). Differiscono in base a quanti atomi di carbonio sono raggruppati nelle loro molecole – molte nel carbone, alcune nel petrolio, poche nel gas. Il loro carbonio si è legato in alcuni organismi, soprattutto il plancton (non i dinosauri) che fluttuava neimari in epoche remote. L’energia all’interno di questi organismi si è preservata dopo che essi affondarono, furono sepolti e si compattarono durante la sedimentazione.

Come Jean-Paul Sartre disse a proposito del carbone, un carburante fossile è “una fonte di energia accumulata che deriva da sostanze vegetali scomparse; lo si potrebbe descrivere come capitale che altri esseri viventi hanno lasciato in eredità agli esseri umani”. Per produrre un litro di benzina servono circa 25 tonnellate di piante. […] Fate un rapido inventario degli oggetti che avete toccato oggi (lenzuola, vestiti, cosmetici, ecc.). Questi oggetti sono composti da molecole provenienti da diversi paesi. Forse vi siete svegliati in Egitto. Potreste indossare un po’ di Spagna attorno alla vita, un po’ di Venezuela ai piedi. Nel vostro portafoglio ci potrebbe essere un po’ di Congo, e molto probabilmente un po’ di Oman sul vostro naso. E’ come se aveste circumnavigato il mondo facendo capriole, e la terra di molti paesi vi fosse rimasta attaccata addosso; o come se un dio vi avesse trasformato in una palla e vi facesse rotolare per il mondo, e lungo tutto il percorso vi cadessero soldi dal portafoglio. Potreste mordere un bel pezzo di Italia condito con lo Sri Lanka: se siamo quel che mangiamo, allora mangiamo il mondo. Considerando le molecole che entrano nel vostro corpo e poi ne fanno parte – cibo, bevande, vitamine e medicine – siete dei cittadini globali, una creazione multiforme di voi stessi. Il cuore del più xenofobo guardiano di confine americano ha del Messico al suo interno. Un razzista giapponese non può togliere la Corea dal suo sangue. Sull’etichetta della tua biancheria intima c’è scritto “Made in Bangladesh”. Ma le molecole di questa biancheria da che paese provengono? Vietnam, probabilmente, o Brasile; forse da entrambi i paesi. Un modo di considerare quel che state facendo al distributore di benzina è che state mettendo benzina nella vostra auto. Da un altro punto di vista si potrebbe dire che state riempiendo la vostra auto con lo Stato sovrano di Angola. Oppure state riempiendo la vostra auto con un misto di Russia, Iraq e Texas (come disse Marx, il denaro “è la fusione delle cose impossibili; esso costringe gli oggetti contraddittori a baciarsi”).

Tutti questi atomi provengono da qualche punto preciso sulla superficie del pianeta: all’origine, la proprietà di questi atomi è regolata dalle leggi dei paesi in cui si trovano. Le supply chains non sono semplicemente i percorsi fisici delle molecole – sono anche catene di transazioni legali, di scambi di proprietà mediante contratti. Quello che diventa di vostra proprietà, un tempo era di proprietà di qualcun altro; le supply chains globali vi hanno collocato in una relazione giuridica con molti stranieri. Ciò apre una nuova prospettiva. Scegliamo qualcosa in vostro possesso – diciamo il vostro computer portatile – e risaliamo alla proprietà dei suoi componenti attraverso la sua supply chain. Voi avete comprato il computer portatile in un negozio, e il negoziante l’ha comprato dal produttore. Quest’ultimo ha comprato tutti i componenti del computer portatile dai suoi fornitori. Se rintracciamo i titolari dei diritti di proprietà su una parte del computer – per esempio, la plastica della custodia – troveremo le materie prime della plastica che erano di proprietà di una raffineria, e dopo il petrolio che era di proprietà di un commerciante che l’ha portato alla raffineria. All’origine di questa catena di titoli giuridici si trova, per esempio, il petrolio posseduto dallo Stato dell’Arabia Saudita. Vi trovate dunque in una relazione giuridica con il regime saudita. La vostra proprietà del computer portatile dipende dalla proprietà che il regime saudita detiene su un pozzo di greggio.

O forse – e questa è una domanda più profonda – dovremmo parlare di “presunta” proprietà del regime saudita? Il regime saudita ha dichiarato che possiede tutto il petrolio che si trova entro i suoi confini e che ha il diritto di venderlo. Eppure, perché pensare che il regime saudita abbia il diritto di dichiarare qualcosa del genere? Chi ha reso queste persone responsabili del petrolio del paese? La Legge fondamentale del regime saudita afferma questo: “Il governo del Regno dell’Arabia Saudita deriva la sua autorità dal Sacro Corano e dai detti e dalle tradizioni del Profeta”. C’è bisogno che crediate in questo per possedere il vostro computer portatile? Forse approvate l’autorità del regime saudita per altre ragioni, ragioni che il regime stesso rifiuterebbe? O forse voi non approvate per niente l’autorità del regime saudita? Come è noto, il regime saudita è stato un regime repressivo per decenni che ha speso i suoi enormi proventi derivanti dal petrolio per schiacciare chiunque si opponesse al suo dominio. E’ certo che non pensiamo nemmeno ad una invasione dell’Arabia Saudita – dimentichiamoci del tutto della possibilità di fare alcunché a questo paese.

Eppure, quando chiudete il vostro portatile e lo riponete nella custodia, sembra che stiate assumendo qualche tipo di giustificazione, qualche teoria implicita dei diritti di proprietà. E’ precisamente questa la domanda a cui dedicare un momento di intensa riflessione: il regime saudita ha legalmente venduto il petrolio con cui è stata fatta la plastica del portatile che ora voi possedete, e come? Non avere idea di quale sia la risposta a questa domanda potrebbe essere meglio di pensare che la risposta sia ovvia. E infatti la risposta si dimostrerà sorprendente, avvincente – verrebbe da dire meravigliosa se non fosse anche parte della spiegazione della sofferenza e delle ingiustizie che si accompagnano alla maledizione delle risorse. La risposta non è ovvia, ma varrà la pena cercarla, perché trovare una risposta indicherà la via per rimuovere la maledizione.

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Commenti all'articolo

  • bstucc

    23 Novembre 2016 - 15:03

    Però affermare che l'azoto si estrae dal petrolio è una fesseria! L'aria è composta principalmente da azoto, è da lì che lo si prende.

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