Guida ai segnali lanciati da Mediobanca sul futuro di Generali

La teoria dei “darwinismo bancario” è alla base del piano industriale di Piazzetta Cuccia

Generali

(foto LaPresse)

Milano. Basta con Machiavelli, buono per la stagione delle trame e degli intrighi di un tempo. O tantomeno con i salotti carichi più di storia che di quattrini. Per capire il nuovo mondo, teorizza Alberto Nagel, numero uno di Mediobanca, bisogna rifarsi alla lezione di Darwin: chi non è in grado di adattarsi, farà la fine dei dinosauri – estinto. La teoria dei “darwinismo bancario” è alla base del piano industriale di Piazzetta Cuccia: meno Generali, non più custode delle “partecipazioni strategiche” (che rendono sempre meno), più risparmio gestito e soprattutto amministrazione del denaro dei ricchi, quello che cresce più in fretta del pil. Più commissioni e meno dipendenza, com’è necessario nell’era della finanza post-globale per guadagnarsi la pagnotta. O la brioches, come usa in Francia fin dai tempi di Maria Antonietta.

 

Anche la lagna dei banchieri deve finire

Le giaculatorie che giungono incessanti dal governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, e dell’Associazione bancaria italiana all’indirizzo della Banca centrale europea paiono tardive e capziose

 

La lezione del darwinismo bancario, infatti, si sposa bene con i nuovi equilibri geopolitici di quella che fu la galassia del Nord, oggi costretta a correre sotto la Senna per sfuggire ai cacciatori d’oltreoceano, vedi le varie Goldman Sachs, JP Morgan o Morgan Stanley che hanno in pratica fatto terra bruciata in quella finanza che un tempo era monopolio di Vincenzo Maranghi ed Enrico Cuccia. Mediobanca, forte dei suoi 1.500 milioni in cassa (e di un altro miliardo che arriverà dalla venduta di almeno il 5 per cento del 13 detenuto in Generali), si rifugia nell’industria del risparmio: dopo Barclays Italia ieri è stata la volta di Banca Esperia, già detenuta assieme e a Mediolanum, e presto toccherà a una nuova preda nel Principato di Monaco, poi (forse) a Finanza & Futuro se Deutsche Bank decidesse di vendere.

Una svolta benedetta da Vincent Bolloré, vicepresidente di Mediobanca e protettore di Philippe Donnet, da lui voluto al vertice della compagnia assicurativa triestina. Difficile, quasi impossibile, che la sistemazione del pacchetto del Leone che uscirà da Mediobanca (senza turbare gli equilibri attuali, assicura Nagel) non sia gestito da loro. Anzi, il gioco a incastro sta per accelerare. Generali, che possiede un grosso pacco di bond Mps, c’è chi dice che sia destinata, con la conversione dei titoli in azioni, a diventare un grande azionista a Siena, poco sopra ad Axa, la compagnia francese storica partner di Mps e più volte indicata come possibile fiancèe di Generali per dar vita a un gruppo finanziario con ambizioni almeno europee. Il mosaico, poi, si completa con l’operazione Unicredit. Jean-Pierre Mustier, ad della banca di piazza Gae Aulenti (e buon amico di Donnet), s’accinge a varare un aumento di capitale da 13 miliardi, troppo perché le fondazioni azioniste possano conservare la leadership della banca. Niente di più facile che tra i nuovi soci spunti Société Générale, già a un passo dalle nozze con l’azienda italiana ai tempi di Alessandro Profumo.

Ma allora, prima della crisi dei subprime, si parlava di matrimonio alla pari, fallito all’ultimo quando si trattò di decidere dove stabilire la sede principale, a Milano piuttosto che a Parigi. Stavolta non dovrebbero esserci incertezze. Ma non è il caso di andar troppo per il sottile a proposito di bandiere e passaporti, visti i pericoli in agguato. Da Francoforte, infatti, arrivano messaggi sinistri: se non riuscisse la conversione volontaria dei bond di Mps – fa sapere la Vigilanza europea – non ci sarebbe alternativa al bail-in della banca toscana che innescherebbe un drammatico effetto domino. E non è meno complicata la strada per mettere in sicurezza i crediti a rischio di Unicredit ed evitare nel frattempo che l’eventuale malessere contagi quel che resta di buono del sistema, da Ubi alla stessa Intesa Sanpaolo finita anch’essa ieri nel mirino in Borsa. Le alternative all’asse francese latitano. I tedeschi, vedi Deutsche Bank, hanno i loro problemi e non hanno interesse a estendere i legami con l’Italia. La finanza americana s’avvia a una fase di isolazionismo. Non restano che arabi e cinesi, ben accetti se portano quattrini. Ma vuoi mettere una buona brioches? 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi