L'effetto Trump in Bce

Le tensioni con la Fed (alle prese coi tassi) possono rafforzare quasi di default la posizione di Draghi. Perché tutte le vie della Yellen sui tassi possono essere un bonus per Draghi.
L'effetto Trump in Bce

Il presidente della Federal reserve Janet Yellen (foto LaPresse)

Roma. Sembra un paradosso, ma alla fine per qualcuno, nell’Europa a maggioranza clintoniana, la vittoria di Donald Trump, certo non un amante dell’austerità, potrebbe risultare un bicchiere più pieno che vuoto sul piano economico finanziario. Potrebbe esserlo per la Banca centrale europea di Mario Draghi, per esempio. Nonostante la distanza non solo geografica ma culturale che separa la Trump Tower dal grattacielo della Bce a Francoforte, la vittoria di The Donald conta di riservare qualche ricaduta positiva agli uomini di Draghi, che hanno in corso un duro braccio di ferro con i falchi della Bundesbank in vista della fatidica scadenza del Quantitative easing (o allentamento quantitativo) il prossimo marzo. E dalla vittoria potrebbe trarre qualche giovamento anche l’Italia sulle cui spalle grava un debito che rischia di diventare una bomba nell’ipotesi di un aumento dei tassi d’interesse internazionali. La spiegazione è nella catena di effetti che dalla notte che ha incoronato a sorpresa il candidato repubblicano arriva fino alle decisioni di politica monetaria della Bce, passando per il destino e le mosse della presidente della Federal reserve, Janet Yellen. Prima dell’8 novembre lo scenario finanziario internazionale era più o meno il seguente. Lo stato di salute dell’economia americana, con una disoccupazione sotto il 5 per cento, una crescita di oltre il 2 e un’inflazione in risalita verso l’obiettivo cruciale dei due punti percentuali, portava dritto verso un aumento dei tassi d’interesse negli Stati Uniti, modesto ma indicativo di una tendenza inequivocabile. Tutti i centri di previsione e le grandi banche, dalla Goldman Sachs a Morgan Stanley, lo davano per scontato e prevedevano che sarebbe stato deciso nella riunione della Fed del prossimo dicembre.

 

Il mercato da parte sua aveva cominciato ad anticipare un incremento dei tassi, con un aumento dei rendimenti a lungo termine non solo americani ma anche europei data la forte integrazione dei mercati finanziari a livello globale. A Francoforte, di conseguenza, i falchi della Bundesbank avevano messo le mani avanti quasi di default, chiedendo uno stop o come minimo una restrizione del programma di acquisto di titoli da parte della Bce. In questo contesto Mario Draghi, favorevole invece a una prosecuzione del programma almeno fino al dicembre 2017, era in imbarazzo. L’Eurotower era divenuta teatro del classico scontro falchi-colombe. Per Sabine Lautenschläger, componente in quota Bundesbank del board, era un errore estendere il Qe o ridurre ulteriormente i tassi. Peter Praet, membro anch’egli del direttivo della Banca, rispondeva che la politica monetaria doveva continuare ad avere una intonazione espansiva.

 

Ieri, a poche ore dalla notizia che il prossimo inquilino della Casa Bianca sarebbe stato Trump, lo scenario è invece totalmente mutato. La probabilità di un aumento dei tassi americani in dicembre, calcolata sulla base dell’andamento dei tassi sui federal funds statunitensi, è crollata dall’80 al 40 per cento. Sul dollaro sono piovute le vendite nell’attesa di un mantenimento dello status quo sul fronte della politica monetaria e il cambio con l’euro si è svalutato. I perché di questa giravolta sono intuibili per chi ha seguito la campagna elettorale del miliardario repubblicano, che ha ripetutamente attaccato duramente la Fed e si è pronunciato a favore di un contenimento del costo del denaro. In gennaio ha dichiarato che non avrebbe rinnovato il mandato di Janet Yellen e qualche mese dopo l’ha accusata di agire sulla base di motivazioni politiche e non economiche. Ora molti si aspettano che Lady Fed offra le sue dimissioni al neopresidente, quasi tutti che sospenda ogni valutazione in merito a un possibile aumento dei tassi a dicembre, aumento che suonerebbe come un siluro lanciato alla vigilia dell’insediamento ufficiale alla Casa Bianca.

 

Per quanto grande possa essere la distanza culturale, lo stile e la visione dell’economia tra le due sponde dell’Atlantico nell’èra Trump, questa situazione rafforza oggettivamente la posizione di Draghi a difesa della politica di Quantitative easing e rende più probabile una sua estensione in marzo. Con una economia europea ancora convalescente Draghi avrà buon gioco nell’avvertire che l’indebolimento del dollaro conseguente al mutato scenario dei tassi d’interesse è cosa che i paesi dell’Eurozona non possono permettersi, tanto meno possono alimentarlo con il graduale passaggio a una politica restrittiva in controtendenza con quella americana. Per l’Italia tutto ciò somiglia a un miracoloso e inatteso scampato pericolo.

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